Gigi Piana

gigiDove ti trovi in questo momento?
Qui, per ora, in realtà lavoro tra Biella e Torino

Cosa ci fai lí?
Artista visivo e performer.

Cosa volevi fare da grande quando eri bambino?
Ero indeciso tra l’esploratore ed il poliziotto

Ci racconti il momento in chi hai scoperto la tua passione per l’antropologia e l’arte?
Da sempre, non ricordo un momento, ho iniziato le elementari che già sapevo leggere (grazie ad uno zio giornalista), il primo libro che ho letto (che ancora conservo) è stato “popoli e paesi” di Margaret Mead, adoravo le attività creative, illustravo i temi, gradualmente gli interessi sono divenuti “consapevoli”.

Jean Jamin nella una sua opera  «L’insuccesso come euristica, ovvero l’autorità dell’etnologo» (1986) mostra come la gaffe o l’errore commessi dall’antropologo sul campo possano assumere un valore essenziale nella produzione della conoscenza antropologica. Ci racconti una tua gaffe?
Ne ho una al giorno, posso raccontarvi l’ultima in ordine di tempo. Una decina di giorni fa è passata a trovarmi a casa un’importante curatrice d’arte di bologna, ha appoggiato la sua borsa in cucina e ne è uscito un cane, io le ho chiesto di che razza fosse quell’essere informe, lei mi ha detto la razza, ed io gli ho detto che per essere un chiwawa mi sembrava un po’ grasso, lei mi ha risposto  “si ora ci siamo messe a dieta”, da quel giorno non è più la stessa nei miei confronti, ho sottovalutato l’effetto specchio che questa società ha nei confronti dei canini.

Hai una persona a cui ti ispiri? Chi é?
pier paolo pasolini, antonin artaud, joseph beuys, mio padre e molti altri, anche per strada.

Qual é il tuo motto?

mi piace pensare che l’arte abbia a che fare più che con la

creatività, con la trasformazione:

trasformare come spostamento dei confini del fare arte,

impiegare materiali, modificarne le funzioni,

trasformare me stesso, le persone, la società.

la creazione termina, la trasformazione evolve.

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