L’uomo in movimento: L’Irlanda, la patata e le coffin-boats

Foto: Smythe Richbourg/Flickr

Dopo aver guardato ai movimenti di lavoratori tra aree diverse dell’impero coloniale, torniamo nell’Europa del XIX secolo. In particolare, sbarchiamo in uno dei suoi angoli di confine: l’Irlanda.

L’Irlanda, con l’Italia, detiene il primato per il numero di migranti che, tra la seconda metà del XIX secolo e la prima del XX, lasciarono il proprio Paese in cerca di salvezza e fortuna nel continente americano. Nel più ampio panorama delle migrazioni internazionali dal Vecchio Continente, la vicenda irlandese assume le tinte di una delle peggiori tragedie, non solo della storia dell’isola, ma dell’Europa tutta. La Grande Carestia (1845-1852), infatti,  falciò circa un milione e mezzo di vite e determinò l’emigrazione di circa un milione di irlandesi. Per un Paese che nel 1845, prima della tragedia, contava otto milioni di abitanti, la Grande Carestia determinò mutamenti sociali ed economici di non poco conto e fece sì che le dimensioni della povertà, della morte e della partenza siano esperienza comune nelle storie della quasi totalità delle famiglie irlandesi. Inoltre, la memoria della tragedia ha animato un acceso dibattito storico e politico rispetto al ruolo che la Gran Bretagna ricoprì nel concorrere e “gestire” quella che fu una vera e propria catastrofe umanitaria.

Ai piedi del monte Croagh Patrick, sulla costa nord orientale dell’isola, una grande nave di ferro guarda la baia di Clew. Corpi scheletrici si allungano sul profilo dell’imbarcazione e ai piedi di tre alberi che si alzano verso il cielo. È il National Famine Monument, opera di John Behan (1997) in memoria dei milioni di irlandesi che persero la vita a causa della Grande Carestia e durante le traversate dell’Oceano Atlantico a bordo di quelle che venivano chiamate coffin-boats. Le navi-bara erano vecchie imbarcazioni, spesso in pessime condizioni, sovraccariche di uomini, donne e bambini che, debilitati dalla fame, accettavano di rischiare tutto – anche la vita – per sfuggire dalla terra natia e dalla morte quasi certa. Altre coffin-boats attraversano oggi altri mari e altri confini, altri monumenti ricorderanno ai nostri posteri altre morti. Ma prima di lasciarci andare a facili parallelismi con esodi più attuali, vale la pena fare un passo indietro e comprendere cosa causò l’emigrazione di massa di un’intera nazione.

Dipinto di Rodney Charman, Irish Coffin Ship, Below Deck, 1970.

Va innanzitutto ricordato che nell’Irlanda del XIX secolo gran parte dei fondi coltivabili apparteneva a proprietari terrieri, spesso inglesi, che richiedevano affitti molto alti a fronte di salari minimi alle migliaia di agricoltori che vivevano coltivando le loro terre. Costretti all’indigenza da un territorio non semplice da far fruttare e dallo sfruttamento dei latifondisti e del governo britannico, i contadini irlandesi prediligevano la coltivazione del prodotto che poteva dare loro le rendite maggiori con lo sforzo (economico e fisico) minore. Il prodotto più sostanzioso, facile da produrre e a buon mercato era la patata.

Introdotta nel Paese nel 1590, la patata cresce con facilità anche nei terreni poveri, si adatta bene ai climi umidi come quello irlandese ed è un cibo adatto a sfamare la popolazione sia umana sia animale. Dopo meno di un paio di secoli dall’arrivo del tubero in Europa, un terzo di tutto il terreno coltivabile irlandese era destinato alla coltura della patata e due terzi del raccolto erano destinati all’alimentazione umana. Alla metà del XIX secolo gli irlandesi mangiavano solo patate ogni giorno. Il tubero era, quindi, base e fondamento della sopravvivenza umana e animale nel Paese.

E se il raccolto fosse andato male?

Era già successo in passato che la produzione avesse subito drastici cali a causa di carestie o annate grame, ma era bastata un’annata buona per ristabilire lo status quo della sopravvivenza delle classi contadine. Per questo motivo, quando, nel 1845, il primo raccolto andò decisamente male, le autorità non si dettero la pena di preoccuparsi molto.

Sbagliavano.

Nel 1845 la situazione era molto più seria di quanto il governo britannico e gli irlandesi non immaginassero.

Il raccolto era stato completamente rovinato da una malattia causata dal fungo Phytofhora Infensians (peronospera) le cui spore, trasportate dall’aria, si diffusero facilmente facendo marcire le piante nei campi e le patate conservate nei magazzini. Il tenore di monocultura non aiutò di certo gli agricoltori che, avendo coltivato per lungo tempo una sola qualità di patata, videro andare compromesso l’intero raccolto di tutto il Paese. Inoltre, la perdita totale dei frutti dell’annata determinò la carenza di semi per i raccolti successivi, avviando una spirale di perdita in termini produttivi che si prolungò nel tempo.

