Oasi – Lettere dal deserto di Gibson

Il popolo Ngaanyatjarra ha per lungo tempo abitato una fra le zone del pianeta più inospitali all’uomo e lo ha fatto con risultati a dir poco sorprendenti. Uno degli elementi essenziali a questo successo è stato senz’altro la mobilità, l’essere semi-nomadi, lo spostarsi regolarmente seppur (o a maggior ragione) mantenendo un forte attaccamento e legame alla propria terra.

Questa tendenza alla mobilità caratterizza ancora oggi i gruppi di quest’area, che in varie misure si spostano regolarmente, nonostante le avversità ambientali e le difficoltà economiche, mostrando uno scarso attaccamento ai beni materiali e allo stile di vita sedentario. Per esempio: dopo un lutto si abbandona la propria abitazione e ci si stabilisce in una nuova; ci si sposta dalla comunità alla città e viceversa per ragioni amministrative, di salute, di svago, ecc. (a volte non si fa ritorno alla comunità per settimane o mesi); o semplicemente si va a caccia e si campeggia nel bush (steppa o deserto) per qualche giorno. In tutto ciò ci si lascia alle spalle ogni cosa che non sia indispensabile all’occorrenza, al viaggio, nell’immediato. Molti oggetti vengono smarriti e spesso si fa rientro con veicoli, equipaggiamento e strumenti differenti. Fino a non molto tempo fa, gli spostamenti erano più complessi e faticosi rispetto al presente. La mobilità seguiva traiettorie ben precise, funzionali alla vita sociale e molto delicate in termini di sopravvivenza. Queste vie non erano percorse dagli Yultju (automobili, generalmente Toyota 4×4), ma camminando.

Fenice – Lettere dal deserto di Gibson

Nelle terre Ngaanyatjarra è da poco terminata la stagione degli incendi controllati. Inizia a fare molto caldo ed il tasso di umidità rasenta lo zero. Diventa sempre più semplice appiccare un fuoco quanto più complicato estinguerlo.

Io ho goduto solo in parte dell’esperienza di questa attività stagionale, in quanto sono entrato da poco a far parte del gruppo dei bush rangers. Spero di rifarmi l’anno prossimo. Tuttavia ho speso abbastanza tempo “out bush” (fuori, nel deserto) durante questa particolare fase del programma Working on Country per iniziare a comprenderne la portata.

26 Gennaio – Australia Day?

Il 26 Gennaio 1788 il Capitano Arthur Phillip prese formalmente possesso della colonia del New South Wales, innalzando per la prima volta la bandiera britannica sul suolo australiano, nella Baia di Sydney. Per i successivi cento anni circa, quel giorno fu conosciuto come il giorno dello “Sbarco”, “l’Anniversario” o “la Fondazione”. Nel 1946 il Commonwealth ed i governi di tutti gli Stati australiani si accordarono per l’unificazione delle celebrazioni nazionali nel giorno 26 di Gennaio e lo chiamarono “Australia Day”. Nel 1979 venne fondato il National Australia Day Council, un organo che ancora oggi ha il compito di invitare l’opinione pubblica ad una riflessione più profonda riguardo i traguardi raggiunti dalla nazione e ciò di cui bisogna essere fieri, nonché pensare quale possa essere la via (etica, ma soprattutto economica e socio-politica) migliore per lo sviluppo futuro dell’Australia. Il giorno divenne festa nazionale nel 1994.

Chatwin, i canti e le vie – Prima Parte

Comunità e fratellanza: pensare la terra attraverso una parentela spirituale “senza limiti”

Prima parte

Certamente avrete sentito parlare di Bruce Chatwin e del suo popolarissimo scritto Le Vie dei Canti. Di seguito potrete trovare alcuni estratti del libro, arricchiti da altre fonti e alcune riflessioni personali sviluppate durante il mio percorso di studi. Il tutto al fine di dare un rapido sguardo ad uno degli elementi più suggestivi riguardanti i popoli dell’Australia indigena: il legame con la terra.