Smarrire la strada

Appena il tempo di rispondere e colgo immediatamente una nota di allarme nella voce della mia amica e collega all’altro capo del filo: senza troppe premesse e in maniera piuttosto concitata, come chi ha bisogno di condividere uno spinoso grattacapo, mi riferisce che una delle “ospiti” del centro dove lavora negli ultimi giorni ha dato segnali di una confusione mentale impossibile da imputare solamente allo stress del viaggio recente e dell’arrivo in un contesto per lei del tutto alieno.

Quella parola, “ospite”, così come le altre che con essa sembrano formare la corolla di un fiore delicato e gentile – “beneficiari”, “accoglienza”, “asilo”, ecc…-, mi lascia sempre in bocca il retrogusto amaro di una verità non detta. E mi richiama automaticamente alla mente quell’altra parola, così tagliente e impregnata di echi storici per noi dolorosi, con la quale gli abitanti dei centri di accoglienza definiscono testardamente gli spazi dove languono le loro esistenze bloccate: “campi”… Anche il linguaggio è un terreno in cui si consuma una lotta estenuante di potere, innanzi tutto il potere di dire la propria verità. Mentre penso a questo, la collega mi riferisce per sommi capi la vicenda di O., una delle pochissime donne arrivate a Biella ed alloggiate presso strutture di accoglienza straordinaria. L’unica cosa certa è che non esiste niente di certo su questa giovane poco incline alle confidenze e dallo sguardo impenetrabile: quando si parla di lei, è tutto un susseguirsi di “forse”, “crediamo”, “ha detto che..”. Ancora una volta, il linguaggio rivela più di quanto si vorrebbe: un procedere a tentoni, nel buio, su un terreno scivoloso e irto di accidenti. O. è un mistero fitto e lo rimarrà fino alla fine, una parete liscia e senza appigli contro cui si infrangeranno tutti i tentativi di capire, di ricostruire e anche di intervenire in suo favore in maniera efficace.

All’epoca della telefonata, si sa che ha dato generalità false e che, a differenza di quanto dichiarato in Questura, è già stata a lungo in Italia, prima di rientrare una seconda volta in Europa, dopo aver trascorso alcuni mesi nel suo Paese d’origine per ragioni che sono e rimarranno del tutto oscure. Non si sa l’età esatta, non si sanno le ragioni del suo percorso migratorio così accidentato, non si sa nemmeno se l’uomo che l’accompagna e che dichiara essere suo marito lo sia davvero oppure no.
O. è un enigma e un potentissimo catalizzatore di storie: intorno a lei si moltiplicano voci, dicerie, narrazioni e racconti. Alcuni è lei stessa ad alimentarli, nel tentativo di dare ragione, ma senza mai rivelarsi davvero, di tutte quei dati e quelle informazioni contraddittorie. Altri sono le proiezioni e le ipotesi di chi cerca da qualche scampolo di frase, da qualche occhiata data di sbieco, dalla lettura di qualche articolo sul tema dell’immigrazione femminile, di cogliere la verità sul fondo melmoso di tutte quelle parole che sembrano proliferare senza ordine né controllo. Eppure niente, ogni sforzo per orientarsi si rivela inutile, e la stessa O., ben presto, sembra smarrire la direzione, persa tra tutte quelle versioni di sé che non sa più ricomporre e mettere insieme in maniera coerente, ostaggio della verità che non può dire. “Oggi pomeriggio l’ho vista arrivare al centro dove ero in turno. Non me l’aspettavo, è comparsa dal nulla, stanca, sudata… è venuta a piedi dalla struttura nella quale risiede, che è piuttosto distante. Era confusa, chiedeva con insistenza, quasi ossessivamente, di una certa Clara, ma nessuna delle operatrici qui si chiama in quel modo. Sembrava non riconoscermi, non riuscire ad abbinare volti e nomi. Lo sguardo era vuoto, come assente, come se fosse altrove”. Questo è quanto mi riporta la mia collega quel pomeriggio, preoccupata per O. ma anche per se stessa, chiamata a far fronte a una situazione che nessuno è preparato a gestire. Al telefono cerchiamo di mettere insieme i pochi frammenti di cui disponiamo, di immaginare delle piste, come dei poveri investigatori improvvisati alle prese con un caso di cui non hanno in realtà abbastanza elementi. Non le sono di nessun aiuto, ne sono consapevole. Le dico solo di richiamarmi qualora si ripresentassero episodi del genere, di tenermi aggiornata.

