Francesca Baggio

Dove ti trovi in questo momento?

A Nizza, nella mia reggia (appellativo modesto dato alla mia stanza). Questa stanzona si è ormai trasformata in uno specchio di ciò che sono, di pezzi di storia, persone, passioni. Ma la chicca è una bizzarra e fedele compagna: un busto da cucito lasciato da qualche inquilina precedente (il busto si chiama Berta).  

Cosa ci fai lì?

Seguo il corso di laurea magistrale in Antropologia. Sono curiosa verso tantissime discipline e saperi e avessi una giratempo darei un piccolo spazio a tutto, ma l’antropologia le ha battute tutte. Perché a Nizza? Perché Torino iniziava a starmi stretta, molto stretta; perché adoro la lingua francese; perché il sistema scolastico francese, per quanto carente in formazione teorica, dal punto di vista di preparazione “pratica”, spacca. E poi beh, per il mare, ovvio!! Abitare al mare, il sogno di una vita (confesso di aver mandato candidature per magistrali esclusivamente in città di mare, ups!).

Cosa volevi fare da grande quando eri bambina?

Ho passato tante fasi, molte delle quali in realtà sono rimaste in qualche modo nella mia vita: la passione per il disegno e la pittura (da piccola organizzavo mostre casalinghe di miei disegni, li vendevo a ben 50 cent l’uno, un vero mostro del business), la passione per il mare (ho avuto la fissa per la biologia marina e per la vita da lupo di mare su una barchetta) e per finire l’entusiasmo da “immersione nella natura”: il grande sogno era diventare fotoreporter per il National Geographic; fotografare maestosi animali, affrontare nature selvagge e la sera tornare a dormire nella mia immancabile casa sull’albero. Confesso che ogni volta che ripenso a questo sogno la mia mente viene invasa da una sensazione di pace e benessere.Ma c’era anche un’altra cosa che mi ispirava, e che vi concedo di reputare bizzarra: il mestiere del lavavetri. Ne ero affascinata. Mai capito il perché. Ma mi piace ripensarci, per ricordare a me stessa di non perdere mai quella strepitosa capacità che si ha da piccoli: trovare curiosa e affascinante ogni cosa.

Ci racconti il momento in cui hai scoperto la tua passione per l’antropologia?

Non so individuare un momento preciso, è stata più che altro una cosa che è cresciuta in me giorno dopo giorno. Senz’altro i miei nonni avuto un’impronta considerevole: hanno sempre viaggiato moltissimo, di quei viaggi in luoghi sperduti e all’avventura (per intenderci uno degli ultimi è stato un mese in tenda nel deserto del Ciad) e per ogni viaggio mio nonno preparava dei mini documentari. I loro racconti e i loro “filmini”, sono stati una porta su un mondo che oggi amo con tutta me stessa: quello umano. Rendermi conto che ci sono diversi modi di concepire la vita, di rapportarsi a essa, mi faceva e mi fa brillare gli occhi. Volevo conoscere tutte queste sfaccettature, per poterle amare così com’erano: affascinanti, piene di bellezza, incomprensibili, contraddittorie, e talvolta orribili. Per me l’antropologia non è un lavoro, è prima di tutto uno stile di vita, un tipo di sguardo e disposizione di spirito che si sceglie di adottare nei confronti del mondo. In qualsiasi situazione, momento o attività. Antropologia per me vuol dire anche interdisciplinarità, comunicazione: credo che l’antropologia fine a se stessa non serva a molto se non per un sapere personale; la vera antropologia è quella che comunica con altri saperi, altre discipline.

Jean Jamin nella una sua opera  «L’insuccesso come euristica, ovvero l’autorità dell’etnologo» (1986) mostra come la gaffe o l’errore commessi dall’antropologo sul campo possano assumere un valore essenziale nella produzione della conoscenza antropologica. Ci racconti una tua gaffe?

Di gaffe ce ne sono sempre state nella mia vita quotidiana. La più recente risale a uno scambio di mail con un mio professore qui a Nizza: mi sono guadagnata persino una emoticon (di quelle che si sbellicano dalle risate) da parte del professore perché avevo utilizzato appellativi che io pensavo essere formali e gentili e che invece a quanto pare sono obsoleti e assurdi tanto da suscitare una grassa risata via mail. La tattica “italianizzare ogni parola nella speranza che sia francese” non ha funzionato. Ma riservo la cartuccia “migliore gaffe” per il futuro.

Hai una persona a cui ti ispiri? Chi è?

Non ne ho una in particolare. Ho stima di molte molte persone in questo mondo, alcune sono persone con cui sono cresciuta, altre le ho viste una volta sola nella vita. La maggior parte delle persone che incontro mi lasciano un segno importante, ognuna a suo modo; ho il cuore pieno di impronte diverse. È a tutte queste impronte che mi ispiro.  

Qual è il tuo motto?

Sono sempre stata pessima con i motti. Ma mi piacerebbe rendervi partecipi di due cose: un pensiero e un augurio. Il pensiero deriva da un libro che ho letto e che mi ha insegnato molto, “L’arte della felicità” (una serie di conversazioni tra il Dalai Lama e uno psichiatra americano): siamo tutti individui in cerca di felicità. Ognuno a suo modo, ognuno secondo la sua idea di felicità, ma siamo tutti in cerca di felicità. Quindi quando guardiamo all’altro cerchiamo, prima di tutto, di vedere un individuo in cerca di felicità. L’augurio è questo: “Smetti di definirti. Concediti tutte le possibilità di essere, cambia strada ogni volta che lo senti necessario”.  

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