Seduto con le spalle un po’ curve in punta di sedia, nell’accettazione del Centro di Salute Mentale di una sonnolenta città di provincia, M. risponde alle solite domande che l’infermiera gentile gli rivolge allo scopo di compilare l’ennesima cartella clinica: nome e cognome – come sempre finiscono per essere invertiti e con qualche piccolo errore di trascrizione…poco male, i servizi l’hanno già “ribattezzato” molte volte da che è in Italia -, data di nascita – presunta -, luogo di nascita – “basta lo Stato di provenienza…già è molto se conosciamo quello!” -, tipo di permesso di soggiorno – umanitario per motivi di salute – , età – a spanne -, stato civile, numero di figli –“Ah tre!Davvero? Così giovane e già tre figli!”.

Lo guardo: M. sorride debolmente, con educazione ma con stanchezza, anche. Sorrido anche io tra me e me: quante volte l’hai già sentito, M., questo stesso commento? In quante sale d’aspetto ed accettazioni, da quante gentili infermiere con il camice? M. stringe tra le mani una cartellina rosa tenuta insieme da un elastico e ridotta ormai ai minimi termini perché nei mesi che ha vissuto per strada l’ha sempre portata con sé nello zaino: ci è piovuto sopra un’infinita di volte – in queste lande, per sfortuna sua, piove parecchio – e per un’infinità di volte è stata asciugata sui termosifoni di qualche ricovero di fortuna. Dentro ha centinaia di referti medici, un buon mezzo chilo di carte a lui incomprensibili che dicono la verità su quel che corpo che M. non sente più suo, che lo tradisce ad ogni passo, divenuto improvvisamente ostile, chissà perché. Quei referti, che M. sfoglia smarrito, perdendo spesso l’orientamento, dicono che ha l’HIV e la TBC latente, i reumatismi, un’infezione da helicobacter pilori, il riflusso gastrico, disturbi del sonno, una dipendenza da cannabinoidi e una da alcool ancora da verificare. Dicono che ha una lista impressionante di medicine da assumere con cadenza giornaliera, nonché uno stuolo di medici ed infermieri impegnati ormai da un paio d’anni sul suo caso. Trapela da quei fogli il suo dolore, ma il suo dolore non si esaurisce in quei fogli, perché ciò che quelle pagine non dicono è molto più di ciò che rivelano. Non dicono, per esempio, della sua storia nel Paese d’origine, da cui tutto ha avuto inizio e a cui la Commissione Territoriale ha preferito non credere, mostrando al contrario una fede granitica nelle relazioni mediche degli specialisti nonché negli esiti degli esami clinici; ma non dicono nulla nemmeno della sua storia più recente in Europa, fatta di estenuanti peregrinazioni tra ambulatori medici ed ospedali, strutture di accoglienza italiane e tedesche, centri commerciali e giardini pubblici, dormitori e mense dei poveri. Ora è di nuovo in un progetto di accoglienza, e affinché possa iniziare un tirocinio riabilitativo che dia un contenuto e uno scopo alle sue giornate, deve ottenere una diagnosi psichiatrica. Che arriva puntualmente dopo la visita, aggiungendosi al pesante mazzo della cartellina rosa, insieme a due nuove ricette: un ansiolitico e un antidepressivo.

M. si presta docilmente al colloquio con il dottore, con un filo di voce risponde sempre affermativamente alle sue domande; quando gli viene chiesto di raccontare qualcosa di sé, si limita a ripetere che sta male, che soffre e che non riesce a dormire. Poi, come sempre, torna a parlare di quel corpo che non lo lascia mai in pace, che gli ricorda sempre che c’è e che è malato, che lui non è più in grado di leggere ed interpretare, proprio lui, ultimogenito di una stirpe di illustri guaritori, conosciuti e rispettati in tutta la Regione da cui proviene. Ma lo psichiatra vuole sapere come si sente “dentro”, lo interroga sui suoi sentimenti, su suoi stati d’animo, gli domanda se è triste, se è depresso, e lui annuisce.

Ed è così che io, presente alla visita in qualità di mediatrice, assisto all’ennesima metamorfosi di M.: conciliante, quasi remissivo, lascia che sia il medico a condurre, che lo porti dove ritiene opportuno, che gli dica la sua verità, che lo definisca ancora su un foglio. Quel foglio M. lo custodirà insieme agli altri, con il suo nome puntualmente storpiato e le diagnosi sempre parziali.

A ognuno la sua verità, a ognuno un volto di sé. Uno per la madre rimasta a casa, per i figli e per la ex moglie, uno per i membri della Commissione, uno per i medici, uno per lo psicologo, uno per gli operatori dei centri di accoglienza, un altro per me…una commedia dell’arte in cui M. interpreta tutti i personaggi: il Migrante Di Successo, il Padre di Famiglia, il Malato, il Depresso, il Riottoso, lo Sbandato, il Bambino Bisognoso di Cure…in un continuo dimenarsi sulla scena, stirando all’inverosimile la propria identità per contenerle tutte, per frammentarsi al bisogno e calarsi in ciascuna, in base all’interlocutore e al setting, con contorsionismi da acrobata o come un giocatore consumato di poker che gioca e bluffa su diversi tavoli contemporaneamente.

