Il Natale sul banco degli imputati

Anche quest’anno arriva il Natale e anche quest’anno arrivano le polemiche. L’ultimo esempio a Bollate, dove nel presepe realizzato in una scuola elementare, la capanna è stata sostituita da un barcone e ha scatenato commenti da parte della sezione locale della Lega Nord.

In realtà è il Natale, e il modo in cui lo festeggiamo, ad essere ogni anno l’occasione per una discussione sull'”originalità” della celebrazione e il “vero senso” della festa.

Quest’anno ramodoro vuole farvi i migliori auguri per le feste in arrivo riproponendo alcuni passi di un breve saggio di Claude Lévi-strauss intitolato “Babbo Natale giustiziato” (in originale “Le Père Noël supplicié“, apparso nel 1952 sulla rivista Les Tempes Modernes).

Un fatto di cronaca offre l’occasione al maestro dell’antropologia strutturale di analizzare le tradizioni del Natale: siamo a Digione nel 1951 le autorità ecclesiastiche esprimono la loro disapprovazione per la crescente importanza attribuita al personaggio di Babbo Natale e la protesta raggiunge il culmine il 24 dicembre quando un fantoccio con il classico abito rosso  viene processato e giustiziato in piazza. Il simulacro di Babbo Natale verrà poi risuscitato in Municipio qualche giorno più tardi per iniziativa delle autorità comunali.

Lévi-strauss coglie l’occasione per tracciare i complessi percorsi che portano a una rifunzionalizzazione e risemantizzazione dei simboli, riti e miti della celebrazione natalizia.

Subito dopo la seconda guerra mondiale i festeggiamenti del Natale hanno assunto, in Francia – ma in generale in tutta Europa – un’ampiezza sconosciuta prima della guerra, sotto l’influsso del prestigio economico e culturale americano.

“In questo terreno come su altri, è in corso un’ampia esperienza di diffusione, senz’altro non molto diversa da certi fenomeni arcaici che siamo abituati a studiare dopo gli esempi remoti dell’acciarino a pistone e della piroga a bilanciere. Ma è più semplice e insieme più complicato ragionare su fenomeni che si svolgono sotto i nostri occhi e che hanno per teatro la nostra società. Più semplice perché è assicurata la continuità dell’esperienza in tutti i suoi momenti e per ogni sfumatura; ma anche più difficile poiché proprio in queste, così rare occasioni, ci si accorge dell’estrema complessità delle trasformazioni sociali anche delle più tenui; inoltre, perché le spiegazioni che diamo agli accadimenti di cui siamo attori, sono molto diverse dalla cause reali che in essi ci attribuiscono un ruolo.”

L’influsso culturale americano in realtà spiega solo in minima parte la diffusione del nuovo modo di festeggiare il Natale. Ecco che allora piuttosto di parlare di

“diffusione pura e semplice, conviene richiamare quell’importante processo che Kroeber (che per primo l’ha identificato) ha chiamato stimulus diffusion: l’uso importato non viene assimilato, gioca piuttosto un ruolo di catalizzatore; cioè, suscita, per effetto della sua presenza, la comparsa di un uso simile già presente nell’ambiente secondario.”

In realtà con il miglioramento del livello di vita prima della guerra, le celebrazioni del Natale erano già in una fase di ascesa in tutt’Europa, tuttavia il Natale nel suo complesso è una festa essenzialmente moderna, “malgrado i suoi molteplici caratteri arcaicizzanti. L’uso del vischio, non è affatto – almeno immediatamente – una sopravvivenza druidica, dato che sembra essere stata rimessa in circolazione nel Medio evo. L’abete di Natale non è mai menzionato se non in certi testi tedeschi del XVII° secolo; passa in Inghilterra nel XVIII°, in Francia solo nel XIX°.”

L’antropologo francese sottolinea che la nuova tradizione non si scrive su una tabula rasa ma piuttosto ricomporre frammenti e brandelli di una vecchia celebrazione che non è mai caduta definitivamente in oblio.

