Parole migranti e sapere antropologico

Per una buona pratica della traduzione e della mediazione interculturale

Il contatto tra mondi culturali, storici e linguistici differenti implica inevitabilmente un’opera di traduzione a più livelli. Nella mediazione interculturale la traduzione non può esaurirsi nella sola trasposizione della parola da una lingua ad un’altra, ma deve estendersi alla lettura e all’interpretazione di specifici codici culturali e memorie storiche di cui i racconti di vita sono sempre profondamente impregnati. Tuttavia, lo spazio della traduzione viene spesso riempito di vuoti, incomprensioni e fraintendimenti, da cui deriva una sostanziale perdita di significato e una riproduzione di biografie complesse in forma stilizzata. Questo vuoto semantico, talvolta estremamente dannoso per chi ne è vittima, può essere colmato da un sapere in grado di restituire senso culturale e storico alla parola: il sapere antropologico.

Tradurre deriva dal latino traducĕre, che significa trasportare, trasferire, portare oltre, e la traduzione linguistica non è mai un’operazione semplice, sostanzialmente per due motivi: perché la lingua non è mai neutrale e perché per ogni parola e ogni concetto presenti in una determinata lingua non sempre esistono dei corrispondenti in un’altra capaci di offrire una traduzione letterale. Questo dato è significativo già a partire da pratiche quotidiane come parlare o scrivere in una lingua che non è la nostra, dove spesso ci si confronta con la difficoltà di esprimere determinati concetti nella loro totalità perché non esiste un corrispondente esatto. In contesti plurilinguistici, invece, si tende ad acquisire una certa abitudine ad attingere alle diverse lingue utilizzando di volta in volta quella che si presta meglio. La preoccupazione di utilizzare una parola piuttosto che un’altra deriva dal fatto che la lingua veicola messaggi ben precisi, ma soprattutto riflette specifici elementi storici e codici culturali.

La vocazione interstiziale dell’antropologia culturale e la mediazione etnoclinica come lavoro di rete tra I servizi.

Il progetto di uno “sportello di mediazione etnoclinica” a Biella a cura di Eleonora Spina, antropologa culturale.

L’ultimo intervento di CONdiVISIONE parte dal racconto di un’esperienza vissuta e da un progetto che ramodoro ha particolarmente a cuore.


Per presentare la maniera in cui tento di fare antropologia lavorando come mediatrice etnoclinica – che è poi la forma in cui personalmente provo a calare le teorie antorpologiche nella concretezza di una pratica professionale quotidiana, con tutte le mediazioni e compromessi che quest’operazione esige – non posso che cominciare dalla storia di un altro, mantendomi così fedele a quell’intuizione dell’antropologia per cui non si conosce se stessi se non nella relazione dialettica, spesso faticosa ed accidentata, con l’altro da sè.

Il protagonista della vicenda è un uomo maliano che nel 2008 lascia il suo villaggio per cercare lavoro in una grande e conosciuta città del Nord, Gao, non distante dal confine col Niger. Quando nel 2012 la regione diventa teatro dei cruenti scontri assurti agli onori della cronaca internazionale, anche il nostro uomo è fatto oggetto di violenze ed è costretto ad assistere impotente ai soprusi inflitti ad una delle due mogli. A seguito di questo episodio fugge dal Paese e, dopo un viaggio estremamente lungo ed accidentato, raggiunge infine la Libia. Qui, dopo mesi di detenzione nelle famigerate carceri libiche, riesce ad imbracarsi e a raggiungere l’Italia

“Chi ama brucia”

Quando un’antropologa sale sul palcoscenico

Da tempo mi affascina l’idea che la ricerca scientifica debba trovare il modo di comunicare, di rivolgersi ad un vero pubblico. Inoltre penso che il teatro debba nutrirsi di ciò che realmente accade nel mondo, della contemporaneità, e abbia il dovere di illuminarne gli angoli scuri. Allo stesso tempo mi sembra che il teatro (che intendo come ricerca sull’umanità), abbia bisogno e debba avvicinarsi il più possibile ad una scienza, al suo tentativo metodologico di onestà ed esattezza, o perlomeno debba tentare di dire delle cose “vere”. Da questa consonanza e dalla necessità di dare corpo ad un materiale che sento il dovere di rendere pubblico nasce lo spettacolo “Chi ama brucia. Discorsi al limite della Frontiera”. (Alice Conti)

“Chi ama brucia. Discorsi al limite della frontiera” è lo straordinario spettacolo di Alice Conti, attrice e regista, ma non solo. Nel 2012 si laurea in Antropologia culturale, con una tesi sul C.I.E. (Centro di Identificazione e di Espulsione per stranieri) di Torino, dove conduce una ricerca etnografica i cui risultati prenderanno non solo una forma scritta, ma anche teatrale.