Mi risuonano le parole di Mbembe sul soggetto nella Postcolonia che fa l’esperienza di “essere molti nello stesso corpo”, che conosce un “ampliamento costante dei limiti della propria identità”.

In M. si vede questo “passaggio praticamente incessante dal singolo al molteplice” e lo si vede anche perdere l’orientamento, lasciarsi sfuggire il bandolo della matassa dei suoi tanti personaggi di cui non riesce più a fare Uno. Insomma, smarrisce la strada del ritorno, quella “dal molteplice al singolo”.

Sì, il richiedente asilo mente, spesso e volentieri. Ed è il sistema di accoglienza che glielo chiede. La sofferenza, quella sì reale e spesso tangibile come la materia, deve ricorrere a mille travestimenti, camuffarsi di parole, espressioni e gesti per noi riconoscibili e familiari – rassicuranti?-, perché possa trovare udienza presso i nostri servizi, trovare cittadinanza all’interno dei nostro sistema di accoglienza e del nostro tessuto sociale.

La “malattia mentale” è la porta stretta attraverso cui il dolore del migrante può essere spinto a forza affinché trovi finalmente un interlocutore.

Lo psichiatra: “Ti senti depresso, triste?”

M.: “Sì”.

Cosa significhi essere depresso M. non lo sa, ma sa che con quella diagnosi scritto su quel foglio cifrato la sua sofferenza verrà accolta, troverà uno spazio di espressione, un’azione che tenterà di placarla.

Il sistema, da parte sua, da un lato guarda preoccupato l’accumularsi delle cartelle cliniche dai nomi esotici, dall’altro tira un segreto sospiro di sollievo: diagnosticare e dare un’etichetta ha un effetto quasi miracoloso. Se non risolve del tutto, quanto meno delimita, mette ordine, stabilisce i servizi di competenza, ammansisce quel dolore oscuro e minaccioso che per un momento sembrava quasi un monito, una rivendicazione, un’accusa sociale…e invece è solo malattia. E’ un sollievo, sì.

Sbriciolato in mille definizioni che non dialogano tra loro – positività al virus dell’HIV, disturbo da reflusso gastro-esofageo, infezione da helicobacter pilori, disturbo reumatico, dipendenza da cannabinoidi e alcool, disturbo post traumatico da stress con tendenze depressive -, il disagio esistenziale di M. perde tutta la sua carica politica. Impallidiscono e scompaiono le persecuzioni vissute da M. nel suo Paese di accoglienza se non come casuale eziologia, le falle del sistema di accoglienza italiano ed europeo, la violenza strutturale che si scarica come un fulmine su coloro che hanno la sventura di attestarsi agli infimi gradini della gerarchia sociale e, ancora, i limiti del nostro sistema di welfare, cui il privato sociale ed il volontariato riescono a mettere solo qualche rammendo qua e là….si potrebbe continuare. Tutto questo evapora, resta sospeso evanescente sullo sfondo, come un antefatto su cui è impossibile intervenire, mentre ci si può e ci si deve concentrare sulla malattia, in tutte le molteplici declinazioni nelle quali si esprime e anzi quasi si esibisce.

Anche la Commissione Territoriale, chiamata a valutare la legittimità della richiesta di protezione di M., davanti ad un’incontrovertibile diagnosi di sieropositività, opta per una protezione umanitaria di due anni, non dando alcun credito alla storia di persecuzione raccontata da M. E’la politica della sofferenza di cui parla Fassin, che sancisce il trionfo della Zoe, della nuda vita, sulla Bios.

E se da una parte il sistema chiede a M. di farsi malato e dipendente perché queste sono le condizioni affinché venga accolto ed aiutato, consegnandogli già preconfezionati i luoghi, i tempi, gli interlocutori ed il vocabolario per dire la sua sofferenza, allo stesso tempo lo scruta sospettoso ed è attanagliato dal dubbio: e se mentisse?

Mentre lo accetta perché malato e dipendente, lo incita all’autonomia: sei un uomo, accidenti! Dal medico ci potrai pur andare da solo!

E quando ancora non ha finito di decantare il valore supremo dell’autonomia, si mette ad esigere totale obbedienza alle regole di un sistema che, nella sua complicatissima articolazione di servizi, lo confina sempre più nel recinto claustrofobico dei malati e dei dipendenti.

Per fortuna che M. resiste.

Davanti all’ingresso del Centro di Salute Mentale, sfila dal pacchetto quella sigaretta che non dovrebbe fumare, che tutti gli ripetono di non fumare, e che lui caparbiamente continua ad accendersi, anche laddove è vietato dai regolamenti che ha sottoscritto; tira qualche boccata e mi dice: “Il mio vero nome è S., lo sai. Io sono nato per curare. Io non voglio più essere il paziente, io voglio essere il dottore, voglio essere io a guarire gli altri”.

Per fortuna che M., funambolo fragile e ostinato, resiste. E ricorda ancora che lui sta mentendo a un sistema che mente. E che lui in realtà è “altrove e per un’altra cosa”.

Foto di Jose Manuel Escarcega

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