Purtroppo è solo l’inizio di una scivolosissima china. Sempre più spesso O. appare altrove, smarrita in chissà quale altra dimensione: mangia poco, ha lo sguardo fisso; le interazioni con il mondo sono lente e difficoltose, quasi dovesse fare un lungo cammino ogni volta per ritornare al luogo dove il suo corpo sta, pesante e quasi inerme, in balia delle sollecitazioni di chi le sta intorno e prova faticosamente a richiamarla indietro.
In altri momenti invece si anima, ma i suoi gesti e le sue azioni sono impenetrabili ed oscuri come quelli di un giocattolo a molla, seguono la logica segreta che anima O. e che governa la realtà parallela nella quale è inavvertitamente scivolata. Gli operatori non possono far altro che osservarla da dietro un invisibile diaframma, come al di là del vetro di un acquario che divide due elementi e due mondi assolutamente eterogenei. Con sollecitudine e attenzione, ma anche con un disorientamento che cresce man mano che O. si fa più distante, inafferrabile, persa in qualche luogo che nessuno è in grado di individuare né tanto meno di raggiungere.

È un vertiginoso camminare sul filo: è una fatica quotidiana trovare il giusto equilibrio tra il lasciarla libera di muoversi secondo le sue traiettorie poco comprensibili e il trattenerla per un lembo dell’abito, affinché non vada troppo lontano e non smarrisca per sempre la via del ritorno.
Dal filo si precipita tutti quanti la sera in cui, in seguito ad una crisi più ingestibile delle altre, la medicina viene in soccorso a chi ormai non ha più carte da giocarsi ed ammette la propria sconfitta e la propria impotenza: O. viene ricoverata in maniera coatta presso il reparto psichiatrico dell’ospedale di Biella. Quando vengo contatta, la mia proposta è di riunire tutti gli operatori che hanno avuto a che fare con O. allo scopo di raccogliere e poi di provare ad incastrare in qualche modo tutti i frammenti a nostra disposizione di quel quadro oltremodo complesso andato improvvisamente in frantumi. È una bella mattina di primavera; supero il cortile del centro popolato di gente: qualcuno improvvisa una partita a calcetto, qualcuno ascolta la musica dal telefonino, qualcun altro si gode semplicemente il sole, immobile e silenzioso come una lucertola che incamera il primo tepore della stagione. Entro nell’edificio e attraverso una dopo l’altra le sue stanze ampie e spoglie: abbandonato qua e là, qualche oggetto di vita quotidiana – una teiera, un televisore, un tappeto per la preghiera – testimonia che quegli spazi sono abitati da qualcuno e tuttavia non riesce ad addomesticare del tutto quello luogo inospitale e vagamente alienante. Quando arrivo nella camera al primo piano designata per la riunione, sono state disposte a cerchio alcune sedie, l’atmosfera è sospesa, impregnata di dispiacere e di un senso di sconfitta, di inadeguatezza, irta di interrogativi e quesiti sospesi, impossibili da sciogliere.
Ciascuno dei presenti prende la parola, riferisce il suo pezzo, contribuisce alla ricostruzione con la sua parte di ricordi. Dopo di che cerchiamo di metterli in fila e di dar loro la parvenza di un ordine, foss’anche puramente cronologico. I vuoti, come spesso accade quando si ripercorrono le biografie dei richiedenti asilo, sono molto più dei pieni; sono proprio i silenzi, le lacune, le ellissi la cifra dominante di queste storie, ciò che le accomuna, che ne costituisce il filo rosso. La fiducia, si sa, è merce rara, rarissima, all’interno dei centri di accoglienza. Per quanto sincero sia il desiderio degli operatori di accorciare le distanze e farsi vicini e disponibili, per i “beneficiari” essi sono sempre in qualche misura – salvo rarissime eccezioni – emissari ed agenti del sistema, e dunque del potere. Di quel potere che li costringe ad un’anticamera di mesi, che sottopone a giudizio inappellabile le loro testimonianze, decretandone il grado di affidabilità e di credibilità.
La verità è una sostanza pericolosa, perfino fatale, alle volte. Bisogna imparare a maneggiarla con cura, a custodirla gelosamente e a centellinarla, concedendola solo nella misura in cui può tornar utile. Pertanto, qualora per le più svariate ragioni non sia possibile arrestarsi rispettosamente sulla soglia, ed accontentarsi delle trame scarne ed ellittiche che di solito i nostri interlocutori ci forniscono – ad esempio quando il dolore scava voragini così profonde nelle loro esistenze che paiono inghiottirli -, non resta che integrare i non detti con ipotesi e congetture, facendosi strada a tentoni nel buio e raccomandandosi a qualche spirito notturno per azzeccare la via.

