Foto: Gigi Piana |ricerca_d_identità|

La sessualità dei migranti nel dispositivo della migrazione

Inizierò con una domanda. Una domanda del tutto sincera, priva di qualsiasi retorica, e che dunque resta sospesa, in attesa desiderante se non proprio di una risposta definitiva, quantomeno di un’interlocuzione: è possibile parlare oggi di un emergente “dispositivo della migrazione”? E’ possibile che questo sia uno di quei dispositivi che qualifica l'”attuale”, definito da Deleuze (2007) nei termini di “ciò che stiamo diventando, cioè l’Altro, il nostro divenir-altro”?

In attesa che qualcuno mi dia il suo parere in merito, così, a mo’ di divertissment intellettuale, fingerò per un attimo che il quesito sia una pacifica affermazione, che sia cioè appurato e riconosciuto che sì, esiste un “dispositivo della migrazione”, nell’accezione peculiare che Foucault conferisce al termine, ossia, lo ricordiamo, “un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche”.

Se questo diventa, ancorché per scherzo, il presupposto del mio ragionamento, allora risulta lecito chiedersi che effetto abbia tale dispositivo  sui corpi di chi, per così dire, vi resta intrappolato, nonché sugli itinerari di soggettivazione di questo nuovo soggetto che il dispositivo stesso produce ed illumina: il migrante.

Un blog di questo genere non è certo la sede per addentrarsi in un simile ginepraio, e tuttavia, se ci concediamo di portare avanti ancora per un po’ il gioco che abbiamo iniziato, potremmo quanto meno arrischiarci a fare un superficiale censimento delle forme in cui il dispositivo agisce e si esercita sulla sessualità del soggetto migrante nonché la “linea di fuga”di quest’ultimo, se è vero che, come dichiara Deleuze (2007), “il Sé non è né un sapere né un potere. E’ un processo di individuazione che riguarda gruppi o persone, e si sottrae ai rapporti di forza stabiliti così come ai saperi prestabiliti: una sorta di plusvalore”.

La deprivazione sensoriale, la promiscuità e il sovraffollamento di quelle strutture architettoniche divenute cruciali nel “governo” dei corpi migranti: i centri di accoglienza.

Il CAS nel quale ho lavorato un anno e mezzo è, da questo punto di vista, assolutamente illuminante: si tratta di una vecchia villa dall’aspetto severo ed umbratile, seminascosta allo sguardo dei passanti da una fitta coltre di abeti scuri e, come se non bastasse, recintata da ogni lato. Si giunge ad essa attraverso un breve sentiero sterrato costeggiato sui due lati da alberi alti e frondosi, cui si accede per mezzo di un pesante cancello di ferro che divide fisicamente e metafisicamente il “mondo del fuori” da quello spazio eterotopico che è il centro di accoglienza, sito aperto e permeabile solo in teoria, in realtà frequentato esclusivamente dai suoi abitanti, dagli operatori e da qualche sparuto volontario.

In questo luogo, in rapporto con il circostante paesino premontano di 1200 anime per un mero vincolo di contiguità fisica, vivevano all’epoca una trentina di uomini tra i diciassette e i quarant’anni, di diverse nazionalità africane.

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I loro corpi – sessuati – furono costretti per mesi, in alcuni casi per anni, a condividere non solo gli spazi comuni di quella vecchia casa,– la mensa, la cucina, la sala della televisione e quella delle preghiere, il seminterrato con il calcetto e la lavanderia –, ma anche le camere da letto, i bagni…

Ricordo ancora con precisione la sensazione disturbante, assolutamente fisica, di sovraffollamento, di intimità forzata di corpi, che emanava dagli stanzoni collettivi attrezzati alla bell’e meglio con reti, materassi e brandine da campo: pochi armadi dove riporre la biancheria ed i vestiti, un solo bagno per camera, più uno per piano.

Era possibile ricevere visite femminili, ma con il perentorio divieto di accedere alla zona delle camere: la regola prevedeva di sostare in soggiorno o nel refettorio, laddove, cioè, si potesse essere scrutati e sorvegliati senza tregua dallo sguardo curioso degli altri abitanti e da quello vigile ed indagatore di noi operatori. Sfuggire alla presa esasperante di tutti quegli occhi era impresa sovrumana, appartarsi anche solo per un conversazione privata estremamente difficoltoso.

