L’Ex MOI e il diritto alla festa

Domenica di primavera precoce a Torino il 10 marzo 2019.

Le domeniche danzanti all’ex Moi sono sempre una grande incognita. Sui social l’evento esce qualche giorno prima. E’ un gioco di passaparola e, alla maniera di un flash mob, si parte e si va, senza sapere con esattezza fino all’ultimo momento chi e quanti saranno i partecipanti, tra cittadini torinesi e abitanti delle palazzine. Gli occupanti sono persone di provenienza varia che non hanno ottenuto ancora il loro lascia-passare…o il loro “lascia-stare” – una possibilità di andare, una possibilità di stare. Persone che hanno trovato un luogo da abitare, che rischia di diventare un non-luogo: dentro la città, ma un po’ fuori, periferico nel pensiero e nella pratica, ritenuto quasi inaccessibile a molti cittadini che non lo conoscono, o che, se lo conoscono, tendenzialmente lo evitano.

La prima volta che sono entrata all’ex MOI è stato grazie al prezioso contatto con due volontari particolarmente attivi, un’insegnante e un collega antropologo che ha scelto una militanza attiva con le persone che abitano nelle palazzine. Era il 18 novembre dello scorso anno, il MOI si mobilitava e organizzava una festa a ingresso libero per invitare i cittadini a mettere il naso in un luogo spesso idealizzato, ma negativamente. La finalità dell’iniziativa era manifestare il dissenso alle operazioni di sgombero, una soluzione istituzionale frequente nella nostra città per rispondere a problematiche sociali troppo complesse, per punire povertà ritenute colpevoli. Con una collega dell’associazione MAC – movimentoartecreatività, compagna di diverse iniziative per l’inclusione e la partecipazione sociale attraverso gli strumenti della Danzamovimentoterapia Espressivo-Relazionale®, siamo state invitate e abbiamo deciso di partecipare portando proprio la danza, ciò che più ci rappresenta e ci appassiona. Il motto della giornata era DA QUI NON CE NE ANDIAMO, ANZI CI BALLIAMO!

Oasi – Lettere dal deserto di Gibson

Il popolo Ngaanyatjarra ha per lungo tempo abitato una fra le zone del pianeta più inospitali all’uomo e lo ha fatto con risultati a dir poco sorprendenti. Uno degli elementi essenziali a questo successo è stato senz’altro la mobilità, l’essere semi-nomadi, lo spostarsi regolarmente seppur (o a maggior ragione) mantenendo un forte attaccamento e legame alla propria terra.

Questa tendenza alla mobilità caratterizza ancora oggi i gruppi di quest’area, che in varie misure si spostano regolarmente, nonostante le avversità ambientali e le difficoltà economiche, mostrando uno scarso attaccamento ai beni materiali e allo stile di vita sedentario. Per esempio: dopo un lutto si abbandona la propria abitazione e ci si stabilisce in una nuova; ci si sposta dalla comunità alla città e viceversa per ragioni amministrative, di salute, di svago, ecc. (a volte non si fa ritorno alla comunità per settimane o mesi); o semplicemente si va a caccia e si campeggia nel bush (steppa o deserto) per qualche giorno. In tutto ciò ci si lascia alle spalle ogni cosa che non sia indispensabile all’occorrenza, al viaggio, nell’immediato. Molti oggetti vengono smarriti e spesso si fa rientro con veicoli, equipaggiamento e strumenti differenti. Fino a non molto tempo fa, gli spostamenti erano più complessi e faticosi rispetto al presente. La mobilità seguiva traiettorie ben precise, funzionali alla vita sociale e molto delicate in termini di sopravvivenza. Queste vie non erano percorse dagli Yultju (automobili, generalmente Toyota 4×4), ma camminando.

con_fini di lucro

Oggi, Venerdì 29 Giugno a Biella si inaugura la seconda edizione del Festival Viaggio – Orizzonti, Frontiere, Generazioni.

L’evento si apre con una conferenza sul tema “Viaggi e Migranti” con Domenico Quirico, giornalista de La Stampa Torino, presso il Palazzo Ferrero Miscele Culturali.

A partire dalle ore 19:00 invece si inaugurano le mostre degli artisti che partecipano all’evento, tra cui Imer Guala, Vincenzo Tabacco, Giorgio Maria Griffa e il nostro Gigi Piana.

Antropologia e progetti per l’umanità: come noialtri possiamo costruire società sostenibili e persone libere.

 Spunti da “La cultura ci rende umani. Movimenti, diversità e scambi” (Utet, 2018) 

Marta Mosca, antropologa culturale e autrice di uno dei saggi raccolti nel volume “La cultura ci rende umani” ha curato il terzo intervento di CONdiVISIONE.


Come si coniuga l’antropologia con la costruzione di un’umanità più equa? Le dinamiche e gli eventi che caratterizzano i nostri tempi non sono sempre di facile comprensione, e proprio per questo motivo emergono interpretazioni semplicistiche e stereotipi che tendono a deformare la realtà dei fatti. La contemporaneità dunque, così complessa, richiede con una certa urgenza un approccio antropologico, vale a dire, un approccio che tenga conto prima di ogni altra cosa dell’essere umano in quanto tale e che dovrebbe essere adottato in diverse sfere del sociale: l’istruzione, il lavoro, la sanità, le politiche sociali. Ma come si fa a tenere conto dell’uomo prima di ogni altra cosa?

