Il fenomeno Fake

Il fenomeno dei Social Network ha creato nuove forme di condivisione e ha velocizzato enormemente il crearsi di legami in rete, da un lato procurando vantaggi indiscussi in termini di visibilità a chi aveva difficoltà relazionali – nell’era pre-socal -, dall’altro creando fenomeni di patologia (dipendenza da internet, fenomeni di ritiro sociale e alienazione, cyberbullismo, il fenomeno haters, etc.).

Tra queste nuove forme, un fenomeno sottotraccia e quasi sconosciuto -qualche anno fa uscì negli Stati Uniti una serie chiamata Catfish, da vedere per chi fosse interessato al fenomeno-, è il fenomeno dei Fake, con centinaia di profili finti -fake, appunto- utilizzati come “prestavolto” a ragazzi che dietro ci si nascondono o ci giocano, immergendosi in una sorta di enorme gioco di ruolo che ha come personaggi i propri idoli (cantanti, attori, vip in generale). Il fenomeno è particolarmente presente nella popolazione adolescenziale, ed ha portato alla creazione, da parte di Facebook stessa, dei cosiddetti “profili certificati”, che rispondono senza ombra di dubbio alla reale persona, in carne ed ossa, che li ha attivati.

Il fatto di poter creare un profilo finto, in cui si assume l’identità di qualcuno che si ammira, innesca un gioco di ruolo che può spingersi fino al sentire emozioni -vere- riguardanti il personaggio fake che si utilizza. Emozioni di segno positivo o negativo, gioia per il riconoscimento che altri vip fanno su di noi, dolore per separazioni o storie d’amore -totalmente fake, ma dietro alle quali ci sono ragazzi veri, che sentono e si identificano al proprio “avatar” con passione e genuinità-, dai risvolti complessi, che innescano importanti riflessioni dal punto di vista sociologico. E’ indubbio che non solo l’identità virtuale (connessa all’utilizzo dei Social) abbia fatto irruzione sulla scena della psicologica (clinica e non); il fatto inoltre che l’identità virtuale sia modificabile, e plasmabile a piacimento, ha conferito ai fruitori rinnovato potere di espressione e generato forme nuove di creatività nella gestione dei rapporti interpersonali, mediati da Internet e in particolare dai profili Social. L’identità virtuale ha preso definitivamente posto al tavolo dei nostri diversi “io”, per così dire, insieme a ciò che siamo nell’intimità, ciò che siamo da soli, ciò che siamo di fronte agli altri, ciò che siamo sul lavoro.

Ho avuto la possibilità di raccogliere la testimonianza di una ragazza di 17 anni che ha sperimentato in prima persona un’immersione totale nel gioco dei “fake”, per circa due anni, con conseguenze allo stesso tempo positive e negative sulla qualità della sua vita e potenti emozioni provate al crearsi di relazioni tra il suo profilo e quello degli altri profili fake. Come si legge in seguito, in questo caso il gioco di ruolo ha trasceso sé stesso, divenendo uno strumento per potersi distaccare dalla propria quotidianità, sempre più lontana. Sul piano del Social, il proprio profilo “real” diviene sempre più inutilizzato, dimenticato perché troppo poco stimolante, troppo reale, lasciando il posto alla nuova vita conferita, in rete, dal personaggio che si gioca. Leggiamo qui la testimonianza:

