Marco Anselmi

Dove ti trovi in questo momento?

In Etiopia, in particolare a Goba, tra le montagne del Bale.

Cosa ci fai lì?
Sto per concludere una lunga esperienza di Servizio Civile, iniziata ormai otto mesi fa, con l’organizzazione torinese Comitato Collaborazione Medica (CCM), che mi ha permesso tra le altre cose di svolgere delle attività di antropologia visiva.

Cosa volevi fare da grande quando eri bambino?
Da piccolissimo, data la mia passione per i dinosauri, Jurassic Park e le mitologie egiziane e greche, sarei voluto essere un archeologo. Qualche anno più tardi mi sono buttato prima sull’imprenditoria, con l’idea di aprire (me ne vergogno, ma forse ispirato dai Simpson) un’agenzia di affitta amici e poi sul giornalismo di inchiesta. Infine durante gli anni del liceo, mi sarei visto (e in parte mi ci vedo ancora) come insegnante di filosofia per le scuole superiori.

Ci racconti il momento in chi hai scoperto la tua passione per l’antropologia e per l’arte?
Mi sono infatuato dell’antropologia durante l’ultimo anno di Liceo Classico, era un periodo un po’ particolare per me dal punto di vista personale e avevo perso qualunque interesse per lo studio e la scuola, non che non mi piacesse più studiare, ma in quel momento non lo ritenevo prioritario. La mia idea era solo quella di finire e poi capire cosa fare in futuro, però nell’ultimo anno di liceo un professore di storia e filosofia a cui sono ancora molto legato ebbe l’idea di lanciare in via sperimentale un laboratorio di antropologia culturale nel suo corso di studio. La cosa mi piacque molto e mi fece ritrovare dentro di me tanti stimoli che per motivi altri avevo perso o messo da parte. Questa cosa dell’antropologia mi intrigò sempre di più che nella tesina per la maturità portai Claude Levi-Strauss come autore e dopo peripezie varie mi portò a trasferirmi a Bologna per iscrivermi alla Laurea Triennale di Scienze Antropologiche.

Jean Jamin nella una sua opera «L’insuccesso come euristica, ovvero l’autorità dell’etnologo» (1986) mostra come la gaffe o l’errore commessi dall’antropologo sul campo possano assumere un valore essenziale nella produzione della conoscenza antropologica. Ci racconti una tua gaffe?
Di gaffe ce ne sono state tantissime, soprattutto in Macedonia e in Sudafrica, quindi indicarne una in particolare mi è difficile, però ce ne è una che ricordo con molta simpatia. Mi trovavo in Macedonia a Suto Orizari (municipalità di Skopije), stavo facendo una ricerca sul matrimonio zingaro e dovevo incontrare per un’intervista una ragazza che si sarebbe sposata da lì a poco. Lei era una delle prime informatrici che avevo contattato, non conoscevo molto bene la città e così pensando di trovarmi nel luogo dell’appuntamento entro in una casa e in un pessimo Romanì (lingua zingara) mi presento a una ragazza che dice di chiamarsi come quella che avrei dovuto incontrare. Così inizio a farle delle domande e lei tutta contenta, pensando chissà cosa di me, risponde a tutto quello che le chiedevo, poi a un certo punto dopo una mia domanda corre a chiamare tutti i suoi familiari annunciandogli che un italiano aveva chiesto la sua mano. Il resto non ve lo racconto, ma potete immaginare le risate e la confusione generale che si creò. Da quello scambio di persona ho capito molte cose che mi sono poi servite in tutti gli anni a seguire e in tutte le esperienze di campo che ho avuto, ma soprattutto quella gaffe mi permise di trovare una grande amica e un’ottima guida per la mia ricerca in Macedonia.

Hai una persona a cui ti ispiri? Chi è?
Credo che ispirarsi a una persona sola o a un modello unico di vita sia sbagliato, credo piuttosto che ci sia da prendere tante cose, sia belle che brutte, da tante persone diverse: da quelli che si conoscono da sempre come i famigliari o gli amici, da quelle che frequenti solo per alcuni periodi di tempo limitati o che incontri per caso e da quelle che conosci per riflesso per cosa rappresentano e cosa fanno o hanno fatto nella loro vita.

Qual è il tuo motto?
Vivi come sei.

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