La formula del tarantismo

Le pratiche terapeutiche del tarantismo ricorrevano alla drammatizzazione di problematiche psichiatriche più o meno gravi, nella speranza che l’intercessione di un santo protettore, insieme al supporto della comunità osservante, guarissero la tarantolata dal “morso”. Il rituale, oggi estinto, aveva origini antiche, viene fatto risalire infatti all’epoca medioevale.

Da un punto di vista etnopsichiatrico esistono grandi differenze nei diversi approcci di cura, a seconda del contesto culturale di appartenenza.

Il mondo occidentale si è evoluto nella direzione di un approccio terapeutico intrapsichico e individuale: curiamo i nostri malati proponendo loro farmaci e psicoterapie che coinvolgono l’individuo nella sua individualità, dando per scontato che il male sia “interno” al paziente stesso: dev’esserci in lui/lei qualcosa che non va/si è rotto, può trattarsi ad esempio di uno squilibrio neurochimico o di una difficile gestione degli impulsi.

Spostandoci di continente, in quello africano, la tradizione etnopsichiatrica osservava come i disturbi comportamentali, “di nervi”, presso le popolazioni indigene fossero concettualizzati in modo molto differente.
Le considerazioni riguardo le pratiche di cura in Africa scaturirono dalle osservazioni in loco che gli antropologi dell’epoca avevano effettuato durante le ricerche di campo. Si era osservato come ciò che per noi è considerata malattia mentale del singolo, in Africa la stessa assumesse connotazioni strettamente comunitarie e inerenti la vita sociale nella sua interezza.
Ciò che per noi è una depressione o un disturbo post-traumatico, nel contesto delle popolazioni indigene africane si declinava in forme diverse e di diversa origine: il male era originato da un conflitto che il singolo viveva con entità soprannaturali o con qualche altro membro della comunità (per lui/lei affettivamente rilevante). Come dire: se sto male, qualcuno “me l’ha mandata”, oppure “mi sono attirato il malvolere degli spiriti, che in questo modo mi puniscono”. La patologia e la sofferenza psichica era quindi letta a partire da un filtro “sociale”.
Gli etnopsichiatri dell’epoca osservarono cioè come la problematica per noi “psichica” e “intra-psichica”, per quelle popolazioni avesse natura solamente sociale. Tutto andava letto a partire da una matrice sociologica e sociale, dunque.

Se osserviamo il fenomeno del tarantismo, e consideriamo insieme i mutamenti che negli ultimi secoli hanno interessato il nostro continente dal punto di vista sociologico, ci rendiamo conto di come la tendenza sia stata quella di andare verso una sociologia e quindi una psichiatria “dell’individuo”. L’individuo è passato dall’essere “malato all’interno di una comunità” (per fare un esempio con un’immagine, pensiamo alla figura del “matto del villaggio”), ad essere “malato in sé”, al limite “malato in relazione alla sua famiglia” (secondo i principi della psicoterapia sistemica). Questo perché la cerchia di persone, la rete intorno agli individui, si è progressivamente ristretta, verso l’individualismo che percepiamo e vediamo oggi intorno a noi.

A partire da questa griglia di lettura dei fenomeni psichiatrici, il fenomeno del tarantismo risponde a modalità più simili a quelle africane che non a quelle occidentali/odierne: il rito era svolto sotto gli occhi di molti, l’approccio di cura era corale e la causa in sé del male della “tarantata” era attribuita al morso, appunto, di un ragno. Quanto poi il “ragno” assumesse valore simbolico o rappresentasse qualche cosa d’altro, è questione complessa: quello che è importante in questa sede è chiarire che l’origine del male in questo caso è esterna alla persona stessa.

Dal punto di vista psicoanalitico, la questione potrebbe essere letta usando una chiave di lettura fornita dalla psicologia infantile.
Il bambino esternalizza le emozioni negative che vive, la sua paura dipende da mostri che ha paura di trovare nel buio della sua camera; l’aggressività viene proiettata all’esterno: “non sono io a covare rabbia, ma chi ho di fronte, che mi spaventa”. La rabbia viene proiettata e vissuta passivamente, e la responsabilità di ciò che mi accade trova luogo al di fuori di me.
Per andare sul concreto: da piccoli i film horror ci spaventano a tal punto da ossessionarci, per certi versi, una parte di noi li ritiene possibili, veritieri. Crescendo, capiamo che gli unici mostri sono dentro di noi. Non troveremo nulla sotto il letto, i fantasmi li abbiamo dentro e rappresentano paure, perdite, conflitti, ansie. Ci accorgiamo dunque, crescendo, di come puntare il dito all’esterno si riveli spesso controproducente e altrettanto distruttivo. Costruire un nemico (immaginario) esterno verso il quale sfogare rabbia e la frustrazione, tentando di distruggerlo, non risolve la questione: saremo anzi tentati di spostare continuamente i bersagli esterni della rabbia che coviamo, in un processo infinito di spostamento.

Assumere in sé la colpa (quando c’è) e la responsabilità di ciò che si è e si fa, fa parte quindi del percorso verso l’adultità.
Non è un caso quindi che la psichiatria e la psicoanalisi si siano nel tempo focalizzate sulla risoluzione delle problematiche psichiche concentrandosi sull’interiorità dell’individuo.
Seguendo questa linea evolutiva, rituali di cura come quello del tarantismo hanno lasciato il posto a tentativi di risolvere la questione “dall’interno”, che ne hanno preso il posto in ambito medico.

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