Eleonora Spina

Eleonora Spina “La critica è l'arte di non essere eccessivamente governati”Dove ti trovi in questo momento?
Fisicamente o metaforicamente? Fisicamente sul mini-balcone di casa, tra piccioni, amazzoniche piante di pomodoro e fiori più o meno in salute…un rigoglioso casino. Metaforicamente in una terra di mezzo, a un passo da quello che davvero vorrei fare. Ancora non riesco a distinguerne esattamente i confini, ma è questione di poco, me lo sento…

Cosa ci fai lí?
Sul balcone ci sto perchè sfrutto l’oasi Wi-Fi del Palazzo della Provincia – ebbene sì, ho cambiato casa da 4 mesi e ancora io e Riccardo, l’architetto meno pratico e più etereo che c’è, non abbiamo Internet – e perché il sole a Biella non si vedeva da…boh! Nella terra di mezzo ci sono arrivata perchè dopo due anni di lavoro sfibrante nei centri di accoglienza per richiedenti asilo ho capito che sì, voglio lavorare con i migranti, ma no, non voglio fare l’operatrice in un parcheggio per esseri umani. Ho idee da vendere e, fortuna vuole, anche persone con le quali condividerle…manca solo un po’di pratica, ma gli ingredienti ci sono tutti.

Cosa volevi fare da grande quando eri bambina?
L’archeologa por supuesto. Ho sempre sognato una vita vagabonda e una famiglia itinerante: irrequietezza del sangue ereditata da una bisnonna ungherese e vagabonda, morta giovanissima di tisi a Catania. O almeno così mi piace pensare. Però ho anche sempre avuto una smodata passione per gli sfigati, quelli che nessuno si fila. Il mio giocattolo prediletto era una rana di latta arrugginita che avrebbe dovuto saltare ma per un difetto di fabbricazione non ha mai saltato. Roba da immondizia, insomma…Direte voi: avresti potuto fare la missionaria (viaggi assicurati e sfigati pure…)!Ci ho pensato ma non mi convinceva. Troppo affezionata al relativismo. Quindi ho scelto l’antropologia militante e schierata (con gli sfigati, ovviamente). Quella di Scheper-Huges, per intenderci 😉

Ci racconti il momento in chi hai scoperto la tua passione per l’antropologia?
In principio fu l’Africa…l’Africa nera, non tanto nell’accezione geografica del termine. quanto nel senso di un’Africa flagellata e dolente che un documentario in due puntate mandò in scena su Rai3 in prima serata. Era il 2003, io facevo l’ultimo anno del Liceo Classico, e il documentario si intitolava profeticamente “I dannati della terra”. Ho ritrovato questo titolo l’ultimo anno di università e con lui ho conosciuto Frantz Fanon, forse l’autore che più mi ha segnato ed in-segnato. Se non sono segni questi! Quindi grazie Rai3 che ancora facevi cultura in prima serata e grazie a Beneduce, ci hai fatto innamorare un po’ tutti di Fanon.

Jean Jamin nella una sua opera «L’insuccesso come euristica, ovvero l’autorità dell’etnologo» (1986) mostra come la gaffe o l’errore commessi dall’antropologo sul campo possano assumere un valore essenziale nella produzione della conoscenza antropologica. Ci racconti una tua gaffe?
Makeni, Sierra Leone, Lunedì di Pasquetta. Io e il mio amicissimo Abraham stiamo cercando un taxi collettivo che ci porti ad una festa sul fiume a Mabruka…un caldo da schiattare. A un certo punto appare sulla via una strana comitiva di gente poco vestita e con il volto dipinto. Chi apre il gruppo indossa una maschera sovrastata da un’imponente testa di cervo. L’infaticabile etnografa che è in me e che non si riposa nemmeno a Pasquetta si inchioda all’istante e comincia a fissare la processione, annotando febbrilmente i particolari. Che culo, penso, una società segreta dei cacciatori! Abraham cerca di trascinarmi per un braccio, ma io non colgo. L’uomo-cervo (o, in ogni caso, animale con le corna) si stacca dal gruppo e si dirige con un certo piglio nella nostra direzione…mentre io rinvengo dalla trance, Abraham va incontro al poco rassicurante figuro allungandogli delle banconote, che l’altro si intasca prontamente, ritornando nel gruppo. Il mio compagno mi prende sottobraccio con più vigore di prima ma questa volta non oppongo resistenza .Insomma scopro che anche qui guardare con insistenza, tanto più le società dei cacciatori, non è cosa gradita, anche – o soprattutto? – quando a fissare è una opoto sbarbatella! Quando passano le società, s’ha da spostare lo sguardo altrove, altrimenti…o multa o guai! Lezione imparata…a spese del saggio e paziente Abraham (nomen omen, come si dice…)

Hai una persona a cui ti ispiri? Chi é?
La prima persona è proprio Abraham. Nato in Sierra Leone il mio stesso giorno del mio stesso anno (28/10/1985) sotto il segno dello Scorpione, si è laureato in filosofia con una tesi sul diritto naturale in Tommaso d’Aquino. Ha perso una sorella, si è fatto una guerra civile e un’epidemia di Ebola senza mai coltivare sogni di fuga ma continuando imperterrito ad insegnare all’università di Makeni, rifiutando le continue proposte di assunzione da parte delle compagnie minerarie – rigorosamente straniere – della zona. L’Africa che resiste, che si costruisce e ricostruisce, per me ha la figura sottile, l’ironia tagliante e lo sguardo diritto di Abraham.
E poi c’è Fanon, con il pensiero e la parola schierati e militanti, sovversivi e mai compiacenti, e il corpo che si spende, soffre e combatte…che per quanti pensieri amorosi gli ho dedicato in questi anni è diventato quasi un nume tutelare.

Qual é il tuo motto?
“La critica è l’arte di non essere eccessivamente governati” (Michel Foucault).

In questi tempi di schieramenti facili, di parole d’ordine e slogan pret-a-porter, di affiliazioni meccaniche, in cui spesso sono i social network a dettare l’agenda delle nostre – passeggere – indignazioni, le parole di Foucault sul pensiero critico le sento come un meraviglioso appello alla libertà. Mia, prima di tutto.

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