Foto: Mareo Rodriguez (Colombia) installazione “Emerging Topographies” Artenelbosco, Santuario di Banchette (BI)

Dello spazio, delle relazioni e della molteplicità.

Da anni, un po’ per lavoro e un po’ per passione, coltivo due interessi: l’Africa e il Piemonte meridionale. Spesso, come in questi ultimi mesi, questi due paesaggi mi tengono occupata in modo parallelo. Il Kenya (dove ho condotto le mie ricerche) e le colline della provincia cuneese (dove abito e lavoro) sono due spazi che mi interrogano sulla mia identità e sulle mie appartenenze. I «ritmi» e le «atmosfere», così come De Boeck ha descritto la la «misticità» che permea gli spazi urbani africani e la loro atmosfera sincopata, sospesa, inattesa ed eccessiva allo stesso tempo (De Boeck 2015), riguardano la relazione profonda che, sin dalla nascita, instauriamo con i luoghi.

Michel Foucault (1984) scriveva: «la grande ossessione che ha assillato il XIX secolo è stata, come è noto, la storia: temi dello sviluppo o del blocco dello stesso, temi della crisi e del ciclo, temi dell’accumulazione del passato, grande sovraccarico di morti, il raffreddamento che minacciava il mondo. E nel secondo principio della termodinamica che il XIX secolo ha trovato gli elementi essenziali delle sue risorse mitologiche. Forse quella attuale potrebbe invece essere considerata l’epoca dello spazio. Viviamo nell’epoca del simultaneo, nell’epoca della giustapposizione, nell’epoca del vicino e del lontano, del fianco a fianco, del disperso.Viviamo in un momento in cui il mondo si sperimenta, credo, più che come un grande percorso che si sviluppa nel tempo, come un reticolo che incrocia dei punti e che intreccia la sua matassa […]».

Benché nobilitata dalle riflessioni heideggeriane sull’abitare e sulla relazione tra spazio e luogo, la dimensione spaziale della nostra esperienza dell’essere-al-mondo è, in realtà, ancora trattata con diffidenza perché pensate come pericolosamente vicina a  posizioni conservatrici e reazionarie o pratiche politiche di esclusione.

Il senso di appartenenza ad un luogo ha a che fare con l’esperienza che di esso abbiamo e con le relazioni con cui intessiamo gli spazi che “pratichiamo”. Un certo grado di condivisione delle mappe dello spazio che viviamo o che attraversiamo è necessaria. Ognuno contribuisce alla costruzione delle mappe dei luoghi, confermando o modificando le tracce e i percorsi segnati da altri. Non di meno, «comunità di significato» producono sentimenti di appartenenza («belonging») che ci guidano nei tortuosi processi di costruzione delle nostre identità (Cohen 1985). Ogni luogo nasconde e custodisce pratiche ed esperienze che lo rendono caro a qualcuno e oggetto di mappe condivise che concorrono alla creazione delle comunità. Pensiamo, per esempio alla panchina nel parco sotto casa, alla fontana nella piazza del paese o a tutti quegli elementi che riconosciamo nello spazio e rendono lo spazio riconoscibile e, per questo, caro o denso di significati. Le mappe condivise si costruiscono attorno al reticolo infinito delle traiettorie delle esistenze di coloro che “praticano” i luoghi. Percorsi e passi si intrecciano creando tessuti di relazioni fatti di fili e di nodi che ritagliano e definiscono superfici (Ingold 2007) restituendo una realtà che è sempre più complessa. I nostri spazi di attività  si allungano su distanze sempre maggiori e i nostri immaginari – i nostri etnorami, per citare Appadurai (1996) – si nutrono di discorsi e narrative dalla duplice natura globale e locale.

Foto: Mareo Rodriguez (Colombia) installazione “Emerging Topographies” Artenelbosco, Santuario di Banchette (BI)

Apparteniamo ai luoghi o i luoghi ci appartengono? Siamo sollecitati da forze centrifughe e centripete. Dall’imperativo alla mobilità e alla circolazione (di beni e persone) e da quello alla nostalgia della comunità ancestrale e delle radici (in questo senso la narrativa degli “italiani all’estero” e dei “cervelli in fuga” è indicativa di una sorta di discrepanza tra l’orgoglio di chi ce l’ha fatta nell’altrove globale e la nostalgia – reale e spesso dolorosa – di mamma Italia). Riflettere sullo spazio che abitiamo (o che percorriamo) è essenziale per far fronte a panorami sociali in continua evoluzione e con una dimensione spaziale tanto preponderante quanto intangibile.

