Antropologia, danza, cura: ponti e intrecci

Intorno al 1940 Marian Chace, danzatrice e prima danzaterapeuta, sperimentava molto pionieristicamente l’efficacia della cura attraverso il linguaggio corporeo e la danza con i pazienti di un ospedale psichiatrico di Washington D.C. Affermando che «l’immagine corporea è innanzitutto una creazione sociale», poneva l’attenzione su due assunti fondamentali: il primo è il corpo come strumento di comunicazione, che oltrepassa i confini biologici abbracciando quelli dell’esperienza vissuta; il secondo è il corpo come strumento di relazione e intessuto esso stesso di relazioni, suggerendo anche che il corpo isolato è un corpo che si ammala.

Negli anni Settanta, intorno alle riflessioni della Scuola di Harvard, si sviluppava l’antropologia medica, quella branca dell’antropologia che finalmente arrivava a problematizzare il sistema di cura occidentale, cominciando a considerarlo come una “etnomedicina”, al pari dei sistemi di saperi e pratiche di cura “altre”. Psichiatri e antropologi, due fra tutti Arthur Kleinman e Paul Farmer, ridefinendo il profondo legame che esiste fra ordine sociale ed esperienza di sofferenza, gettavano le basi per una revisione critica delle categorie di corpo, salute e malattia. Dagli anni Ottanta, grazie ai contributi di Michel Taussig, Allan Young, Thomas Csordas e Nancy Sheper Huges, veniva rifondata l’epistemologia del corpo e della salute. Si andava così nella direzione di ricucire la lacerazione cartesiana che divide corpo e mente, grazie anche al concetto di mindful body, e di ridefinire la malattia come l’effetto incarnato della sofferenza sociale, quella sofferenza che trova le sue cause profonde e le sue più esplicite manifestazioni negli assetti economici, sociali e nei rapporti di potere.

Dagli anni Ottanta, le artiterapie cominciano a sviluppare specifiche metodologie e a darsi uno statuto. La danzaterapia inizia a farsi strada, anche in Italia, nel settore clinico, sconfinando poi in quello educativo, e in generale in svariati contesti di prevenzione.

Danza, antropologia e cura dunque si nutrono reciprocamente e si incontrano su un terreno comune, nel quale l’esperienza corporea può diventare esperienza artistica e dunque terapeutica, ripristinando così la funzione sociale della danza e il suo potere intrinsecamente curativo. La stessa Marian Chace affermava che «lo scopo principale della danzaterapia è la reintegrazione dell’individuo nel gruppo». Franziska Boas, figlia del noto antropologo Franz Boas e particolarmente sensibile allo studio antropologico della danza, scriveva nel 1944:

«La danza deve essere considerata una forma di espressione e di attività comunitaria, e la sua positiva influenza sociale sulla dimensione individuale deve essere compresa e favorita. Devono essere esplorate le possibilità della danza come terapia mentale, tanto quanto fino ad oggi si è posto l’accento sui suoi usi nell’ambito della formazione fisica».

Del resto, come ricordava durante un seminario Vincenzo Bellia, (danzamovimentoterapeuta, psichiatra e gruppoanalista che ha sistematizzato la metodica della Danzamovimentoterapia Espressivo-Relazionale): «la psichiatria è nata… quando la gente ha smesso di danzare».

La danza sembra peraltro coeva alla specie umana. Presente da sempre in tutte le società umane, è difficile pensarla come un aspetto secondario e trascurabile della vita sociale. Al contrario, si tratta di un’attività che, strutturando i corpi degli individui, struttura il corpo sociale (le danze popolari ne sono un esempio). Danza per connettersi al soprannaturale, per celebrare matrimoni, unioni di individui e gruppi familiari e sociali, danza per canalizzare conflitti, risolverli e in qualche modo “sublimarli”, danza per curare e per guarire, sempre alla presenza del gruppo. In moltissime società – e fino a non molto tempo fa anche nella nostra – la collettività partecipa al processo terapeutico e, tramite la danza, contribuisce a reintegrare l’ultraterreno al terreno, a trasformare il potenziale nemico in alleato, a condurre il malato verso la guarigione. La comunità tutta cura (si prende cura) e, nel risanare, “si sana”.

