Un architetto mi disse (la ciclabile e il casermone)

Questa foto è un pretesto. Un pretesto per parlare di cultura, abitudine al pensiero, immaginario. Forse mi sto ponendo un obiettivo un po’ troppo ambizioso ma quantomeno ci provo.

Si tratta di una foto scattata a Copenaghen nel 2013, sull’isola di Amager (si pronuncia /ama/). L’isola di Amager, collegata al resto della città attraverso una serie di ponti di medie e grandi dimensioni, costituisce di fatto un quartiere nonché una zona a sé. Qui siamo sull’isola di Amager, ci si sente spesso dire a Copenaghen, quasi ad intendere uno spazio altro. Altro ma non troppo: inutile indugiare su questo particolare perché rimane comunque un pezzo di città tutt’altro che estraneo. Mi è stato descritto come uno spazio più selvaggio rispetto al resto della metropoli. Poi come spazio in cui si possono fare diverse cose ed infine come il luogo che ospita la spiaggia.

Nomadi nostro malgrado

Foto: Mareo Rodriguez (Colombia) installazione “Emerging Topographies” Artenelbosco, Santuario di Banchette (BI)

Dello spazio, delle relazioni e della molteplicità.

Da anni, un po’ per lavoro e un po’ per passione, coltivo due interessi: l’Africa e il Piemonte meridionale. Spesso, come in questi ultimi mesi, questi due paesaggi mi tengono occupata in modo parallelo. Il Kenya (dove ho condotto le mie ricerche) e le colline della provincia cuneese (dove abito e lavoro) sono due spazi che mi interrogano sulla mia identità e sulle mie appartenenze. I «ritmi» e le «atmosfere», così come De Boeck ha descritto la la «misticità» che permea gli spazi urbani africani e la loro atmosfera sincopata, sospesa, inattesa ed eccessiva allo stesso tempo (De Boeck 2015), riguardano la relazione profonda che, sin dalla nascita, instauriamo con i luoghi.