Il prodotto finale è una performance potente come un pugno nello stomaco, del resto, ciò che l’antropologo indaga, osserva e vive sul campo provoca spesso e volentieri proprio quella sensazione. L’antropologia analizza la realtà, quella vera, non quella immaginata e cerca di interpretarla, spiegarla e restituirla al pubblico nella maniera più onesta e precisa possibile. Pratica fondante della disciplina è una metodologia rigorosa basata sull’osservazione partecipante, su interviste di tipo qualitativo, sulla permanenza prolungata del ricercatore sul campo, e la trasposizione di tutto ciò in rappresentazione teatrale, in “Chi ama brucia” ha un impatto davvero notevole.

Smarrire la strada

Appena il tempo di rispondere e colgo immediatamente una nota di allarme nella voce della mia amica e collega all’altro capo del filo: senza troppe premesse e in maniera piuttosto concitata, come chi ha bisogno di condividere uno spinoso grattacapo, mi riferisce che una delle “ospiti” del centro dove lavora negli ultimi giorni ha dato segnali di una confusione mentale impossibile da imputare solamente allo stress del viaggio recente e dell’arrivo in un contesto per lei del tutto alieno.

Quella parola, “ospite”, così come le altre che con essa sembrano formare la corolla di un fiore delicato e gentile – “beneficiari”, “accoglienza”, “asilo”, ecc…-, mi lascia sempre in bocca il retrogusto amaro di una verità non detta. E mi richiama automaticamente alla mente quell’altra parola, così tagliente e impregnata di echi storici per noi dolorosi, con la quale gli abitanti dei centri di accoglienza definiscono testardamente gli spazi dove languono le loro esistenze bloccate: “campi”… Anche il linguaggio è un terreno in cui si consuma una lotta estenuante di potere, innanzi tutto il potere di dire la propria verità. Mentre penso a questo, la collega mi riferisce per sommi capi la vicenda di O., una delle pochissime donne arrivate a Biella ed alloggiate presso strutture di accoglienza straordinaria. L’unica cosa certa è che non esiste niente di certo su questa giovane poco incline alle confidenze e dallo sguardo impenetrabile: quando si parla di lei, è tutto un susseguirsi di “forse”, “crediamo”, “ha detto che..”. Ancora una volta, il linguaggio rivela più di quanto si vorrebbe: un procedere a tentoni, nel buio, su un terreno scivoloso e irto di accidenti. O. è un mistero fitto e lo rimarrà fino alla fine, una parete liscia e senza appigli contro cui si infrangeranno tutti i tentativi di capire, di ricostruire e anche di intervenire in suo favore in maniera efficace.

Piccolo lessico del grande esodo

Ottanta lemmi per pensare la crisi migrante.

Qualche giorno fa è stato presentato in tutta Italia il Dossier Statistico Immigrazione 2017una raccolta di dati consistente che restituisce l’immagine di un mondo in cui il numero di migranti è in costante aumento (253 milioni nel 2017, si prevede saranno 469 milioni nel 2050). Strumento essenziale per la comprensione del fenomeno, i numeri sono utili nel comprendere le tendenze che i movimenti migratori assumono, ma non restituiscono la consistenza di un fenomeno complesso che mette in crisi e turba il nostro sentire sociale:

“Fuori da ogni compiacimento ed esotismo, e ben prima di kalashnikov e attentati, il mondo che arriva a casa nostra ci scombina, ci turba, rimescola le carte. Rimette in gioco l’antico fantasma dell’incertezza. Ciò che in fondo non quadra è che il migrante, il rifugiato, con tutta la sua diversità, è umano quanto noi. Ha le nostre stesse aspirazioni al bene e al benessere e arroccamenti sul proprio ethos non dissimili ai nostri. Ha persino i nostri stessi difetti. La sua presenza ci fa sentire doppiamente in pericolo: egli riflette la nostra stessa vulnerabilità umana e al contempo, poiché sappiamo di vivere con più agio, il suo arrivo ispira il timore che qualcosa ci sarà tolto.” (Dubosc, Edres, 2017, p. 7).