Nel caso di O., intrecciando tra loro i resoconti dei vari operatori, mi sembra di cogliere sempre più distintamente il profilo inquietante di Mami Wata, potente divinità femminile ed acquatica che occupa un posto di rilievo nell’affollato pantheon tradizionale dell’Africa Occidentale. È rappresentata spesso con le sembianze di una sirena dall’incarnato pallido e la chioma dorata, intenta ad esibire il barocco apparato simbolico dell’opulenza e della modernità – gioielli, occhiali da sole e, naturalmente, telefoni cellulari -, è un’alleata e protettrice potente cui votarsi per chiunque ambisca ad ottenere fortuna e ricchezza in tempi rapidi. Ma anche il mondo spirituale sa che il mercimonio e il prezzo per la benevolenza di Mami Wata è particolarmente alto: se per qualche motivo non si riesce ad onorare il patto o si tenta di sottrarvisi, il dispetto di questo spirito può assumere forme assai virulente e condurre alla follia, se non addirittura alla morte. Sono molte le donne della tratta ad iniziarsi al culto di questo spirito bizzoso e vendicativo e dunque a esporsi al pericolo delle sue impietose ritorsioni, nella speranza di estinguere in tempi rapidi i debiti esorbitanti contratti per raggiungere l’Europa. Così come numerose sono le donne che risentono degli effetti nefasti dei riti voodoo cui, loro malgrado, vengono sottoposte prima di intraprendere i viaggi della speranza verso il nostro continente, allo scopo di rendere ancora più saldo il vincolo con quel circuito criminale che le compra dalle famiglie spesso conniventi per venderle sul nostrano mercato del sesso. Sono queste le ipotesi che mi sforzo di illustrare al personale medico che mi convoca per un consulto sul caso di O., il quale, neanche a dirlo, sfugge a qualsiasi tentativo di diagnosi e trattamento.

Mentre mi rivolgo al Direttore sanitario dell’epoca, all’allora primario di Psichiatria e a tre dottori del reparto SPDC, mi domando tra me e me come questi professionisti della salute mentale, con la loro formazione rigidamente scientifica, possano recepire simili discorsi, prenderli sul serio e integrali nel proprio campo visivo. Allo stesso tempo, ora come allora, continuo ad interrogarmi su come sia possibile curare un paziente di cui sfuggono completamente le coordinate di senso, i riferimenti culturali e gli immaginari.
Si tratta di una sintesi apparentemente impossibile e tuttavia sembra oggi altrettanto impossibile esimersi dal trovare un canale di dialogo tra questi mondi che parrebbero inconciliabili e privi di un terreno comune. In caso contrario, infatti, ci si condanna a non comprendere, prima ancora che a non sanare, le molteplici e multiformi ferite dell’anima prodotte da una migrazione che si fa sempre più patogena.


Il presente brano è tratto dal volume “Chiedo permesso“.

Add Comment

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.