L’uomo in movimento: Il Nuovo Mondo e l’Oro Nero

The Slave Trade (Slaves on the West Coast of Africa), François-Auguste Biard.

Lasciandoci alle spalle i movimenti interni al mondo europeo e mediterraneo del periodo medievale, il viaggio lungo la storia delle migrazioni umane approda a una nuova fase, quella delle migrazioni internazionali. Sin dalla fine del medioevo, lo sviluppo degli stati europei e la loro colonizzazione di gran parte del mondo diede nuovo impeto a migrazioni di lungo raggio che possono essere identificate come “migrazioni coloniali”.

Lo sviluppo delle tecnologie, della cartografia e delle tecniche di navigazione, resero infatti possibili i viaggi migratori transoceanici, prima impensabili. Dal XVI secolo all’inizio del XIX, le principali rotte connettevano l’Europa occidentale con l’America settentrionale, centrale e meridionale e con i Caraibi. Non è possibile quantificare il numero di migranti che in questo periodo lasciarono l’Europa, ma le stime dicono che tra il 1500 e il 1800 l’espansione europea nel Nuovo Mondo coinvolse circa due milioni di europei e sei milioni di schiavi africani (cfr. Emmer, 1993, p.67). Innegabilmente legati l’uno all’altro, ma profondamente diversi, questi due flussi migratori permisero il consolidamento delle colonie nel Nuovo Mondo, così come l’espansione delle piantagioni nei Caraibi, in Brasile e nelle regioni meridionali del Nordamerica.

Dopo il 1800, facilitazioni tecnologiche e finanziarie riguardo le migrazioni di massa resero possibile il trasporto un numero di migranti che, in un solo decennio, superò quello dei secoli precedenti. Intanto, nei primi anni del XIX secolo, la migrazione forzata di schiavi dal continente africano continuava e mantenne un ruolo basilare nella produzione di materie prime nelle piantagioni e nelle miniere del Nuovo Mondo fino all’abolizione intorno alla metà del 1800. La produzione di zucchero, cotone, caffè, tabacco e oro attraverso lo sfruttamento del lavoro degli schiavi era fondamentale per le potenze economiche di Gran Bretagna e Francia, mentre giocava un ruolo importante anche per quelle di Spagna, Portogallo e Paesi Bassi. Il “sistema” delle migrazioni degli schiavi era organizzato secondo quello che viene chiamato “commercio triangolare”: navi cariche di beni e armi lasciavano i porti di Liverpool, Bristol e Le Havre dirette alle coste occidentali del continente africano. Qui i beni provenienti dai porti europei venivano commercializzati con i capi delle popolazioni locali in cambio di “merce umana”, spesso gli schiavi erano anche rapiti dagli equipaggi dei bastimenti o da europei che “gestivano” in loco non solo il commercio di esseri umani, ma anche lo sfruttamento delle risorse e delle materie prime di cui l’Africa occidentale è ricca. Cariche di schiavi, le navi salvano quindi dirette ai porti dell’America settentrionale e meridionale e dei Caraibi, dove gli schiavi venivano venduti o scambiati con i prodotti delle piantagioni che venivano poi trasportati e venduti sui mercati europei (cfr. Meegan 1995).

Le dimensioni e le implicazioni delle migrazioni forzate degli schiavi attraverso l’oceano Atlantico furono imponenti e più grandi di qualsiasi altro movimento migratorio di lunga distanza (volontario o forzato) avvenuto prima del XIX secolo. Non esageriamo quando diciamo che fu uno degli eventi più catastrofici e tragici della storia della popolazione mondiale che coinvolse decine di milioni di persone durante l’epoca moderna, dalla scoperta e conquista dell’America all’Ottocento.

Se l’epicentro di questo fenomeno fu l’Africa, il suo irraggiamento fu vastissimo verso l’Asia, l’Europa e sopratutto le Americhe ed ebbe conseguenze sociali, economiche e demografiche molteplici. Documentato sin dall’antichità, il commercio di esseri umani sulle coste e nelle regioni interne del continente africano ha avuto inizio molto prima che gli europei si avventurassero in Africa in epoca moderna. Diverse forme di tratta degli schiavi ebbero come bacino di approvvigionamento l’Africa, esse non si svilupparono contemporaneamente e non ebbero la stessa durata temporale, ma in epoca coloniale si sovrapposero. Oltre alla tratta coloniale europea (detta anche “tratta atlantica”, vanno ricordate quella orientale (con destinazione il mondo musulmano e arabo tra il 650 e il 1900) e la tratta interna africana (attiva in un periodo indefinito, almeno fino all’inizio del XX secolo). Lo storico francese Olivier Pétré-Grenouilleau, (Les Traites négrières, Essai d’histoire globale, 2004) stima che in tutto queste tre tratte africane coinvolsero 42 milioni di persone (17 milioni le vittime della tratta orientale, 14 quelle della tratta intra-africana e circa 12 milioni di vittime coinvolte nella tratta atlantica).

