Marta Mosca

Dove ti trovi in questo momento?

Alla mia scrivania, ormai troppo piccola per accogliere in maniera ordinata la mole di libri, dispense, appunti e diari di campo che negli anni è lievitata notevolmente. Il davanzale della finestra davanti a me è pieno zeppo di libri disposti in piedi, serrati uno dietro l’altro e al fondo della fila c’è una statuetta burundese in legno. È una donna, con seni prosperosi e ventre pronunciato. Sta in posizione seduta, con i gomiti poggiati sulle ginocchia e il palmo della mano destra posta sotto la guancia a sorreggere la testa. Lei rappresenta la saggezza. Pensa, medita, sorveglia e mi guarda sempre. È il mio feticcio.

Cosa ci fai lì?

Sto lavorando alla revisione di un articolo sulla violenza politica in Africa e riflettendo sul fatto che ogni tanto mi piacerebbe scrivere su qualcosa di più leggero! Vero è che occupandomi di Africa dei Grandi Laghi e di Burundi in particolar modo, il discorso sulla violenza nelle sue varie forme è inevitabile. In effetti, stavo pensando anche ad un’altra cosa, su cui spesso mi capita di fantasticare. Oltre ad alimentare il discorso scientifico e antropologico, il mio campo del 2015 in Burundi si presterebbe moltissimo alla scrittura di un romanzo. Chissà, magari un giorno lo farò.

Cosa volevi fare da grande quando eri bambina?

Da piccolissima volevo fare la ballerina di danza classica, che ho praticato per qualche anno. Poi ho cambiato drasticamente ambito e alle elementari volevo fare l’esploratrice, che detta così sembra una professione che lascia ampi spazi di azione, e di esplorazione appunto! In realtà non sapevo bene cosa volessi esplorare, ma credo che innanzitutto fossi curiosa di scoprire i luoghi. Non potevo certo all’età di 7-8 anni prendere aerei da sola per andare in tutti quei posti che guardavo incantata sul mappamondo, così, giocavo a viaggiare. Ricordo un gioco di mia invenzione e che facevo da sola (si insomma facevo tutto io), il cui obiettivo era seguire un itinerario che disegnavo su un foglio di carta il quale prevedeva una tappa in diversi punti del mio cortile. Il viaggio da un posto all’altro, come se questi fossero lontanissimi − improbabile in un cortile di casa visto che non abitavo in una reggia − lo simulavo dondolandomi più veloce che potevo sull’altalena che aveva costruito mio papà, fino ad arrivare più in alto possibile. Così, mi spostavo dal fienile al pollaio, dalla vecchia casa di mia bis nonna all’orto, dal garage alla casetta di legno e in ognuno di questi posti mi sembrava ogni volta di scoprire qualcosa di nuovo che le volte precedenti non notavo. Quando ripetevo il gioco aggiungevo nuove mete e spesso disegnavo il percorso su un fazzoletto di carta perché mi sembrava di maneggiare una di quelle vecchie mappe vissute e logore, come quelle di Indiana Jones. Poi crescendo ci sono state altre professioni che mi affascinavano, come la giornalista, la maestra, la fotoreporter… ma quando qualcuno mi chiede «cosa volevi fare da grande quando eri bambina?», la risposta è: da bambina volevo fare l’esploratrice. 

Ci racconti il momento in cui hai scoperto la tua passione per l’antropologia?

