Piccolo lessico del grande esodo

Ottanta lemmi per pensare la crisi migrante.

Qualche giorno fa è stato presentato in tutta Italia il Dossier Statistico Immigrazione 2017una raccolta di dati consistente che restituisce l’immagine di un mondo in cui il numero di migranti è in costante aumento (253 milioni nel 2017, si prevede saranno 469 milioni nel 2050). Strumento essenziale per la comprensione del fenomeno, i numeri sono utili nel comprendere le tendenze che i movimenti migratori assumono, ma non restituiscono la consistenza di un fenomeno complesso che mette in crisi e turba il nostro sentire sociale:

“Fuori da ogni compiacimento ed esotismo, e ben prima di kalashnikov e attentati, il mondo che arriva a casa nostra ci scombina, ci turba, rimescola le carte. Rimette in gioco l’antico fantasma dell’incertezza. Ciò che in fondo non quadra è che il migrante, il rifugiato, con tutta la sua diversità, è umano quanto noi. Ha le nostre stesse aspirazioni al bene e al benessere e arroccamenti sul proprio ethos non dissimili ai nostri. Ha persino i nostri stessi difetti. La sua presenza ci fa sentire doppiamente in pericolo: egli riflette la nostra stessa vulnerabilità umana e al contempo, poiché sappiamo di vivere con più agio, il suo arrivo ispira il timore che qualcosa ci sarà tolto.” (Dubosc, Edres, 2017, p. 7).

La narrazione dei movimenti, degli arrivi e dell’accoglienza non è cosa semplice. Nelle parole spese a dare ordine e forma a una realtà così complessa si condensano il turbamento delle società che non sanno rispondere ai quesiti della storia e le frustrazioni di aspettative deluse e di futuri negati (nei “qui” e negli “altrove” del mondo globale). Come se non bastasse, il dibattito intorno ai temi della migrazione pecca troppo spesso di pigrizia e si costruisce intorno a pochi – pochissimi –  slanci di originale “buon senso” e frequenti scivoloni. Più di ogni altro tema, quello dell’accoglienza di uomini e donne in movimento – migranti economici, rifugiati, clandestini, i termini si sovrappongono e si confondono in un continuo black out semantico – continua a essere affrontato da politici e testate giornalistiche con parole e immagini che non offrono al grande pubblico gli strumenti per comprendere un fenomeno dalla forza politica, sociale e culturale enorme. Troppo spesso gli interventi mancano di precisione e di prospettiva. Ci si dimentica che l’Italia è coinvolta in processi che agiscono a livelli molto più ampi rispetto a quello nazionale e che, per poter pensare e agire in modo efficace a livello locale, l’Italia va pensata nel contesto prima europeo e, poi, globale (secondo un approccio transcalare).

Troppo spesso sfugge la profonda complessità del fenomeno che coinvolge la società europea tutta. Non sempre i dati statistici – pur anch’essi taciuti, quando non messi in discussione dalle narrative populiste – sono sufficienti a mettere a fuoco processi che toccano da vicino la quasi totalità della popolazione mondiale e che, negli ultimi anni, sono arrivati a bussare alle porta della “fortezza Europa”.

Accanto a numeri e percentuali – che potete trovare sul Dossier Statistico Immigrazione 2017 –  è necessario tornare al significato delle parole utilizzate per narrare la migrazione per poterle poi scegliere con cura.
Fabrice Olivier Dubosc e Nijmi Edres, con il loro libro “Piccolo lessico del grande esodo. Ottanta lemmi per pensare la crisi migrante.” (Minimum fax, 2017) corrono in nostro aiuto.

Il volume – piccolo nel formato, ma grande nei contenuti – è una raccolta di interventi che risultano essere un ottimo antidoto alla superficialità: lettura necessaria per rimettere al centro l’idea che le parole utilizzate per descrivere la realtà – qualsiasi essa sia – sono importanti.

Fabrice Olivier Dubosc e Nijmi Edres nelle 296 pagine del loro “Piccolo lessico” hanno scelto di non cedere al “silenzio scorato” e di provare a dare semplici risposte alle domande impellenti che la questione migrante pone. Agli autori dei contributi raccolti è stato richiesto di racchiudere in tremila battute il proprio punto di vista relativo a temi utili a riflettere su un “esodo” dalla natura strutturale e dalle dimensioni epocali che richiederà – è sta già chiedendo – cambiamenti profondi nelle politiche e nelle coscienze. Gli sguardi raccolti nel volume sono tra i più vari: antropologi, mediatori culturali, formatori, psicoanalisti, operatori di comunità, storici, attivisti. Tutti hanno dovuto attenersi al limite di battute richiesto e tutti hanno lasciato spazio nei brevi interventi a tre dimensioni essenziali: il livello informatico, la riflessione critica e la dimensione immaginale ed evocativa. Ne risultano ottanta contributi che trasformano le parole in immagini e che rispecchiano la complessità della crisi migrante e delle risposte istituzionali e politiche italiane ed europee. L’eterogeneità e l’inevitabile parzialità dei contributi sono la vera forza del “Piccolo lessico”, oltre a spingerci a non accontentarci e a renderci disponibili alle immagini piuttosto che a soluzioni troppo rapide (come leggiamo nell’introduzione al volume), aprono finestre su mondi a cui ognuno di noi può affacciarsi.

Il “Piccolo esodo” è un libro fruibile, da sbocconcellare al bisogno. Uno di quei libri che è bello avere a portata di mano quando si è incerti nella messa a fuoco della realtà. Quelle offerte non sono risposte, ma piccole pillole che pungolano la curiosità e insegnano un metodo. Questa è la forza di questo volume e questo è il motivo per cui dovremmo darci un’occhiata, leggerlo un lemma alla volta e lasciarci accompagnare in una comprensione profonda e mai definitiva della realtà.

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