Margherita Piccioni

margheritaDove ti trovi in questo momento?
A casa nella mia città natale, Biella. Stranamente rientrata presto da lavoro, finalmente ho il tempo di riflettere su una mia presentazione!

Cosa ci fai lí?
A casa rientro da lavoro. A Biella, attualmente ci lavoro.

Dopo anni in giro, qua e là, sono ormai da tre anni “ferma” in questa città, lavorando con richiedenti asilo politico.

Cosa volevi fare da grande quando eri bambina?
Da piccola ho sognato diverse attività per il mio futuro. Sicuramente ho sempre pensato che il lavoro dovesse essere una passione e, quindi, parte integrante della vita. Ho desiderato essere una pattinatrice sul ghiaccio, una truccatrice di teatro, una cantante, una ristoratrice, una viaggiatrice…tanti volti diversi per ogni parte di me.

Ci racconti il momento in chi hai scoperto la tua passione per l’antropologia?
Osservando il mio percorso, mi rendo conto che l’incontro con l’antropologia era segnato: prima o poi doveva accadere! Fin da piccola ho sempre desiderato conoscere l’Altro, attraverso viaggi, volontariato, incontri.. Con gli studi alle superiori ho intrapreso l’indirizzo “sociale” che prevedeva lo studio dell’antropologia. Purtroppo, la disciplina è stata eliminata dall’allora preside di istituto, in quanto considerata una materia tranquillamente assimilabile dalla “storia”. Nonostante ciò, la vita mi ha nuovamente dato occasione di conoscere l’antropologia: durante gli studi della laurea triennale ho avuto modo di frequentare un corso in Antropologia Culturale perciò, al momento della scelta per la Laurea Magistrale, in dubbio tra geografia ed antropologia, l’antropopoiesi di Remotti e Lese ed Efe hanno avuto il sopravvento!

Jean Jamin nella una sua opera «L’insuccesso come euristica, ovvero l’autorità dell’etnologo» (1986) mostra come la gaffe o l’errore commessi dall’antropologo sul campo possano assumere un valore essenziale nella produzione della conoscenza antropologica. Ci racconti una tua gaffe?
Di gaffe ne ho fatte parecchie.. quella che più ricordo però, non è legata a ricerche sul campo, ma a un’esperienza di volontariato in Perù, quando ancora ignara del mondo e delle conoscenze antropologiche (e del fascino del relativismo culturale!) ho affermato convinta ad un’amica peruviana che “sicuramente il cibo peruviano è buono, però quello italiano è decisamente migliore!”

Hai una persona a cui ti ispiri? Chi é?
In realtà non ci ho mai pensato seriamente. Nella vita di tutti i giorni, nella mia quotidianità, mi ispiro a persone differenti che mi hanno colpito per la capacità di rispondere a quel che la vita offre, propone e a volte impone. Penso a una donna cieca della periferia di Lima, a richiedenti asilo che vivono la discriminazione sulla propria pelle, a donne vittime di violenza che rinascono associandosi… in ogni momento cerco nella mia mente ricordi di incontri che possano aiutarmi a superare ed affrontare le circostanze. È difficile, ma ricordarselo ogni tanto non fa male!

Per quanto riguarda il lavoro, invece, ho appreso molto da un’antropologa conosciuta in Burundi e, sicuramente, il suo percorso professionale mi affascina, mi guida e mi spaventa al tempo stesso.

Qual é il tuo motto?
“A tutto c’è un perché”. Anche se non lo sappiamo e non riusciamo a spiegarci il perché di una situazione, prima o poi lo scopriremo e capiremo che tutto succede per una determinata ragione, perché si faccia un particolare percorso, perché si apprenda qualcosa. Perciò, anche nelle difficoltà, non serve chiudersi troppo in sé interrogandosi sulle ragioni di quanto accaduto…da tutto impariamo, e cresciamo. Tanto vale farlo sorridendo (quando si riesce 😉 )

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