“Siamo dunque di fronte a un rituale che è stato piuttosto fluttuante nel corso della storia: ha conosciuto apogei e declini La forma americana è solo la più moderna di queste trasformazioni. (…) Se non avesse avuto, nei tempi preistorici , un culto degli alberi proseguito in diverse pratiche folkloriche, l’Europa moderna non avrebbe mai “inventato” l’albero di Natale.”

Ma se l’albero di Natale trova radici in tradizioni precedenti, Babbo Natale nella sua forma attuale è un un’invenzione moderna, come ancora più recente è l’invenzione del suo domicilio in Groenlandia, aspetto che matura niente di meno che durante l’ultima guerra a seguito dell’insediamento di basi militari americane in Islanda e Groenlandia. Al contrario però le renne riprendono un elemento delle danze natalizie inglesi rinascimentali.

“Ci sono dunque vecchissimi elementi, mescolati e rimescolati, ce ne sono di nuova immissione, formule inedite che perpetuano, trasformano o rivitalizzano antiche usanze. In realtà non c’è niente di specificamente nuovo in quello che vorremmo chiamare – senza giochi di parole – la rinascita del Natale. Perché suscita allora tanta emozione e perché la figura di Babbo Natale ha richiamato su di sé tanta animosità?

Babbo Natale è vestito di scarlatto: è un re. La barba bianca, la pelliccia, gli stivali, la slitta su cui si muove, evocano l’inverno. Si chiama “Babbo” ed è un vegliardo, incarnando l’aspetto bonario di una remota autorità. Tutto molto chiaro. Ma in quale categoria ordinarlo, dal punto di vista religioso? Non è un essere mitico, poiché non c’è mito che renda conto della sua origine e delle sue funzioni; e non è nemmeno un personaggio di leggenda, poiché non è collegato a nessun racconto semistorico. Di fatto, questo essere soprannaturale e immutabile eternamente codificato nella forma, e definito da una funzione esclusiva e a una periodica ricomparsa, appartiene piuttosto alla famiglia delle divinità. Del resto, gli è riservato un culto da parte dell’infanzia, in una precisa epoca dell’anno, sotto forma di lettere e preghiere. Premia i buoni e punisce i cattivi. E’ la divinità di una classe d‘età del nostro mondo (una classe che la credenza in Babbo Natale basta a definire), e l’unica differenza tra Babbo Natale e una divinità autentica è che gli adulti non credono in lui, benché incoraggino i propri figli a prestarvi fede e ne alimentino la leggenda con un gran numero di mistificazioni.”

La figura di Babbo Natale divide quindi la società in due gruppi, da un lato i bambini che credono, dall’altro gli adulti che inscenano la rappresentazione a favore dei più piccoli, rientrando quindi a pieno titolo tra i riti di passaggio e iniziazione. Come tali l’antropologo sottolinea come la funzione di tali riti e miti d’iniziazione sia sottoporre a ordine e obbedienza le generazioni più giovani.

“Per tutto l’anno si rammenta la visita di Babbo Natale per ricordare ai bambini che la sua generosità sarà proporzionata alla loro obbedienza; e il carattere periodico della distribuzione dei regali serve a disciplinare le pretese dei bambini e a ricondurre a un momento determinato la circostanza in cui si ha davvero diritto a ottenere i regali. Ma questa semplice affermazione è sufficiente a incrinare ogni spiegazione di stampo utilitaristico.”

Lévi-strauss si addentra nell’affascinante analisi del rito d’iniziazione natalizio ricordandoci che:

“Le spiegazioni che ricorrono alla “sopravvivenza” sono sempre incomplete; infatti le usanze non spariscono né sopravvivono senza motivo. Se sopravvivono, non è per la vischiosità della storia ma perché c’è una funzione che sopravvive e l’analisi del presente deve riuscire a individuarla.”

Per chi volesse approfondire il viaggio intrapreso dal maestro francese nelle strutture mitiche del Natale consigliamo la lettura completa del breve saggio, che può essere anche un’ottimo regalo sotto l’albero.

Claude Lévi Strauss, Babbo Natale giustiziato, traduzione di Clara Caruso, introduzione di Antonino Buttitta, Palermo, Sellerio, 2002.

ramodoro augura a tutti buon Natale!

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