Il Manifesto

“Che cosa siamo venuti a fare qui? Che cos’è propriamente un’inchiesta etnografica? L’esercizio normale di una professione come le altre, con la sola differenza che l’ufficio o il laboratorio sono separati dal domicilio da qualche migliaio di chilometri? O è la conseguenza di una scelta più radicale, che implica la messa in causa di un sistema nel quale si è nati e cresciuti?”

Lèvi-Strauss

 

L’ associazione di matrice antropologica “ramodoro” si costituisce in un’epoca in cui la “modernità liquida” – quel tempo destrutturato in cui l’homo consumens ha prodotto quantità mai eguagliate nella Storia di rifiuti materiali ed umani – segna il passo e mostra senza ritegno il suo ghigno più sinistro. Insomma, si colloca in un tempo in cui l’Apocalisse, intesa nel suo significato etimologico di “rivelazione”, di “caduta del velo”, è quasi del tutto compiuta.

Le aporie e le contraddizioni insanabili di questo secolare modello socio-economico, creato ed esportato dall’Occidente in ogni angolo del Mondo con inappuntabile alacrità – e buona dose di violenza – sono ormai completamente esposte e soltanto un atto di incosciente rimozione o di consapevole negazione può indurre a ritenere che qualche rammendo e qualche toppa bastino a rimettere in moto il meccanismo inceppato.

In questo orizzonte in cui le antiche mappe non orientano più e in cui nuove coordinate non sono ancora state fissate, l’antropologia e gli antropologi sono chiamati a fare la loro parte, innanzi tutto testimoniando la presenza di alternative all’esistente: altri modi di essere nel mondo sono sempre stati esperiti e praticati ai margini fisici e metafisici di quell’ “impero occidentale” che non ha più confini geografici. Per svolgere questa funzione, l’antropologia deve necessariamente affrancarsi dall’ambito accademico che è stato fino ad oggi il suo terreno d’elezione – “Ci sono, forse, altre professioni scientifiche più accademizzate ancora – la paleografia, lo studio dei licheni – ma non molte” , ebbe a scrivere Clifford Geertz – allo scopo di mettere a disposizione della società civile le sue intuizioni e i suoi strumenti.

Il gruppo, come si intuisce dal nome che evoca uno dei testi miliari della disciplina (“Il ramo d’oro” di James Fraezer), si fonda sulla condivisa convinzione dei suoi membri che l’antropologia, lungi dall’essere un passatempo da “collezionisti di farfalle”, usi a conservare in teche polverose tristi e bellissimi esemplari di specie di homo sapiens estinte o in via di estinzione, possa invece dare un contributo inestimabile alla comprensione e alla ri-progettazione di questo presente così nebuloso.

Prima di tutto, per la sua vocazione alla marginalità.

Nel loro “giro lungo” alla ricerca dell’Altro, gli etnologi si sono quasi sempre trovati a calcare terre lontane e periferiche – geograficamente, culturalmente e spiritualmente, – rispetto al grande Centro che per secoli è stato l’Occidente europeo e nordamericano. Non solo: tra tutti i saperi hanno spesso dimostrato di prediligere i “saperi minori”, per dirla con Foucault. L’antropologia è dunque per vocazione la scienza del margine, inteso non come luogo di scarto e di oblio, ma come luogo di infiniti decentramenti, di creatività e resistenza, dove ci si oppone con fantasia alla pialla dell’omologazione e della monocultura. Di tali forme creative e resistenti è chiamata, oggi più di ieri, a farsi testimone, aprendo varchi affinché queste possano offrirsi come reali alternative o quanto meno come fonte viva di spunti e suggestioni per la nostra contemporaneità che pare aver perso la capacità di ripensarsi. Ecco dunque il senso della dicitura “Antropologia pratica per il sociale”.

Nel far questo, ramodoro si propone di intrattenere con le altre discipline un dialogo serrato che sia fecondo e che trasformi entrambi i termini della relazione; in particolare intende confrontarsi con i diversi linguaggi artistici, dando vita a forme espressive ibride in grado di coinvolgere un pubblico più ampio di quello che i suoi codici più classici hanno permesso fino ad oggi di raggiungere. D’altra parte l’antropologia, avendo per oggetto l’uomo, nelle sue plurali, inesauribili espressioni culturali, è fin dalle origini una scienza interstiziale, che si colloca nel tessuto connettivo tra i diversi ambiti del sapere. Si presta dunque più di ogni altra a sperimentazioni interdisciplinari come quelle che ci proponiamo.