Essere antropologa: voci fuori dal campo

Le foto di questo post sono state scattate durante la ricerca di campo di Marta.
Coloro che compaiono nelle immagini sono persone con cui Marta ha vissuto e suoi interlocutori durante la ricerca.

Premetto che questo pezzo non ha nulla di scientifico. È piuttosto un flusso di coscienza. Non sono Lara Croft, sono antropologa. Innanzitutto Lara Croft è archeologa, e questa è una prima questione da chiarire vista la confusione di molti in merito alla differenza tra archeologia e antropologia. Per intenderci, non mi occupo dei morti ma dei vivi. In secondo luogo, il mio lavoro sul campo non consiste in funamboliche esplorazioni di luoghi sperduti in cui sarei solita aggirarmi furtiva in tenuta mimetica e armata di arco, frecce e pugnali per difendermi da attacchi nemici. No. Che sia in Africa o altrove, il mio è un lavoro di ricerca approfondita e di osservazione partecipante, fondata sull’abitare i luoghi oggetto di studio e sul costruire relazioni di empatia con le persone che quei luoghi li abitano dall’alba dei tempi.

Letture sul campo: Il giovane antropologo

Spesso in antropologia si privilegia l’insegnamento della teoria piuttosto che la discussione sulla metodologia di campo, tanto che anche Margaret Mead non si sentiva esattamente pronta per la sua prima ricerca sul terreno.

Da allora sicuramente molto è cambiato nella didattica dell’antropologia, ma la prima esperienza di campo è ancora percepita come un rito d’iniziazione da affrontare con coraggio, entusiasmo e un pizzico di incoscienza!

Ecco allora un consiglio per una lettura da fare prima, durante o subito dopo il campo: “Il giovane antropologo (Appunti da una capanna di Fango)” di Nigel Barley.

Confessioni dal campo: quando si ama l’informatore

Le scuole antropologiche hanno spesso privilegiato le discussioni sulle modalità della conoscenza, dell’interpretazione e della scrittura etnografica rispetto alle riflessioni sul metodo etnografico. Durante gli anni universitari ci si forma sulla seconda fase del lavoro dell’antropologo, la scrittura, molto più che sulla prima fase, la ricerca, e lo studente purtroppo se ne rende conto troppo tardi: quando si trova da solo sul campo alle prese con un guazzabuglio di emozioni.

Non a caso, la prima ricerca di campo è diventata un topos letterario, metaforicamente un rito di iniziazione, con la fase di preparazione, i riti preliminari al viaggio, il margine con i riti liminari e l’incontro etnografico vero e proprio, ed infine la fase di riaggregazione alla società di partenza.