La geografa Doreen Massey nel suo For Space (2005) offre alcuni spunti che sembrano fare al caso nostro e si basano su tre assunti fondamentali: lo spazio come il prodotto di interrelazioni, formato attraverso le interazioni (sia quelle globali sia quelle dello spazio infinitamente piccolo delle nostre intimità); lo spazio come sfera della molteplicità, reame della pluralità contemporanea in cui traiettorie e percorsi distinti coesistono; infine, lo spazio come un qualcosa sempre in costruzione, frutto di «relazioni tra» necessariamente integrate nelle pratiche materiali e per questo mai finito, mai concluso.

Riflettere sulla dimensione spaziale delle nostre esistenze può essere un modo vincente per riappacificarci con l’eterno dissidio tra globale e locale, tra la vita dei social network e quella della provincia profonda o della periferia in cui molte esistenze vengono spese. Riconoscere che spazi e superfici riguardano le relazioni permette di riconoscere tre elementi essenziali del nostro rapporto con lo spazio: la contingenza, la non-finitezza, l’illusione del controllo.

Foto: Mareo Rodriguez (Colombia) installazione “Emerging Topographies” Artenelbosco, Santuario di Banchette (BI)

Frutto delle relazioni sociali, spazi e luoghi sono elementi necessariamente contingenti. Se guardate dalla prospettiva del «pedone» teorizzato da De Certeau (1980), le nostre città non sono più panorami ideali, pensati e immaginati (e anche riprodotti sulle mappe), ma acquistano la natura contingente delle pratiche. I luoghi esistono solo grazie alla quotidianità che in essi prende vita. Pratiche e relazioni sono strettamente legate al momento, alla temporalità e alla località. Tempo e spazio si condensano nelle nostre azioni e nella nostra quotidianità. Lo spazio non esiste senza il tempo e il binomio spazio-tempo, a sua volta, non esiste senza la molteplicità e la complessità delle relazioni. La dimensione spaziale delle nostre esperienze è per questo qualcosa di estremamente difficile da codificare. Allo stesso tempo, riconoscerne la contingenza è, in qualche modo, consolatorio. Lo spazio cambia, sempre e inesorabilmente. Piangiamo di fronte alle immagini dei borghi frantumati dal terremoto perché sotto quelle macerie ci sono le relazioni che hanno abitato quei luoghi. Piangiamo una socialità che non sarà più come prima, ma le relazioni possono – devono – sopravvivere al terremoto. Si parla di ricostruzione, quello che spesso sfugge è che deve essere una ricostruzione non solo degli edifici, ma anche delle relazioni che li abitano. Sono le interazioni a permettere agli spazi svuotati dall’emergenza di essere luoghi ri-abitati dalla quotidianità. Altri esempi “consolatori” della relazionalità dello spazio e dei luoghi vengono da quei piccoli paesi ri-abitati da stranieri le cui traiettorie esistenziali sono giunte fino alla provincia italiana. La contingenza, però, non lascia spazio a idee essenzialiste e localiste che millantano diritti di proprietà culturali o “genealogici” sui luoghi. I luoghi sono di chi li abita adesso, di nessun altro. Un ripensamento profondo dello spazio come mai finito, ma abitato dalle pratiche e dalle relazioni sarebbe un buon inizio per ripensare le narrative essenzialiste che vedono nei luoghi oggetti di proprietà di coloro che “sono arrivati prima”. Che dire dei vigneti di Barolo e Barbaresco coltivati dai braccianti di origine rumena, bulgara e macedone? E delle vie del centro in cui aprono bazar cinesi o kebabbari egiziani? Di chi sono questi spazi? A quali spazi appartengono (o vogliamo appartengano) coloro che, seguendo traiettorie e immaginari diversi, sono giunti nei nostri luoghi?

Foto: Mareo Rodriguez (Colombia) installazione “Emerging Topographies” Artenelbosco, Santuario di Banchette (BI)