“Tutti sappiamo quanto internet possa essere utile ma allo stesso tempo pericoloso, e i motivi possono essere diversi. Sappiamo anche dell’esistenza di profili falsi sui Social Network. Quelli che noi tutti conosciamo rimandano molto alla serie televisiva “Catfish”, dove le persone si fingono altre normali persone. Quello invece che ha interessato me direttamente è totalmente diverso, forse quasi ben peggiore. Succede che si ha la possibilità di crearsi una vita, ovviamente fittizia, dove tutto va secondo i piani, dove tutto è migliore. Questa realtà interessa particolarmente la piattaforma sociale del web: Facebook.
La creazione di identità false in questo caso non riguarda la possibilità di crearsi un profilo dove si finge di essere Mario Bianchi, la diversità sta nel chi si sceglie di essere e chi si sceglie di interpretare.
Le dinamiche sono simili nella creazione.
In questo tipo di Fake (così vengono chiamati sui Social) si scelgono personaggi famosi come cantanti, attori, modelli. Nella creazione del profilo le dinamiche sono diverse, si può scegliere di interpretare quel personaggio nei minimi dettagli, oppure lo si può usare solo come pv (presta volto). Nel primo caso quando creo un profilo e scelgo di essere Brad Pitt, allora il mio nome sarà Brad Pitt e io sarò sposato con Angelina Jolie ecc. La mia storia seguirà fedelmente quella del personaggio scelto, anche nei vari spostamenti o partecipazione ad eventi. Nel caso volessi invece usarlo solo come pv, il nome lo creo io (esistono siti che creano nomi e cognomi fantasiosi, non reali) e la vita di quella persona anche. Quindi avrò solo la fisionomia, la foto di Brad Pitt, ma sarò un semplice operaio single -per esempio- e con il vizio del gioco. Tutto questo ricorda i cosiddetti “giochi di ruolo” ed inizialmente nacquero tali. Si decideva un pv, si creava una storia decisa in una chat di gruppo dai vari utenti reali e poi si faceva agire e interagire quei determinati personaggi, pubblicamente in bacheca così che si potesse, nel caso si volesse, leggere la storia ed interessarsi. Non vi era nessun altro tipo di fine, era un gioco. Col tempo le cose sono cambiate e si è arrivati al punto da crearsi una vera e propria comunità sociale. Un mondo parallelo a sé. Una volta creato un profilo, con un nome e un personaggio con la sua storia tu puoi chiedere l’amicizia ad altri fake, interagire con loro e creare rapporti. La vita, le azioni e le conoscenze non sono premeditate o decise da entrambi gli utenti reali. Tutto avviene perché deve avvenire. Io scrivo ad una persona e dal modo in cui scrive mi sta simpatica, allora si chatta e ci si conosce. Io racconto la mia vita, lui la sua. Quotidianamente. Poi quella persona la voglio vedere e allora chiedo di uscire. Ecco, qua subentrano le
role (descrizione dettagliata di azioni, pensieri che determinano ciò che i due personaggi stanno facendo). Con le role si può fare di tutto: giocare a pallone, nuotare, abbracciarsi, fare sesso. Ruolare è fondamentale: permette di vivere e non limitarsi a parlare. Ci si sposa, si hanno dei figli. Le foto vengono modificate con photoshop, fotomontaggi su fotomontaggi, fatti anche molto bene. Con queste dinamiche ci si crea una vita propria, una famiglia, amici e tutto sembra più reale di quanto in realtà non sia. Ci si chiude in questo mondo, confondendolo con quello reale. Persone che a 30 anni fanno ancora parte di questo mondo, donne, uomini.

Io ho buttato due anni della mia vita, rimanevo chiusa in casa giorno e notte, l’estate non uscivo. Mi limitavo a “vivere” davanti ad un computer che però mi permetteva di vivere una vita che era perfetta. O quasi. All’interno col passare del tempo, così come nella vita reale, si vengono a creare dispiaceri, litigi. Realtà e falsità non vengono più a distinguersi. Così si arriva al punto in cui si decide di conoscersi come “real”, ci si scambia il numero e ci si vede chi realmente gestisce un profilo. Ma questo non cambia le cose, io ero il mio personaggio come gli altri erano il loro, anche nella realtà. Quando il mio fidanzato fake (che nella realtà era una donna) mi lasciò, stetti talmente male, come se il dolore fosse reale e forse lo era, l’unica cosa vera.
Il fake è una realtà che ti cattura, da cui diventi dipendente.
I “real” a volte, essendo io molto famosa in quella comunità falsa, si prendevano gioco di me. Praticavano una sorta di cyber bullismo. Dietro ad un computer ci si sente tutti più forti, più belli.
Onnipotenti.
Stava cominciando a starmi stretto, notavo quanto fossero tutti così crudeli, come troppa gente stesse ancora là sopra dopo anni (anche 10 anni) e come non si godesse la vita, quella vera. Ho conosciuto per mia fortuna anche persone che iniziavano a pensarla come me e piano piano ma anche drasticamente siamo riuscite ad uscirne. Con loro l’amicizia è rimasta, ma il fake ogni tanto nelle relazioni torna. Perché aveva influenzato tanto il real che quando si parla ancora adesso dopo due anni, si fanno rimandi ad esso. Le persone tornano e le situazioni anche. Però ora posso dire che sto bene, perché la vita reale, con le sue bellezze e dispiaceri, ti riempe davvero. Ora sono fidanzata e ho amici veri e baciarsi e farsi le coccole, il contatto fisico, il calore umano, è così gratificante e bello.”

Questo fenomeno si configura come un qualunque altra dipendenza, con lo stesso potere immersivo e seducente. La differenza sta negli effetti collaterali, non tanto fisici, quanto psicosociali. Come si legge, il rischio è rappresentanto da un progressivo allontanamento dalla propria quotidianità e soprattutto, come in queste forme nuove di dipendenza, dalla rinuncia a utilizzare il proprio corpo, teatro di tutto ciò che di veramente importante ci possa capitare in vita. Il recupero della dimensione corporea in senso allargato (relazioni, affetti, divertimento, passioni o dolori incarnati) è una possibile via da intraprendere per restituire alla propria vita reale il giusto peso e la giusta priorità, con tutti i rischi, ma anche i vantaggi, che questo comporti.

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