Erika Grasso

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Amo molto questa foto. Parla del mio coraggio e delle mie paure (soffro di vertigini).

Dove ti trovi in questo momento?
Siedo alla mia scrivania, uno scrittoio di legno che mio nonno ha costruito per mia madre, che poi è stato di mia cugina e che oggi occupa buona parte della mia stanza nella casa in cui sono cresciuta e in cui sono tornata da un anno dopo diverse peripezie, non ultima l’esperienza di ricerca sul campo in Kenya.

Cosa ci fai lí?
Ci passo le giornate tentando di scrivere la mia tesi di dottorato. Nello specifico, in questo momento, ho appena finito un paper per una summer school – pare che gli inglesismi vadano per la maggiore nell’ambiente in cui mi trovo a lavorare, perdonatemi – a cui parteciperò tra pochi giorni. L’articolo riguarda Marsabit, la piccola città del Kenya settentrionale oggetto delle mie ricerche. Diciassette pagine su spazio urbano e relazioni etniche, temi che occupano la mia vita da più di tre anni. E io vorrei solo essere nella mia stanzetta vicino alla foresta di Marsabit.

Cosa volevi fare da grande quando eri bambina?
Dunque, c’è stato il lunghissimo periodo “maestra” in cui facevo lezione ai barattoli dei detersivi che mia madre teneva in bagno, poi quello “veterinaria” perché vivo in campagna e adoro gli animali, poi “fisioterapista” – chissà perché poi. Poi ho incontrato le scienze sociali e nulla è stato più come prima.

Ci racconti il momento in chi hai scoperto la tua passione per l’antropologia?
Non saprei dire. Credo sia stato un percorso per lo più inconscio I miei genitori fecero un viaggio safari in Kenya nel 1983. Sono cresciuta con uno scudo Masai in salotto e ho passato ore e ore della mia infanzia sfogliando gli album di fotografie di quel viaggio. Credo sia stato quello l’inizio di tutto. E poi i racconti che mia madre mi leggeva prima di dormire, adoravo le vicende dei personaggi biblici. Abramo, Giuseppe, Mosè… un mondo diverso, fatto di tende, sogni, viaggi. Sono finita a far ricerca tra pastori nomadi… La scoperta “cosciente” è avvenuta alle scuole superiori, divoratrice di romanzi, appassionata di “storie”, ho trovato nell’indagine sulle vite degli altri l’unica via per soddisfare la mia curiosità e il mio profondo amore per l’essere umano. Le letture impegnate e impegnative sono arrivate dopo queste prime epifanie, ma la commozione con cui ho letto alcuni testi d’esame in università, è stata solo una conferma di quanto sapevo: «Nothing is more educational, in the end, than the mode of being of other people» (Iris Murdoch). Ricordo però che colui che sarebbe stato il mio relatore di tesi specialistica, in tempi non sospetti, colpì nel segno. Il libro di testo del triennio prevedeva un percorso dettagliato – storia, metodo, teorie – per ogni scienza sociale, tra cui l’antropologia. La lettura di un pezzo scritto da Francesco Remotti mi spezzò il cuore in due. Decisi che volevo fare quello, anche se non avevo ben capito cosa facessero di preciso gli antropologi. La psicologia, nel frattempo, mi tentava. Un viaggio in Kenya dopo l’esame di maturità – in quella che sarebbe diventata la “mia” Marsabit – mi diede il colpo di grazia. Evidentemente mancava la dimensione del viaggio, dell’incontro e dell’orizzonte aperto davanti agli occhi per convincermi che non avrei potuto desiderare null’altro. Dieci giorni dopo il mio ritorno dall’Africa non mi presentai all’esame d’entrata per il corso di laurea in Psicologia e andai ad immatricolarmi a Lettere: “Comunicazione Interculturale”. Era il 2004, il piano era di provare e vedere se ce l’avrei fatta a passare i primi esami, sono passati dodici anni e ho ancora lo stesso numero di matricola: dottoranda, chi lo avrebbe mai detto?

Jean Jamin nella una sua opera «L’insuccesso come euristica, ovvero l’autorità dell’etnologo» (1986) mostra come la gaffe o l’errore commessi dall’antropologo sul campo possano assumere un valore essenziale nella produzione della conoscenza antropologica. Ci racconti una tua gaffe?
Gaffe molte, erroracci ancora di più. Da quando ho dichiarato di avere un appuntamento con un prete missionario sbagliando il verbo in inglese e quindi sottointendendo che l’appuntamento era di natura romantica, alle scarpe non tolte per entrare in una casa musulmana. Il latte rifiutato perchè non lo digerisco o i calzoni corti nel deserto (“Ma chi è quello? Un ragazzino??”), i saluti detti nel modo o nell’ordine sbagliato, gli inviti non ricambiati perchè sono troppo piemontese per farlo.

Quello che ricordo meglio è un focus group condotto con alcuni anziani borana a Marsabit, nel Kenya settentrionale. Avevo le domande pronte ma li avevo sottovalutati. L’aria di sfida del leader del gruppo mi ha subito rimesso al mio posto: donna, nubile, bianca. Il focus group non è riuscito, mi hanno “fregata” parlando lingue che non conoscevo e dimostrando di non essere per nulla degli sprovveduti. Conoscevano l’inglese, sapevano cosa stessi facendo con registratore e cellulare. Sapevano quello che andavo cercando e, trattandosi di temi sensibili per la loro comunità, non me lo hanno concesso. Non era mia intenzione circuirli, ma per lo meno mi ero illusa di poter far prevalere la mia posizione di ricercatrice, di poter dettare tempi e modi del nostro incontro. Mi hanno dato una sonora tirata di orecchie a loro modo: io ero l’ospite, io dovevo imparare. I miei anni di studio, la mia pelle bianca, la lingua del potere con cui parlavo loro e i doni con cui mi ero presentata non mi mettevano in una posizione di privilegio. Non ho potuto controllare la conversazione, tanto meno sentirmi dire quello che volevo. “Questo non ti serve, tanto il borana non lo parli. Spegni il registratore”. Così è stato. Il focus group è fallito ma io ho imparato molto. Mai sottovalutare un anziano. Mai abituarsi alla presenza dei nostri informatori. Ognuno di loro merita rispetto e un po’ di timore, infondo chiediamo loro di regalarci i loro pensieri e spesso proprio quei pensieri e quei sentimenti per loro più preziosi. Dobbiamo maneggiare con cura le vite degli altri.

Hai una persona a cui ti ispiri? Chi é?
I miei genitori e i miei nonni. Ho imparato il rispetto, l’onestà e la curiosità in casa, con loro. Potrei citare autori, personaggi famosi che mi hanno ispirata, ma la vera scuola a cui faccio riferimento è quella delle famiglie contadine da cui provengo, dove la porta è sempre stata aperta, le domande sempre interessate, l’amore per quello che ci circonda sempre coltivato e la creatività di ognuno conservata in angoli nascosti, come si fa con i tesori. E poi le frasi “mantra” della mia famiglia: “Una cosa per volta”, “Qualcosa sarà”, “La provvidenza ci penserà”. La fiducia nel prossimo e nel futuro l’ho imparata davvero e praticata in Africa, da adulta, ma è un qualcosa a cui sono stata “allenata” sin da bambina, a casa.

Qual é il tuo motto?
“Una cosa per volta”

 

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