Spesso in antropologia si privilegia l’insegnamento della teoria piuttosto che la discussione sulla metodologia di campo, tanto che anche Margaret Mead non si sentiva esattamente pronta per la sua prima ricerca sul terreno.

Da allora sicuramente molto è cambiato nella didattica dell’antropologia, ma la prima esperienza di campo è ancora percepita come un rito d’iniziazione da affrontare con coraggio, entusiasmo e un pizzico di incoscienza!

Ecco allora un consiglio per una lettura da fare prima, durante o subito dopo il campo: “Il giovane antropologo (Appunti da una capanna di Fango)” di Nigel Barley.

“Il giovane antropologo” (titolo originale: The Innocent Anthropologist: Notes from a Mud Hut) è stato pubblicato per la prima volta nel 1983 ed è oggi un classico dell’antropologia contemporanea.

Nonostante gli anni passino si tratta ancora di un’opera in cui il giovane antropologo può rispecchiarsi e trarre utili spunti per la sua avventura. Il testo è ricco di interessanti osservazioni etnografiche frutto della ricerca effettuata dall’autore presso i Dowayo in Camerum, ma in realtà è un’opera che può essere letta anche se il vostro campo di studi è lontano da questa area geografica.

Barley rivela la realtà dietro le quinte del lavoro dell’antropologo e lo fa con uno stile piacevole, umoristico e coinvolgente. “Il giovane antropologo” non è un saggio da leggere concentrati seduti alla scrivania in biblioteca, ma piuttosto è un libro che si legge come un romanzo, finirà in men che non si dica e vi strapperà innumerevoli sorrisi.

Il libro inizia aprendo una finestra sul mondo accademico.

“La vita accademica, in Inghilterra, si fonda su una serie di assiomi insostenibili. Innanzitutto si presume che un bravo studente sarà anche un bravo ricercatore, che un bravo ricercatore sarà anche un bravo professore e che un bravo professore vorrà fare ricerca sul campo. Ma nessuno di questi assiomi sta in piedi.” (p.9)

Si intravede un mondo familiare anche ai giorni nostri con la  linea sottile che divide i giovani studenti affascinati dall’aneddotica etnografica dei vecchi professori e dei giovani antropologi che hanno già compiuto il rito di passaggio ed effettuato la prima ricerca sul campo.

Barley racconta i preparativi del viaggio, come sceglie il suo argomento di studio, come si procura il sostegno finanziario per la sua ricerca e poi il viaggio stesso.

L’autore e antropologo Nigel Barley

Il libro include i problemi personali del giovane antropologo: la frustrazione, la noia, i problemi fisici (malattie), i contrattempi e le gaffe che emergono inevitabilmente nel contesto del fare l’etnografia. 

Chi fa ricerca sul campo non può mai sperare di di mantenere un buon ritmo di lavoro per molto tempo. Nel periodo che ho trascorso in Africa ho calcolato di aver passato forse l’un per cento del tempo a fare ciò che veramente ero andato a fare.  Il resto del tempo, lo passai, ad organizzare, ad ammalarmi, a socializzare, a fare preparativi, ad andare da un posto all’altro e soprattutto ad aspettare. Avevo sfidato le divinità locali con la mia urgenza indisciplinata di fare qualcosa. Presto sarei stato ridimensionato. (p.110)

Ma la parte ancora più avvincente dell’opera è il capitolo di chiusura “Uno straniero in patria”. Dopo aver trascorso un anno e mezzo in Camerun ad annoiarsi, malato, confuso e frustrato, al rientro a casa ha una gran voglia di raccontare a tutti la sua meravigliosa avventura, ma quel che scopre è sconcertante: nessuno è veramente interessato alla sua esperienza.

Al suo ritorno, l’antropologo non si aspetta certo di essere accolto come un eroe, ma la superficialità di certe persone sembra davvero eccessiva. Appena un’ora dopo il mio arrivo ricevetti la telefonata di un amico che si limitò semplicemente a dire: “Senti, non so dove sei stato, ma quasi due anni fa hai lasciato un maglione a casa mia. Quando vieni a riprenderlo?” (p.212)

O peggio come ben riassume Tony Waters, lo trattano come un pazzo furioso, perché affronta problemi di ogni giorno con un vigore e habitus più adatto a un villaggio del Camerun, piuttosto che a un docente di inglese. Ed ecco che il giovane Barley si trova alle prese ancora una volta con l’incomunicabilità, ancora una volta straniero.

Una caratteristica comune tra i miei colleghi rientrati in patria, che si muovono incerti nella propria cultura con la goffaggine di astronauti rientrati dallo spazio (…). (p.215)

Ed infine il problema più grave di tutti: il campo dà assuefazione!

Ma nel lavoro antropologico sul campo c’è qualcosa di insidioso che alla fine dà assuefazione. Avere fatto indigestione non è una cura sufficiente per smettere. (p.215)


Note sull’autore

Nigel Barley nasce nel 1947 a Kingston upon Thames (Inghilterra) e completa il suo dottorato in antropologia sociale presso la Oxford University.

Nel 1978, dopo aver insegnato per un periodo presso lo Univeristy College di Londra, svolge la sua prima ricerca sul campo vivendo per due anni tra i Dowayo.

Nel 1983 pubblica due opere, “Symbolic structures. An exploration of the culture of the Dowayos” e “The Innocent Anthropologist: Notes from a Mud Hut”. Sarà questa seconda opera a conferigli fama internazionale.

A partire dal 1981 fino al 2003 fa parte dell’equipe di ricercatori del dipartimento di Etnografia del British Museum di Londra.

Nel 1987 pubblicherà anche “A Plague of Caterpillars” dove riporta i suoi studi relativi alla cerimonia della circoncisione presso i Dowayo.

Barley ha poi trascorso alcuni anni in Indonesia, cimentandosi nella scrittura di viaggio, biografica, storica e di finzione. Il suo primo libro sull’esperienze in Indonesia è “Uno sport poco pericoloso” (1989, in Italia pubblicato nel 2002 per EDT), ancora una volta lo stile dell’autore è spiritoso e accattivante. Nel 1990 esce “Nativ Land” incentrato sulla descrizione di usi e costumi inglesi, e nel 1993 “The Duke of Puddle Dock“, biografia di uno dei più noti protagonisti dell’espansione coloniale britannica.

Ha ottenuto due nomination per il Travelex Writer of the Year Award e nel 2002 ha vinto il premio Foreign Press Association per la scrittura di viaggio.


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