L’uomo in movimento: schiavitù e lavoro

I movimenti dell’epoca coloniale

La scorsa tappa del nostro viaggio nella storia dei movimenti migratori ha toccato, seppur in modo molto superficiale, il doloroso capitolo delle migrazioni forzate di milioni di schiavi africani verso il “Nuovo Mondo”Con l’abolizione della schiavitù (siamo nella prima metà del XIX secolo) e il disperdersi del commercio di schiavi, nuovi flussi migratori presero vita tra i continenti e coinvolsero lavoratori “a contratto” che dall’Asia raggiungevano gli imperi coloniali. Chiamati coolies, essi erano parte di campagne di reclutamento di massa (spesso forzate) di lavoratori indiani e cinesi che venivano trasferiti da una parte all’altra dell’impero coloniale britannico per essere sfruttati come manodopera a basso costo.

Le autorità coloniali deportarono circa trenta milioni di persone dall’India.

Alcuni venivano prelevati dai Caraibi (soprattutto da Trinidad e Guyana) per sostituire gli schiavi emancipati nelle piantagioni di zucchero, altri venivano mandati nelle miniere, nelle piantagioni o impiegati nella costruzione delle linee ferroviarie in Malesia o nell’Africa orientale, mentre colonie britanniche minori quali Fiji e Mauritius furono terra d’approdo di coolies indiani.

Il nuovo metodo di sfruttamento della forza lavoro tra le popolazioni sottomesse al controllo imperiale si rivelò essere un vero e proprio nuovo sistema di schiavitù che permise all’impero coloniale britannico di espandersi e di sfruttare le materie prime di cui le colonie erano ricche.

 

I coolies cinesi portano i loro carichi. 1898, foto di John Thomson.

Un sistema parallelo di movimenti migratori di coolies proveniva dalla Cina ed era controllato soprattutto dagli olandesi. I coolies cinesi erano impiegati anche in altre parti del mondo come manodopera a basso costo. Dalla Malesia britannica al Sud Africa, dal nord America a Cuba e al Perù: lavoratori “a contratto” furono impiegati in circa cinquanta Paesi dalla maggior parte delle potenze coloniali.

Questo tipo di migrazione fu una sorta di via di mezzo (da un punto di vista sia storico sia tipologico) tra il commercio degli schiavi e i movimenti migratori che seguirono. I coolies erano, infatti, legati per lunghi periodi da doveri contrattuali duri e precisi, ma, a differenza degli schiavi, erano pagati. In ogni caso, sia le paghe sia le condizioni di lavoro erano spesso brutali e i lavoratori erano sottoposti a vessazioni e disciplina ferrea. Inoltre, queste forme di lavoro a contratto incarnavano appieno il principio coloniale del dividi et impera mettendo gli uni contro gli altri individui di fatto sottomessi e sfruttati.

Io, il sottoscritto … accetto le seguenti condizioni.

  1. Garantisco che il giorno seguente a questo mi imbarcherò per Havana sull’isola di Cuba su una qualsiasi nave indicata dal padrone sovra indicato.
  2. Impegnerò e sottometterò me stesso al lavoro nel Paese sovra indicato per un periodo di otto anni e intraprenderò ogni lavoro là comunemente condotto nei campi, nelle colonie o in ogni altro luogo verrò assegnato agli ordini della società coloniale o di ogni altra persona a cui verrà passato questo contratto.
  3. Il numero di ore che sarò obbligato a lavorare dipenderà dal tipo di mansione a cui sarò assegnato.

Esempio di contratto tratto da Potts, L., 1990, The World Labour Market, Zed Books Limited, London, p. 89

Nel mercato del lavoro globale emergente, i lavoratori a contratto potevano, infatti, venir “usati” per abbassare il costo della manodopera “libera” (spesso di schiavi emancipati).

Ci sarebbe molto da dire sui movimenti migratori che condussero moltissimi uomini e moltissime donne dal continente asiatico a quello americano. Le radici dei discorsi razzisti che hanno preso piede negli Stati Uniti di Donald Trump risiedono anche nella presenza asiatica nel Paese (come sostiene qui Igiabia Scego), così come parte del motore economico di molti Paesi africani è partito in epoca coloniale grazie al sacrificio di indiani e cinesi impiegati nella costruzione delle infrastrutture e negli apparati burocratici della colonia.

I movimenti migratori dovuti al commercio di schiavi e al cosiddetto lavoro a contratto concorsero alla nascita e allo sviluppo degli imperi economici globali controllati dalle potenze coloniali le quali crearono e perpetuarono uno sviluppo iniquo e irregolare tra parti diverse del globo. Benché, infatti, la schiavitù fosse un fenomeno conosciuto nelle società pre-capitalistiche, fu il sistema coloniale a integrarla con il lavoro salariato (a contratto) in un mercato del lavoro dominato dal capitale.

La storia dei movimenti migratori in epoca coloniale offre alcuni spunti per meglio comprendere le origini di molti tra i conflitti dell’era moderna. Le radici degli stereotipi razzisti diretti oggi contro i “nuovi migranti” spesso risiedono nel rapporto instaurato tra le potenze coloniali e le popolazioni ridotte da esse in schiavitù o sottoposte al controllo imperiale, mentre molte delle tensioni interetniche post-coloniali (come l’ostilità verso le popolazioni asiatiche in Africa orientale) derivano dalle divisioni introdotte dal lavoro salariato. Non vanno poi dimenticati gli effetti devastanti delle migrazioni sulle popolazioni indigene e il fatto che la loro distruzione fu parte integrante della costruzione di nuove identità nazionali.

Si dice che un capo indiano verso la metà degli anni Cinquanta del XIX secolo, dichiarò che il più grande errore commesso dalla sua generazione fu quello di non aver controllato l’immigrazione. Ripensando alla devastazione subita dalle società del Nord America per mano dei nuovi arrivati nel continente, non si può che simpatizzare con il capo indiano. Quando però la stessa idea viene riproposta dai leader politici di estrema destra e nella propaganda populista a cui stiamo purtroppo diventando avvezzi, si è sottoposti a un dilemma morale che richiede non poca attenzione e lucidità di analisi.

Per ora basti sottolineare che c’è una bella differenza tra il capo indiano e coloro che si fanno portavoce di istanze anti immigrazioniste nel nostro Paese e in Europa. Nei regimi coloniali, infatti, era il potere imperiale ad avere il controllo (su chi doveva andare dove, su quali terreni occupare, quali popolazioni andavano “spostate” e quali invece sterminate) e non i territori di immigrazione.  Oggi il controllo sui movimenti migratori è passato agli stati in cui arrivano i migranti. Sono gli stati nazione a determinare la scala e le dimensioni dei flussi migratori. Questo ribaltamento della struttura del controllo del mercato del lavoro globale è avvenuta nella seconda metà del XIX secolo, periodo a cui guarderemo nella prossima puntata.


L’Uomo in movimento è una serie di articoli pensati per ripercorrere insieme la storia delle migrazioni umane. Le precedenti puntate:

L’uomo in movimento
Un’introduzione al concetto di migrazione e l’inizio della storia dell’umanità, nonché inizio della storia delle migrazioni.

 

 

Mare Nostrum
Le migrazioni nel Mar Mediterraneo dall’antichità ai giorni nostri.

 

 

Il Nuovo Mondo e l’Oro Nero
La nuova fase delle migrazioni internazionali: le  migrazioni coloniali.

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