Elisa Grandi

Elisa Grandi: "Dove c'è una volontà, c'è una strada"

Dove ti trovi in questo momento?
In questo momento sono seduta in un Biergarten vicino a casa, in un raro e splendido pomeriggio di sole. Tutti mi guardano con sospetto, come è giusto che sia, dato che qui a Monaco nessuno viene al Biergarten con il portatile per lavorare. Credo che per sentirmi meno aliena ordinerò una birra.

Cosa ci fai lì?
Intendi oltre a bere questa birra e rispondere alle domande? Dopo un anno trascorso in Spagna, dove ho studiato per conseguire un master in business administration con focus sull’economia sociale, mi sono trasferita a Monaco per amore. Oggi sono alle prese con la lingua tedesca, un vero osso duro!

Cosa volevi fare da grande quando eri bambina?
L’avvocato! Mia nonna mi racconta che era preoccupata perché ero una bambina timida, non parlavo molto e lei continuava a chiedersi come avrei potuto fare l’avvocato senza la dote della retorica. Per combattere la timidezza i miei genitori mi hanno inscritta ad un’associazione teatrale, un’esperienza bellissima. Amo il teatro e ho scoperto che stare sul palco e parlare ad un gran numero di persone mi piace molto, anche se sono rimasta la persona timida che ero da piccola. Alla fine non credo sia un caso che sono diventata antropologa, una professione dove si deve ascoltare almeno il doppio di quanto si parla.

Ci racconti il momento in cui hai scoperto la tua passione per l’antropologia?
Ero in chiesa, a celebrazione conclusa mi avvicino a mia nonna che era in compagnia di un’amica, anche lei sulla settantina. Erano impegnate in una fitta conversazione, ma il mio arrivo sposta il focus del discorso, ed ecco la signora che esclama:

“Ah! Questa è tua nipote?! Che bella!”

E mia nonna prontamente risponde: “Mica tanto!”

Potete immaginare il mio imbarazzo e disagio. Quale nonna non decanta la bellezza – seppur immaginaria – della nipote?

Il giorno in cui per un esame stavo studiando un saggio sul malocchio e sui meccanismi di protezione da esso, ho finalmente capito il comportamento di mia nonna e ho scoperto la mia passione per l’antropologia, una materia che permette l’accesso a un livello più profondo di interpretazione della realtà.

Jean Jamin nella una sua opera  «L’insuccesso come euristica, ovvero l’autorità dell’etnologo» (1986) mostra come la gaffe o l’errore commessi dall’antropologo sul campo possano assumere un valore essenziale nella produzione della conoscenza antropologica. Ci racconti una tua gaffe?
Una volta ho pagato da bere ad uno svedese, un rispettabile signore sulla cinquantina invitato ad una festa di famiglia. Il mio ospite invece di apprezzare l’atto come gesto di ospitalità è stato preso da un attacco di agitazione, l’imbarazzo però poi ha colto me quando mio fratello mi ha spiegato che pagare per l’altro equivale a insinuare che l’ospite non può permetterselo ed elevarsi pertanto in una posizione di superiorità. Da allora non penso più che offrire da bere sia un gesto universalmente apprezzato.

Hai una persona a cui ti ispiri? Chi è?
Il mio pantheon di riferimento cresce e si modifica con il tempo, qui vorrei ricordare due persone a cui devo molto per la mia crescita personale e professionale.

La prima è il professor GianPaolo Gri, esempio di come l’antropologo possa diventare un punto di riferimento per la comunità. L’antropologo viene ancora troppo spesso considerato come uno studioso piuttosto bizzarro ed esotico che parla solo ai propri simili, Gianpaolo Gri, grazie alla sua capacità di parlare a tutti, riesce a coinvolgere un pubblico ampio e non specializzato, trasmettendo con entusiasmo l’amore per la disciplina.

La seconda è Genevieve Bell, antropologa attualmente parte del “Corporate Strategy Group” della Intel, esempio di un’antropologia 2.0 applicata alla tecnologia e al business, che continua a produrre insight illuminanti sulla cultura senza aver paura di mettersi in gioco e confrontarsi in ambienti atipici per un antropologo.

Qual è il tuo motto?
“Where there’s a will there’s a way/Dove c’è una volontà, c’è una strada”

Spesso ci si immagina la vita come un’autostrada, dritta, veloce, dove gli autogrill sono oasi di ristoro e i caselli le tappe della vita (nascita, primo giorno di scuola, prima comunione, laurea, lavoro, casa…), ma la vita non è così. È più simile al ritrovarsi in una foresta dove la strada non esiste, ma spetta ad ognuno di noi tracciarla.

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