L’essere umano, come sottolinea Tim Ingold (2000), non si limita a costruire, ma abita lo spazio. Passare da quella che lui chiama prospettiva del costruire ad una prospettiva dell’abitare, permette di riconoscere la natura relazionale dello spazio che ci circonda. Ingold, sottolineando che «l’aspetto della vita è che non comincia qui e finisce lì, ma continua sempre», ricorda innanzitutto che un ambiente non è mai dato, ma sempre in costruzione. Pensare lo spazio secondo la prospettiva dell’abitare, significa riconoscere che è attraverso il suo essere abitato, e non costruito formalmente, che il mondo diventa un contesto ricco di significato. L’altra faccia della medaglia è che «solo in quanto essi [gli uomini] abitano nel mondo, possono pensare i pensieri che pensano». Siamo di fronte ad un rapporto con lo spazio che ha le forme di un dialogo continuo, che riguarda relazioni che prendono forma e, a loro volta, danno forma allo spazio stesso. Pensare i luoghi in termini di relazioni sociali permette di riconoscere le molteplici vie che il nostro “abitare” il mondo può prendere e le implicazioni che ne derivano. Inoltre, indagando i modi dell’uomo di abitare spazi diversi, spinge a chiarire – una volta per tutte – che sì, «la località è la forma del possesso di un luogo da parte dei suoi abitanti e viceversa» (La Cecla 2000: 33), ma il rapporto dialogico con la “località” delle nostre vite è un qualcosa di contingente, soggetto ai nostri tentativi di “navigare” le acque precarie e imprevedibili della modernità.

L’imperativo dovrebbe essere quello di porre attenzione ai percorsi che ci portano nei luoghi. Dovremmo concentrarci sulla nostra natura di «wayfarers» (Ingold 2007), individui in movimento che lasciano tracce sul terreno nella forma di orme e sentieri. Possiamo dire di essere il nostro movimento, siamo noi stessi linee che avanzano in un processo in divenire di crescita e di auto-rinnovamento. Pensando lo spazio e le nostre esistenze in questi termini, le spinte centripete di cui siamo bersaglio – quelle di certi localismi e nazionalismi che tanto prendono piede nell’Europa dei giorni nostri – assumono significati e sapore diverso. Lo spazio non è fatto di punti su una mappa, tanto meno di linee tracciate su di essa (siano esse confini o muri). Lo spazio è quello che c’è tra un punto e l’altro, tra una linea e l’altra. La modernità ci impone di riflettere sul fatto che, sempre connessi a livello globale, non possiamo più pensare i luoghi come destinazioni o termine di viaggi che determinano la ri-entrata in un mondo dal quale, nel tempo del viaggio, eravamo momentaneamente usciti.

Foto: Mareo Rodriguez (Colombia) installazione “Emerging Topographies” Artenelbosco, Santuario di Banchette (BI)

Impossibile non pensare a coloro che sfidano le linee dei confini tracciati sulle mappe cartografiche e si mettono in viaggio nel tentativo, spesso disperato, di dare forma ad immaginari globali che non appartengono solo all’Occidente. Immaginari che parlano di mobilità e di molteplicità e che, inevitabilmente, si scontrano con gli spazi (dello stato nazione) concepiti come territori definiti da confini secondo cui si calcolano identità e appartenenze. Nomadi nostro malgrado, condividiamo con l’umanità dislocazioni e traiettorie multiple che intessono spazi e luoghi e creano superfici a geometria variabile. Pensare lo spazio in termini relazionali, reame della molteplicità e luogo intessuto dei nostri percorsi, obbliga ognuno di noi a sentirsi «wayfarer» e a sentire proprie le istanze di chi rivendica il diritto di sentirsi parte dei luoghi (reali o immaginati) in cui, navigando le onde impetuose della modernità, è approdato.


Breve bibliografia di riferimento

Appadurai, A., 1996, Modernity at Large. Cultural Dimensions of Globalisation, University of Minnesota Press.

Cohen, A., 1985, The Symbolic Construction of Community, Routledge, London.

De Boeck, F., 2015, «“Divining” the city:rhthym, amalgamation and knotting as forms of urbanity» in Social Dynamics. A Journal of African Studies, 41:1

De Certeau, M., 1980, L’invention du quotidiane. I Arts de faire, Uge, Paris.

Foucault, M., 1984, Spazi altri. I luoghi delle eteroptopie, trad. it. Mimesi, Milano, 2008

Heidegger, M., 1954, Abitare costruire pensare, trad. it. in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976, 2010

Ingold, T.,  2001, «Abitare la cultura o costruire: come uomini e animali fanno del mondo la propria casa» in C. Grasseni e F. Ronzon (a cura di), Ecologia della cultura/Tim Ingold, Meltemi, Roma, 111-139.

2007, Lines: A Brief History, Routledge, London. La Cecla, F., 2000, Perdersi. L’uomo senza ambiente, Roma, Laterza.

Massey D. 2005, For Space, Sage, London.

Per le immagini si ringrazia Mareo Rodriguez.

 

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