Chiedo il permesso – alla scoperta degli autori

Foto di Cesar Dezfuli

“Centro di accoglienza: occorre pronunziare lentamente queste parole per comprendere, al di là delle trame logore del senso comune e del loro uso ‘impersonale’ nel gergo burocratico e amministrativo, i molti, originali, significati che esse contengono.
Centro e accoglienza sono oggi “termini – teatro” in cui concretamente si rappresentano l’elaborazione del nostro passato di popolo di migranti, le forme che definiscono e qualificano la nostra cultura civile, i modi con cui diamo attuazione ai valori fondativi di una repubblica democratica ed europea, la coerenza tra principi religiosi e laici e i comportamenti.”

dalla premessa di “Chiedo Permesso”

Venerdì 6 ottobre ore 18.00 verrà presentato a Biella presso Palazzo Ferrero il libro “Chiedo permesso”. Il volume introduce le persone, le storie e i silenzi dei centri di accoglienza per richiedenti asilo del Biellese.

orientarci/si

Abbiamo deciso di inaugurare “orientarci/si” con una performance a partecipazione collettiva poiché riteniamo che alcuni linguaggi siano in grado più di altri di “parlare” in modo efficace. L’arte, nelle sue tante forme e declinazioni, come sottolinea F. Schott-Billmann, da un lato di ex-prime (preme fuori, esprime) e dall’altro im-pressiona (preme dentro, im-prime), produce shock estetico e proprio per questo favorisce il processo trasformativo.

Quindi per presentarci come associazione che tenta il dialogo tra più ambienti disciplinari, abbiamo deciso di partire dall’esperienza, prima che dalla teoria. L’esperienza vissuta e condivisa dai partecipanti ha preceduto il tempo dedicato agli interventi verbali, volti a narrare ciò che ci muove e a dare voce ad alcuni membri che hanno portato la loro testimonianza rispetto all’uso che si può fare dell’antropologia fuori (e anche dentro) l’accademia.

SESSO-OSSESSO (anche quando omesso)

Foto: Gigi Piana |ricerca_d_identità|

La sessualità dei migranti nel dispositivo della migrazione

Inizierò con una domanda. Una domanda del tutto sincera, priva di qualsiasi retorica, e che dunque resta sospesa, in attesa desiderante se non proprio di una risposta definitiva, quantomeno di un’interlocuzione: è possibile parlare oggi di un emergente “dispositivo della migrazione”? E’ possibile che questo sia uno di quei dispositivi che qualifica l'”attuale”, definito da Deleuze (2007) nei termini di “ciò che stiamo diventando, cioè l’Altro, il nostro divenir-altro”?

In attesa che qualcuno mi dia il suo parere in merito, così, a mo’ di divertissment intellettuale, fingerò per un attimo che il quesito sia una pacifica affermazione, che sia cioè appurato e riconosciuto che sì, esiste un “dispositivo della migrazione”, nell’accezione peculiare che Foucault conferisce al termine, ossia, lo ricordiamo, “un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche”.

Nomadi nostro malgrado

Foto: Mareo Rodriguez (Colombia) installazione “Emerging Topographies” Artenelbosco, Santuario di Banchette (BI)

Dello spazio, delle relazioni e della molteplicità.

Da anni, un po’ per lavoro e un po’ per passione, coltivo due interessi: l’Africa e il Piemonte meridionale. Spesso, come in questi ultimi mesi, questi due paesaggi mi tengono occupata in modo parallelo. Il Kenya (dove ho condotto le mie ricerche) e le colline della provincia cuneese (dove abito e lavoro) sono due spazi che mi interrogano sulla mia identità e sulle mie appartenenze. I «ritmi» e le «atmosfere», così come De Boeck ha descritto la la «misticità» che permea gli spazi urbani africani e la loro atmosfera sincopata, sospesa, inattesa ed eccessiva allo stesso tempo (De Boeck 2015), riguardano la relazione profonda che, sin dalla nascita, instauriamo con i luoghi.