Elisa Muntoni

elisa-muntoniDove ti trovi in questo momento?
Mi trovo sul mio piccolissimo balcone, quasi in apnea nel minuscolo spazio tra la sedia e il tavolino che sono magicamente riuscita ad incastrare in questo metro quadro di aria aperta. A farmi compagnia c’è un incessante cincischio di alcuni piccoli di piccione che vivono nella grondaia qui accanto, aspettano che la mamma porti loro da mangiare. La mia gatta Matì, annusa il basilico e osserva irrequieta i movimenti dei piccioni.

Cosa ci fai lí?
Mi sono seduta qui perché nelle giornate uggiose la mia casa è buia, e se c’è una cosa che detesto è stare al buio di giorno. Malgrado la scomodità e i piccioni che mi planano sulla testa, stare qui mi mette di buon umore.

Cosa volevi fare da grande quando eri bambino?
Quando ero piccola sognavo di fare l’archeologa, o meglio, l’archeologa subacquea. Scrivevo e disegnavo intere storie i cui protagonisti erano animali antropomorfi che andavano alla ricerca di tesori nascosti sul fondo del mare.

Ci racconti il momento in chi hai scoperto la tua passione per l’antropologia e per l’arte?
È stato mio nonno a farmi appassionare all’antropologia, anche se all’epoca non sapevo ancora che si chiamasse così. Ogni volta che tornava da un viaggio in Burkina Faso o in Mali, dove per anni si è recato come cooperante volontario per un’organizzazione non governativa, non vedevo l’ora di farmi raccontare le tantissime storie che riportava con sè. Mi raccontava delle persone che incontrava nei villaggi, dei cibi che assaggiava, i miti e le leggende, mi descriveva le danze e i canti a cui assisteva. Tuttavia solo all’età di quindici anni ho dato un nome a tutte queste cose. Ero in macchina con mia madre, parlavamo del mio futuro. Le dissi che mi sarebbe piaciuto molto studiare le culture, come quelle di cui mi parlava mio nonno. È stata lei a dirmi che ciò di cui parlavo si chiamava antropologia. È stata un’illuminazione. Quel giorno ho deciso che avrei seguito quella strada.

La passione per l’arte, invece, per me si riflette soprattutto nella fotografia. È una passione nata spontaneamente nel momento in cui i miei genitori mi hanno messo in mano la prima macchina fotografica, una piccola compatta di cui non ricordo nemmeno più la marca, attraverso la quale ho scoperto la bellezza di osservare il mondo da punti di vista diversi. Ci sono poche cose che mi rendono più felice di una fotografia ben riuscita, credo sia la forma di espressione che più mi appartiene. Da quasi dieci anni porto avanti questa passione con costanza esplorando stili e soggetti diversi.

Jean Jamin nella una sua opera  «L’insuccesso come euristica, ovvero l’autorità dell’etnologo» (1986) mostra come la gaffe o l’errore commessi dall’antropologo sul campo possano assumere un valore essenziale nella produzione della conoscenza antropologica. Ci racconti una tua gaffe?
L’episodio che mi viene in mente non è una vera e propria gaffe, ma mi ha insegnato molto rispetto al ruolo che voglio avere come antropologa sul campo. Di recente ho portato a termine un breve documentario (pseudo)etnografico – dico pseudo perché di etnografico ha solo il metodo – sulla storia di un barbiere pugliese che esercita nel centro di Torino e sulle dinamiche quotidiane che hanno luogo nel suo locale. Un giorno, durante le riprese, è entrato un cliente vantandosi del fatto che un suo amico candidato della Lega Nord sarebbe venuto a tagliarsi i capelli di lì a poco. Io, che ormai avevo una certa confidenza con il barbiere, ho ingenuamente espresso il mio pensiero a riguardo, a cui lui ha risposto con un sorriso. Quando questo candidato è arrivato però mi sono ritrovata nell’imbarazzante situazione di assistere a uno scambio di opinioni politiche molto lontane dalle mie, a cui prendeva parte anche il barbiere. In quel momento ho capito che esprimere il mio pensiero con lui era stato un grande errore perché non ero più un’osservatrice silenziosa e imparziale. Avevo scoperto le mie carte, lui ormai sapeva come la pensavo anche se rimanevo in silenzio, e ho finito per essere coinvolta contro la mia volontà nella conversazione in un’atmosfera di imbarazzo e tensione. Quel giorno ho capito che nella ricerca è talvolta necessario lasciarsi alle spalle le proprie convinzioni, perché tutto sommato episodi come questo, anche se in un primo momento possono generare l’impressione che si tratti di una deviazione dal percorso lineare che si voleva utopicamente seguire, possono offrire ulteriori e più fecondi spunti di riflessione.

Hai una persona a cui ti ispiri? Chi é?
Ce ne fosse solo una! Mi ispiro a molte persone, non credo di essere in grado di selezionarne solo una.

Qual’é il tuo motto?
“Non aspettare le condizioni perfette per agire. Agisci sgangherato” (Cavezzali). Questo è il motto che ripeto a me stessa ogni volta che la mia “ansia da perfezionismo” prende il sopravvento, quando questo più che una qualità diventa un limite che mi cristallizza e talvolta mi spinge a non agire.

L’antropologia mi ha insegnato che non esistono condizioni perfette e che i risultati migliori si ottengono proprio accettando in partenza la natura multiforme, non lineare e talvolta inaspettata dei comportamenti umani. Mi ha insegnato che la qualità della ricerca dipende prima di tutto dalla curiosità e dalla creatività, e che ogni errore o cambiamento di rotta è parte essenziale del percorso che porta alla conoscenza.

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