CONdiVISIONE – la performance in 20 foto

Fare antropologia, oltre che pensarla e teorizzarla, è l’idea guida che ci ha spinto a costituirci come associazione. Un’antropologia che si occupi di fornire degli strumenti di lettura e, in seconda battuta, di intervento rispetto alle problematiche del nostro quotidiano. Per questa ragione abbiamo deciso di inaugurare l’evento di ramodoro, “CONdiVISIONE“, con una performance a partecipazione collettiva.

L’arte è uno strumento espressivo in grado di produrre uno shock estetico e favorire il processo trasformativo. Come per l’antropologia, anche per l’arte si tratta di un “fare” per trasformare, per indurre ad una riflessione e a una riflessività, quella capacità di riflettere anche su se stessi. ramodoro intende l’arte nel suo valore primigenio, che è politico: arte per la comunità, arte per educare, arte per curare, arte per canalizzare conflitti e creare spazi di partecipazione condivisa.

Ecco allora che CONdiVISIONE ha preso le mosse dall’esperienza corporea per poi arrivare in un secondo momento al confronto teorico e al dialogo verbale con il pubblico.

Abbiamo voluto giocare con l’idea di confine, a partire da una suggestione materica e tangibile.

Idee che vale la pena diffondere

Spunti per un’antropologia virale

Tutti conoscono i TED talk, il progetto nato nel 1984 come conferenza sui temi della tecnologia, intrattenimento e design, oggi è diffuso in tutto il mondo grazie al suo stile: video brevi della durata di una ventina di minuti che presentano un’idea “che vale la pena diffondere”.

Domenica 19 Novembre si è tenuto a Monaco di Baviera un TEDx, dove x significa che l’evento è organizzato in modo indipendente da un’associazione locale, ma comunque sotto la licenza TED e quindi rispettando il tipico formato. Tra i temi trattati: salute mentale, educazione sessuale e migrazioni, pertanto ho deciso di prendervi parte. Anche se tra gli speaker non compariva alcun antropologo eccomi qui a scriverne.

Fenice – Lettere dal deserto di Gibson

Nelle terre Ngaanyatjarra è da poco terminata la stagione degli incendi controllati. Inizia a fare molto caldo ed il tasso di umidità rasenta lo zero. Diventa sempre più semplice appiccare un fuoco quanto più complicato estinguerlo.

Io ho goduto solo in parte dell’esperienza di questa attività stagionale, in quanto sono entrato da poco a far parte del gruppo dei bush rangers. Spero di rifarmi l’anno prossimo. Tuttavia ho speso abbastanza tempo “out bush” (fuori, nel deserto) durante questa particolare fase del programma Working on Country per iniziare a comprenderne la portata.

Piccolo lessico del grande esodo

Ottanta lemmi per pensare la crisi migrante.

Qualche giorno fa è stato presentato in tutta Italia il Dossier Statistico Immigrazione 2017una raccolta di dati consistente che restituisce l’immagine di un mondo in cui il numero di migranti è in costante aumento (253 milioni nel 2017, si prevede saranno 469 milioni nel 2050). Strumento essenziale per la comprensione del fenomeno, i numeri sono utili nel comprendere le tendenze che i movimenti migratori assumono, ma non restituiscono la consistenza di un fenomeno complesso che mette in crisi e turba il nostro sentire sociale:

“Fuori da ogni compiacimento ed esotismo, e ben prima di kalashnikov e attentati, il mondo che arriva a casa nostra ci scombina, ci turba, rimescola le carte. Rimette in gioco l’antico fantasma dell’incertezza. Ciò che in fondo non quadra è che il migrante, il rifugiato, con tutta la sua diversità, è umano quanto noi. Ha le nostre stesse aspirazioni al bene e al benessere e arroccamenti sul proprio ethos non dissimili ai nostri. Ha persino i nostri stessi difetti. La sua presenza ci fa sentire doppiamente in pericolo: egli riflette la nostra stessa vulnerabilità umana e al contempo, poiché sappiamo di vivere con più agio, il suo arrivo ispira il timore che qualcosa ci sarà tolto.” (Dubosc, Edres, 2017, p. 7).

Il bosco di Diana compie un anno

Esattamente un anno fa ebbe inizio il progetto editoriale di ramodoro con l’ambizioso obiettivo di far conoscere l’antropologia al di fuori della cerchia degli specialisti.

52 articoli pubblicati in 12 mesi sono per il piccolo team dell’associazione una grande soddisfazione! Grazie soprattutto alla nostra pagina Facebook, che da qualche settimana conta oltre mille followers, gli articoli ricevono un buon numero di visualizzazioni, ma naturalmente c’è ancora spazio per crescere e diffondere ancora di più il sapere antropologico.

Hikikomori

Foto: HIKIKOMORI night. Flickr/Hiroh Satoh

Del fenomeno Hikikomori / ひきこもり or 引き籠り (ragazzi che si auto-escludono dalla vita sociale mediando il contatto con la realtà attraverso Internet) se ne parla ora anche in Italia, dopo le prime osservazioni effettuate in Giappone e Corea. La Dott.ssa Carla Ricci, antropologa e ricercatrice presso l’Università di Tokyo, lavora da tempo al fenomeno ed è autrice di molteplici opere a riguardo.