Nel 1846 vennero piantate patate da seme scadente che, però, vennero letteralmente falciate dalla peronospera. Molti braccianti persero il lavoro visto che i proprietari terrieri non erano più in grado di pagarli. Il governo britannico avviò programmi di assistenza e lavori di pubblica utilità – pulizia di strada e rifacimento di muretti –  per i quali vennero assunti circa settecento mila braccianti che scambiavano la loro manodopera con vitto e alloggio. Nonostante i programmi assistenziali e l’apertura di workhouses – ospizi per indigenti – in molti non sopravvissero a questa prima ondata della crisi della patata.

Ma il peggio doveva ancora venire.

L’inverno tra il 1846 e il 1847 fu particolarmente rigido e impedì di fatto i lavori all’aperto. Gli enti governativi continuavano a distribuire cibo e aiuti alla popolazione prostrata dalla fame ma, dopo due anni di crisi, i fondi per l’opera di soccorso terminarono. Gli aiuti furono in ogni caso inadeguati a far fronte alla più grande carestia di cui si aveva memoria. Anzi, si può dire che il governo britannico fu tutt’altro che attento e pronto a intervenire in aiuto della popolazione irlandese. Lo stereotipo dell’irlandese – paddy – indolente e sfaccendato dominava ancora il discorso pubblico e politico e determinò un’azione governativa confusa. Se, infatti, una legge aveva permesso l’apertura di mense per i poveri, alcuni deputati della Camera dei Comuni si erano spinti a proporre di «abbandonare l’Irlanda all’azione delle cause “naturali”». In ogni caso, le esportazioni verso il Regno Unito non vennero fermate e sui diari di porto si legge che, per ogni nave attraccata in Irlanda con viveri e aiuti per i poveri, altre sei lasciavano l’isola cariche di grano e bestiame dirette in Inghilterra.

D’altro canto, i proprietari dei terreni che non davano più frutto erano assenti – spesso lontani dai loro latifondi – e indebitati e non smisero mai di pretendere il pagamento dell’affitto ai contadini ridotti alla fame, non solo dalla catastrofe naturale, ma anche dal giogo del rapporto di potere di cui erano vittime da secoli. I fittavoli inadempienti e sfrattati dai fondi si spostarono nei centri urbani dove, però, non trovavano nè lavoro nè casa. Per molte famiglie, la fuga dall’isola divenne la sola speranza di sfuggire alla miseria e alla morte.

Contadini sfrattati 1879.

Lo stillicidio di partenze verso la Gran Bretagna e gli Stati Uniti  iniziato nel XVIII secolo, si trasformò in un vero e proprio torrente di esseri umani in cerca di salvezza e fortuna oltremare. Durante i sei anni di carestia cinquemila navi percorsero i cinquemila chilometri di Atlantico che dividono le coste irlandesi dall’America del nord. Molte delle imbarcazioni erano vecchie navi negrerie riciclate per adempiere alle nuove necessità. Già utilizzate per il trasporto degli schiavi, le coffin-boats si riempivano nuovamente di uomini, donne e bambini. Spesso i passeggeri irlandesi non erano altro che il carico di ritorno delle navi cariche di merci provenienti dall’America. Cambiavano le rotte, cambiava il colore della pelle ma, possiamo presumere, le condizioni del viaggio poco differivano da quelle sopportate dalle vittime dei mercanti di schiavi. Sui ponti e nelle stive si ammassavano migliaia di passeggeri già debilitati e prostrati dalle condizioni di miseria da cui tentavano di fuggire. In molti persero la vita durante le traversate.

Chi sopravviveva al viaggio scriveva a casa raccontando le brutalità subite e le difficoltà affrontate. Nonostante le notizie poco incoraggianti che giungevano da oltremare, in Irlanda si continuava a partire e a investire tutto in un salto nel buio che aveva costi per molti proibitivi. Spesso solo uno o pochi membri di famiglie numerose potevano partire. In alcuni casi furono gli stessi proprietari terrieri a finanziare il viaggio dei fittavoli.

La migrazione fu forse l’unica via di salvezza per molti, ma ebbe costi altissimi in termini di relazioni famigliari e sociali spezzate e di vite perse prima, durante e dopo il viaggio.

Si stima che nel 1850 il 26% degli abitanti di New York fosse di origine irlandesi, la città contava più irlandesi della stessa Dublino. Nuove reti, nuove socialità vennero ricreate in terra straniera da un’intera nazione di immigrati. Ma questa è un’altra storia.

Sbarco della nave irlandese presso Ellis Island.