Non vi erano orari di entrata e di uscita, ma se non si appariva nel refettorio per la cena, si rischiava di trovare la cucina chiusa e di saltare il pasto. Se non si rincasava per dormire, bisognava farlo presente agli operatori: per qualche motivo, poi, molti si sentivano in dovere perfino di specificare dove avrebbero trascorso la notte. E d’altra parte le uscite serali erano estremamente rare: dove andare, cosa fare, per incontrare chi, in quel paesino di anziani, separato dal centro cittadino da una serie pressoché infinita di ripidi tornanti scarsamente illuminati?

E così ci si limitava semplicemente a “stare”, soprattutto d’inverno, uno vicino all’altro, quasi uno sopra l’altro, senza fare nulla, senza il conforto di una vicinanza femminile, sviluppando sintomi refrattari a qualsiasi diagnosi e cura, ma attraverso i quali il corpo esprimeva a gran voce il malessere per quella deprivazione sensoriale ed affettiva da una parte e per quella irritante promiscuità dall’altra.

Ricordo una vera e propria epidemia che, per alcuni mesi, fu l’unico, acceso argomento di dibattito delle assemblee settimanali e portò tutti quanti, operatori compresi, sull’orlo di una crisi di nervi: improvvisamente gli ospiti venivano colti, in diversi momenti della giornata, ma soprattutto in condizioni di surriscaldamento, da un’improvvisa smania di grattarsi, che si placava solo liberandosi di tutti gli abiti e facendosi delle lunghe docce gelate. Non solo i medici non riuscivano a risolvere il grattacapo, ma nemmeno l’analisi dell’acqua, né il trattamento contro gli acari dei materassi portò a risultati concreti. La strana epidemia, inoltre, cominciò a colpire anche altre strutture, gestite da altre cooperative. Fu uno dei ragazzi un giorno a confidarci la sua personale diagnosi e cioè che a suo avviso quell’impulso improvviso e irresistibile a fregarsi la pelle fin quasi a scorticarsi era dovuto alla carenza di rapporti sessuali.

La connessione internet wi-fi gratuita e l’accesso alla pornografia online, così come il ricorso, in taluni casi, alla prostituzione, mitigarono ma non risolsero il problema di una sessualità frustrata e anzi misconosciuta, intrappolata nel labirinto di prescrizione e proscrizioni spaziali dei centri di accoglienza, i quali infatti finiscono immancabilmente per essere vissuti dai loro abitanti come vere e proprie carceri o, peggio ancora, come “campi”.

La medicalizzazione della sessualità e gli sforzi di normalizzazione ed addomesticamento della stessa da parte di istituzioni e servizi.

Foto: Gigi Piana |ricerca_d_identità|

Quanto appena descritto ci induce a prendere atto della rimozione della sessualità dei migranti da parte dell’attuale sistema di accoglienza, che non può essere in alcun modo, come approfondiremo in seguito, considerato un semplice lapsus, e produce al contempo effetti terribilmente concreti sui soggetti che il “dispositivo migrazione” produce ed illumina. Così, quando questa componente dell’esistenza si manifesta e chiede udienza, il più delle volte in forme clandestine e camuffate, come quelle del sintomo – le uniche che le vengano concesse -, gli addetti all’accoglienza si rivelano incapaci di ascoltarla, comprenderla ed accogliere l’appello.

La più tipica alternativa al negare e al glissare, è allora quella del medicalizzare. Farò due esempi.