A parte il desiderio di andare in giro per il mondo, o per il cortile di casa, in tenera età − che comunque è probabile suggerisse già una certa inclinazione − la passione vera e concreta per l’antropologia è fiorita sicuramente i primi anni di università. Frequentavo la triennale in Comunicazione Interculturale e il primo corso di antropologia che seguii fu l’inizio di un percorso formativo, professionale e personale molto fecondo, che rifarei mille volte. La strada è stata tutta in salita e certamente il livello di (scarso) riconoscimento di cui l’antropologia gode in Italia non garantisce vita facile agli antropologi. Tuttavia, essere antropologa, o perlomeno tentare di esserlo al meglio, mi offre quotidianamente chiavi di lettura, capacità critica, spunti di riflessione e una buona dose di sensibilità rispetto alla comprensione della realtà sociale. Lontano dall’essere un atteggiamento di presunzione, il mio è solo un modo per sottolineare quanto l’antropologia sia una scienza umana, in una duplice accezione: in ragione del suo oggetto di studio, cioè l’uomo in tutte le sue dimensioni, e in virtù degli strumenti di analisi e della metodologia che utilizza. Ecco, l’antropologia è una scienza umana perché si occupa dell’umanità con garbo, in maniera etica, attraverso strumenti sensibili. L’antropologia ci aiuta a comprendere i fenomeni sociali e i fatti che ci circondano e ci riguardano, talvolta molto più di quanto sembra in apparenza. E ciò che riguarda non rientra solo nei confini di quartiere, di città, di provincia e così via, ma si estende ben oltre. Così ho iniziato ad avvicinarmi al continente africano, già da tempo per me forte polo di attrazione che prima di iniziare gli studi all’università io definivo attrazione estetica. Leggevo riviste specializzate, romanzi, report che parlavano di Africa e mi sentivo fortemente sedotta dai luoghi e dalle persone che la abitavano. Un’attrazione che si è trasformata gradualmente in interesse scientifico e che mi ha spinta a condurre la prima ricerca sul campo nel 2009 in Burundi per la mia tesi di laurea specialistica. Dopodiché è stata la volta del Senegal dove ho lavorato per una Ong di Torino. Un’esperienza straordinaria dal punto di vista professionale e personale, durante la quale mi sono resa conto dell’importanza dell’antropologia applicata e di quanto ce ne sia bisogno nel mondo della cooperazione. Sono poi tornata a lavorare in accademia con un Dottorato di ricerca in antropologia continuando tuttavia a mantenere un profilo pratico della disciplina. Rieccomi in Burundi per il mio progetto di ricerca e questa volta il campo è stato davvero denso, complicato e in parte devastante. Ho fatto ricerca sul campo nel 2015 a Bujumbura, la capitale, durante le elezioni presidenziali che hanno causato una grave crisi sociale, politica ed economica e un movimento di contestazione popolare senza precedenti che, immediatamente represso con le armi, è sfociato in due mesi di violenti scontri tra manifestanti e polizia. Questa crisi è stata la fotografia delle dinamiche che governano il paese, basate innanzitutto sull’utilizzo della violenza da parte dello stato come strumento di controllo e di potere. Insomma, lavorando sui modelli di costruzione della violenza, diciamo che dal punto di vista della ricerca è stato tutto molto stimolante. Un po’ meno dal punto di vista personale. Il confronto diretto con la violenza e tutto ciò che esso comporta non è stato semplice da gestire. Non sono certo uscita indenne dal campo, ma il fatto di aver retto – più o meno bene a seconda dei momenti − una situazione estremamente critica e di aver osservato dall’interno il modo distorto in cui la crisi burundese veniva presentata al grande pubblico dai media, non ha fatto altro che rafforzare la mia convinzione sull’urgenza antropologica, cioè, l’indiscutibile necessità di antropologia e di antropologi in grado di spiegare la realtà in maniera onesta, sensibile e profonda. Cosa che, purtroppo, molto spesso non accade.

Jean Jamin nella una sua opera  «L’insuccesso come euristica, ovvero l’autorità dell’etnologo» (1986) mostra come la gaffe o l’errore commessi dall’antropologo sul campo possano assumere un valore essenziale nella produzione della conoscenza antropologica. Ci racconti una tua gaffe?

Di gaffe credo di averne fatte molte, soprattutto all’inizio. Parole in lingua locale pronunciate nel modo sbagliato alterando completamente il senso della frase, la poca attenzione per i convenevoli, sacri in Africa, perché sono piemontese e ho sempre fretta di arrivare al sodo, il pensare che alcune cose le sapevo già perché le avevo studiate sui libri, la disattenzione riguardo alcune regole sociali relative all’alimentazione o alle gerarchie e via dicendo. Errori e sbadataggini, per fortuna mai troppo gravi, che ti formano, ti rendono più attento e ti insegnano ad essere rispettoso delle vite di cui ti stai occupando. Si, perché in fondo è questo ciò che fa l’antropologo sul campo e il sapere antropologico si costruisce non solo attraverso l’osservazione, la partecipazione alle pratiche sociali e la teoria, ma anche grazie alle narrazioni degli informatori, alle chiacchiere informali con gli amici, alle confidenze, insomma, grazie a ciò che gli altri decidono di mettere nelle nostre mani.

Hai una persona a cui ti ispiri? Chi è?

Non c’è un’unica persona a cui mi ispiro. Ci sono persone che mi stanno accanto da una vita, come i miei genitori, che sono indubbiamente dei saldi punti di riferimento, ma c’è tutta una miriade di persone vicine e lontane nel tempo e nello spazio da cui mi piace trarre ispirazione. Molte di queste sono uomini e donne conosciuti durante le mie esperienze di campo e che mi hanno colpito in maniera straordinaria per la loro integrità, la loro rettitudine e per il modo in cui mi hanno accolta nelle loro case. Ecco, loro mi hanno insegnato davvero molto. Poi mi capita spesso di trarre ispirazione anche da incontri estemporanei con persone che pur nella fugacità mi trasmettono qualcosa di positivo e irripetibile. Insomma sono pluralista anche in questo!      

Qual è il tuo motto?

Libera, prima di ogni altra cosa.

Libera da restrizioni, da ciò che limita e dalle convinzioni assolute che impediscono la crescita, la curiosità e la conoscenza reale delle persone, dello spazio e dei luoghi che abitiamo. Credo che solo questa libertà permetta all’essere umano di essere davvero consapevole.

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