Chi restò in patria dovette affrontare nuove prove. Dopo due raccolti andati male, dopo gli sfratti e le gelate dell’inverno del 1946, fu la volta delle malattie. Epidemie di tifo, dissenteria e scorbuto si abbatterono su una popolazione prostrata e indebolita. A questo punto della storia ci si potrebbe convincere che peggio di così non potesse andare. Poteva, invece.

L’assoluta miopia nella gestione delle risorse determinò l’ennesima batosta. Oltre il danno, la beffa, quindi. Il raccolto del 1847 fu positivo. Incoraggiati da quello che sembrava il segnale della ripresa, i contadini irlandesi triplicarono i terreni coltivati a patate. Il tranello che la monocultura tende sempre, prima o poi, non si fece attendere. L’estate fu piovosa e la peronospera tornò a insidiare il raccolto. Fu la catastrofe. Per la terza volta in quattro anni, la produzione agricola era nuovamente in ginocchio e la situazione precipitò del tutto. Nel 1849, come se non bastasse, si aggiunse il colera che si prese trentasei mila vite. Le partenze verso altri luoghi nella speranza di costruire nuove vite, continuarono.

Dopo l’epidemia di colera, le cose incominciarono a cambiare e l’Irlanda iniziò a risalire, lentamente, la china. Il raccolto successivo fu buono e nuove leggi promulgate dal governo facilitarono le cose (i debiti contratti a causa della carestia furono annullati, per esempio). La peronospera continuava a minare le coltivazioni di patate, ma in modo minore e, comunque, non comparabile alle annate precedenti. Lentamente si tornò alla normalità, sempre che normale si possa definire la situazione dell’unico Paese europeo che non vide crescere la propria popolazione nel XIX secolo  e che, anzi, passò in meno di dieci anni da otto milioni e mezzo di abitanti a sei (quattro milioni all’inizio del XX secolo).

Più ancora dei cinque secoli di dominazione inglese, la Grande Carestia ebbe ripercussioni evidenti sulla cultura e la società irlandese, prima fra tutte la perdita dell’uso della lingua gaelica.

La nave abitata da scheletri che domina la baia di Clew, memoria delle vite perse in quei maledetti anni della storia irlandese, riporta alla mente i barconi che attraversano oggi il Mediterraneo. Ma la traversata in mare non è il solo elemento in comune a molte vicende migratorie. Non è possibile qui dilungarsi e il rischio di essere scontati e ripetitivi è troppo alto. Alcuni elementi, però, rendono questa vicenda esempio eclatante di come costantemente falliamo – come soggetti sia individuali sia collettivi – nel cogliere i moniti che la storia ci offre.

Baia di Clew. Foto: Pat O’Malley/Flickr

La storia della Grande Carestia ha a che fare, innanzitutto, con il rapporto tra popolazione umana e risorse. Il sistema della monocultura non può portare a nulla di buono, come i raccolti di patate andati male ricordano. Allo stesso modo, lo sfruttamento intensivo e il sistema latifondiario, uniti ai rapporti di potere impari – di tipo coloniale – arricchiscono la metropoli (in questo caso Londra) e mietono vittime in terra di colonia. Quanti Paesi africani stanno vivendo oggi questa situazione? In quanti – uomini, donne, bambini – fuggono da disastri ambientali causati da dinamiche geopolitiche ed economiche di questo tipo?

Quante navi cariche di scheletri in memoria di vite perse in mare dovremo ancora installare e memoria e monito?


Consigli di lettura:

Michelucci, Riccardo, Fame a Dublino, il genocidio negato. Venerdì 1 febbraio 2013, Avvenire

Salaman, Redcliffe Nathan, 2016 [ed. Or. 1949], Storia sociale della patata. Alimentazione e carestie dall’America degli Incas all’Europa del Novecento, PGreco, Milano.  

Coogan, Tim Pat, 2012, The Famine Plot: England’s Role in Ireland’d Greatest Tragedy, St. Martin’s Press.


L’Uomo in movimento è una serie di articoli pensati per ripercorrere insieme la storia delle migrazioni umane. Le precedenti puntate:

L’uomo in movimento
Un’introduzione al concetto di migrazione e l’inizio della storia dell’umanità, nonché inizio della storia delle migrazioni.

 

 

Mare Nostrum
Le migrazioni nel Mar Mediterraneo dall’antichità ai giorni nostri.

 

 

Il Nuovo Mondo e l’Oro Nero
La nuova fase delle migrazioni internazionali: le  migrazioni coloniali.

 

 

 Schiavitù e lavoro: I movimenti dell’epoca coloniale
I nuovi flussi migratori presero vita tra i continenti e coinvolsero lavoratori “a contratto” che dall’Asia raggiungevano gli imperi coloniali: i coolies.

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