Se la tratta orientale va considerata tra le pratiche schiaviste delle società del’antichità, la tratta intra-africana si fondava principalmente sul rendere schiavi i prigionieri di guerra. Non è possibile fissarne la durata ma, in forme diverse, la schiavitù e il commercio delle persone erano pratiche diffuse in molte delle società africane. La tratta coloniale degli schiavi, organizzata dagli stati europei, è quella di cui si dispone una maggiore documentazione, oggetto di una legislazione fiscale, commerciale, amministrativa e sanitaria minuziosa. Le traiettorie dei commerci negrieri si svilupparono intorno ai grandi snodi portuali europei, concentrati in un in un triangolo che andava da Bordeaux a Liverpool e all’Olanda. L’Europa nord-occidentale organizzò più del 95% delle spedizioni negriere europee. I grandi porti della tratta sono stati Liverpool, con 4.894 spedizioni identificate, seguito da Londra (2.704), Bristol (2.064), Nantes (1.714), Le Havre-Rouen (451), La Rochelle (448), Bordeaux (419), Saint-Malô (218). Particolare è il caso del Portogallo: primo Paese negriero che riuscì nella triste impresa di superare Gran Bretagna e Francia nei commerci di esseri umani tra le coste africane (Angola, Guinea, Mozambico) e il Brasile.

Guardando all’impatto che la tratta atlantica ebbe sull’economia europea, va considerato che essa fu una parte strutturale ed integrante del sistema economico internazionale dell’epoca. Va considerato, quindi, l’intero circuito commerciale negriero: dalle attività di armamento continuo delle navi allo sviluppo delle colonie; dalla produzione agricola nelle piantagioni tropicali alla presenza di una clientela europea sempre più numerosa ed esigente. Non solo fonte di profitti, le colonie erano i segni visibili del potere delle metropoli europee, senza la mano d’opera forzata degli schiavi africani, le colonie sarebbero state solo terre vuote, sconosciute ai più e inutili.

Il prezzo pagato dall’Africa per la ricchezza europea fu enorme. Nel continente africano (che nel XVIII secolo contava circa 70 milioni di abitanti) l’emorragia di esseri umani fu imponente ma diluita nel tempo e, molto probabilmente, solo le regioni più colpite dalla tratta subirono effetti davvero rilevanti. La tratta era altamente selettiva e quantitativamente rilevante per le società di piccola e media scala che ne furono colpite.. Venivano scelti uomini e donne in giovane età e di buona costituzione, con effetti devastanti sulla stabilità e la crescita demografica, per non parlare delle conseguenze in termini di forza lavoro e sviluppo economico e sociale. Intere generazioni venivano portate vie dalle proprie comunità in cui spesso rimanevano vecchi e bambini ad attendere le ondate di sfruttamento coloniale successive.

Genocidio dimenticato, tragedia persa nell’oblio della memoria selettiva. La tratta atlantica spicca nella storia delle migrazioni umane per la violenza, la crudeltà e la meschinità dei soggetti che presero parte al commercio di esseri umani. La compravendita dell’”oro nero” su cui si fonda parte della ricchezza europea e i cui effetti sulle regioni africane coinvolte sono ancora visibili ora, non può non far pensare ad altri corpi che oggi vengono venduti, passati di mano in mano dalle regioni dell’Africa orientale e occidentale fino alle coste mediterranee, attraverso l’inferno delle rotte carovaniere nel deserto. L’”oro nero” è ancora in viaggio, ha ancora valore, muore ancora per mano di negrieri che fanno capo a nazionalità forse diverse, ma che obbediscono ancora allo stesso padrone: il denaro.

Al prossimo italiano o europeo che vi dice  “ci rubano il lavoro” o “ abbiamo fatto tanto per essere qui e loro ci portano via tutto”, ricordate i corpi dei milioni di africani sui cui si fonda il nostro benessere.


L’Uomo in movimento è una serie di articoli pensati per ripercorrere insieme la storia delle migrazioni umane. Le precedenti puntate:

L’uomo in movimento
Un’introduzione al concetto di migrazione e l’inizio della storia dell’umanità, nonché inizio della storia delle migrazioni.

 

 

Mare Nostrum
La seconda puntata è dedicata al Mar Mediterraneo, divisione e allo stesso modo collegamento tra terre e popoli.

 

 

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