Ecco perché Marian Chace affermava che «un corpo è un corpo tra altri corpi»: il corpo è il corpo di tutti, è il corpo sociale. Ripristinando la matrice antropologica della danza, si restituisce in qualche modo la cura alla comunità, come a dire che il malessere non deve essere concepito come meramente individuale, ma riguarda l’intero contesto comunicativo e relazionale in cui l’individuo è immerso. Di conseguenza la cura deve essere cura per l’individuo, per la comunità e della comunità.

Si tratta a mio avviso di prospettive molto affini a quelle degli attuali approcci antropologici alla cura, che rifiutano una visione del corpo come prodotto naturale, e lo concepiscono invece come prodotto sociale e culturale. Tali approcci si sforzano, non senza incontrare ostilità istituzionali, di coinvolgere nell’analisi del malessere gli aspetti storici, sociali e politici – di comunità in senso allargato! – che vengono incorporati e che assumono i caratteri proteiformi della sofferenza e della patologia.

Allo stesso tempo, è particolarmente significativo che le prime esperienze di danzaterapia si siano svolte proprio negli ospedali psichiatrici, alla presenza di corpi mortificati, annullati, assenti, testimoni del potere istituzionale (medico) che normalizza e isola dal contesto comunitario.

La reintegrazione dell’individuo nel gruppo è un’esigenza che tuttavia si spinge al di là dell’ambito clinico e abbraccia la quotidianità tutta e i cicli dello sviluppo. Promuovere il benessere, la consapevolezza e la propriocezione , la presenza a se stessi nel movimento è necessario sempre, in tutte le fasi dello sviluppo della persona, in tutti i cicli della vita, in ogni contesto umano. L’esperienza estetica ed artistica in questo senso non è un orpello, una decorazione secondaria, ma assume un valore fondamentale come bisogno primario e non accessorio.

La danza e la musica nella danzaterapia, secondo una metodica specifica, rimettono al centro questo bisogno, e migliorando la propriocezione dell’individuo, finiscono per essere benefiche per l’intero gruppo.

Un’ultima riflessione a sostegno del ponte e della convergenza tra antropologia, danza a cura – laddove la cura è un elemento per così dire intrinseco all’unione delle prime due dimensioni – riguarda il rapporto con l’alterità. La danzaterapia e l’antropologia si incontrano questa volta all’interno di un sistema e di un metodo specifico, quello della Danzamovimentoterapia Espressivo-Relazionale (DMT-ER). Messa a sistema da Vincenzo Bellia, già citato, la DMT-ER affonda le radici nella pratica dell’Expression Primitive e nella sua matrice antropologica, e nella psicodinamica dei gruppi. La specificità del metodo, nell’organizzazione del setting terapeutico, procede da un assunto fondamentale: «la via allo sviluppo di sé passa sempre dall’altro». La matrice artistica della DMT-ER considera il processo creativo innanzitutto come un processo interpersonale, all’interno del quale, tramite il gioco e la finzione creativa, l’identità individuale si struttura e prende forma in relazione al gruppo, trasformando in modo inedito il patrimonio collettivo. Il ritmo rappresenta l’elemento fondamentale di raccordo fra l’individuo e il mondo: ne organizza le funzioni biologiche, psichiche e relazionali. Attraverso la danza e la danzaterapia si aprono possibilità per il corpo individuale e per il corpo sociale di esprimersi e comunicare.

L’Altro è in antropologia il principale oggetto di studio, l’Altro è nella danzaterapia (non a caso “espressivo-relazionale”) il mezzo e il fine dell’incontro, attraverso il gioco dei corpi in relazione. In questo risiede il potenziale sovversivo delle due discipline: il corpo abbandona l’appiattimento del corpo-oggetto per diventare corpo-soggetto, corpo intersoggettivo, protagonista delle proprie scelte, del proprio cambiamento e di conseguenza del cambiamento dell’ambiente che lo circonda e dello spazio, che è spazio sociale.

Il valore curativo della danza risiede nella sua trasformatività, attraverso l’azione creativa ed estetica del linguaggio corporeo e dello stimolo ritmico. Del resto, la tras-formazione è un viaggio attraverso le forme, ovvero è… danza.

Foto di Pilar Castro

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