Per quasi tutto il periodo della sua permanenza nel CAS di cui sopra, B. fu tormentato da uno di quegli strani “malesseri migranti”, difficili da localizzare e dunque da diagnosticare, che fanno dannare tanto i pazienti quanto i dottori che li hanno in carico. Si trattava in quel caso di una forma di eritema cutaneo, che gli provocava ancora una volta pruriti insopportabili e gli lasciava la pelle delle gambe talmente secca, biancastra ed ulcerata. Era un disturbo che appariva e scompariva: sembrava calmarsi, quasi sparire, per poi colpire con più virulenza di prima, magari non esattamente nella stessa zona, ma un po’ spostato…sui piedi, sulle cosce, perfino sulle mani. Gli vennero somministrati vari trattamenti topici, che funzionavano per qualche tempo, ma perdevano presto di efficacia. B., d’altra parte, cominciò quasi subito a mostrare una certa insofferenza nei confronti dei maldestri tentativi di cura dei medici e azzardò una propria spiegazione, emica e culturale, di quello che interpretava come il sintomo superficiale di uno squilibrio profondo: era l’eccesso di energia riproduttiva, la cui sede naturale si colloca nello spazio interno tra l’ombelico e il basso ventre, che, non potendosi sfogare altrimenti, “esondava”, provocandogli quei fastidiosissimi scompensi a livello di epidermide. Eccoci ancora una volta al cospetto di una sessualità che, non riconosciuta, fa ammalare.

Il secondo aneddoto che mostra con chiarezza l’ansia di medicalizzazione della sessualità migrante è il seguente: pochi mesi dopo l’arrivo della prima tornata di profughi sul territorio provinciale, l’ASL locale prese la lodevole iniziativa di organizzare nei vari centri di accoglienza appena aperti un incontro di sensibilizzazione sul corretto utilizzo del preservativo e di promozione della salute sessuale. E’ rimasta negli annali la scena della povera infermiera che, di fronte gli sguardi imbarazzati, incuriositi, o attoniti – a seconda dei casi – di ospiti ed operatori, con diligenza e meticolosità srotolava un condom attorno al volume cilindrico di una banana; il tutto, come se non bastasse, in pieno periodo di Ramadan.

Pur riconoscendo ai volenterosi infermieri e medici dell’ASL di essere mossi dalle più nobili intenzioni, resta il fatto che tra il profilattico infilato alla banana, eletta suo malgrado a simbolo dell’organo riproduttivo maschile, le mani guantate che accolgono i superstiti del Mediterraneo e le angosce dell’opinione pubblica periodicamente colte dall’irrefrenabile necessità di additare lo straniero come untore (ultima fu la meningite…), il passo ci sembra estremamente breve. Questi corpi, da salvare, certo, per insindacabili ragioni umanitarie più che politiche, sono al contempo corpi sospetti. Corpi fuori luogo, che scatenano ansie abissali e ardue da governare, al cospetto delle quali la ragione e le sue logiche sembrano non avere argomenti sufficientemente convincenti. Ecco allora che la medicina è invocata in soccorso, chiamata a rassicurare normalizzando e a normalizzare rassicurando. Come? Diagnosticando, prima di tutto. Dando un nome a quella materia oscura che suscita inquietudine ed apprensione, fornendo protocolli, profilassi e cure. Per quanto si tenti meticolosamente di dimenticarlo, di ometterlo dal discorso ufficiale dell’accoglienza ma anche, come si è visto, dagli spazi ad essa deputati, resta il fatto terribilmente materiale e mai veramente rimovibile che questi corpi sono, oltre tutto, corpi sessuati. Così, quando la sessualità irrompe su quella scena dalla quale è stata estromessa e dove non è più prevista, furtiva ed inquietante alla maniera di un ladro colto nell’intimità della nostra casa in piena notte, ecco allora che gli operatori per primi, non sapendo a chi altri appellarsi, si rivolgono ancora una volta alla medicina. E questa prontamente interviene, con le sue diagnosi e i suoi protocolli, per alleviare i dolori e i fastidi dei pazienti, senz’altro, per prevenire i contagi e preservare la salute pubblica, di certo, ma anche per far detonare nello spazio protetto di un ambulatorio la carica minacciosa non solo di virus e batteri, ma della stessa sessualità migrante.

Continua


Breve bibliografia di riferimento

Deleuze, Gilles, and Antonella Moscati. Che cos’ è un dispositivo? Cronopio, 2007.

Per le immagini si ringrazia Gigi Piana.

 

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