Aurora Lo Bue

Aurora Lo Bue: Vivi come sei

Dove ti trovi in questo momento?
Appoggiata al tavolo della cucina di casa mia, dove l’oggetto etnologicamente più interessante è una tovaglietta in tessuto proveniente dal Messico…souvenir di un viaggio di nozze di amici.

Cosa ci fai lí?
Su questa tovaglietta si è spesso appoggiato il mio pc nelle ore di tregua e sospensione dalla vita produttiva e operativa, che si svolge in genere in un delizioso teatro nel centro di Torino, oppure nelle peggiori periferie del capoluogo piemontese, a seconda del momento della giornata. Negli ultimi anni, su questo tavolo si sono appoggiati libri di svariata origine e provenienza: dalle raccolte di canti popolari del sud Italia ai manuali di ingegneria dei materiali (il bello delle commistioni improbabili: un’antropologa alla conquista continua di ibridazioni professionali, compagna di vita di un ingegnere aerospaziale con la passione per la musica), dai trattati di metodo e applicazione della danzaterapia, ai saggi di antropologia culturale, sociale, del paesaggio, del dolore, della salute e della malattia…

Cosa volevi fare da grande quando eri bambina?
Da piccola sognavo di fare la macellaia, per via di contatto delle mani nude con la carne fresca, che invidiavo tanto e che immaginavo molto più gratificante del pongo. Ma anche l’attrice, la pittrice o la cantante. Sono finita per fare della relazione il mio mestiere, sotto diversi profili. Dopo essermi laureata in Antropologia culturale e aver maturato una predilezione particolare e un’instancabile fiducia nei confronti delle diverse forme di umanità, oggi mi capita di insegnare – danza e perfino antropologia -, mi è capitato di fare ricerca sul campo dall’altra parte dell’oceano, in Cile, e nella mia città natale (Torino), e ogni giorno svolgo un lavoro di mediazione tra soggetti che a fatica si interfacciano pacificamente fra loro (la popolazione rom e le istituzioni, oppure i corpi poco inclini a danzare e il ritmo). Sento di non aver perso le inclinazioni che emergevano già nei sogni di bambina: lo slancio materico e la vocazione artistica, perché non posso fare a meno del corpo, ma nemmeno della dimensione estetica: lavoro con il mio corpo e con altri corpi, molto spesso attraverso la danza e la musica, sempre e inesorabilmente di presenza, e soltanto raramente a distanza o dietro ad uno schermo.

Ci racconti il momento in chi hai scoperto la tua passione per l’antropologia/l’arte?
Quarta superiore, seconda liceo classico. Il mio Prof. di religione Marco Cena porta me e pochi altri interessati ad uno spettacolo alla Cavallerizza Reale di Torino: un gruppo di danzatori Dogon (non chiedetemi che cosa ci facessero in Sabaudia) si esibisce per noi in una danza rituale dei cui significati avrei letto e scoperto molto tempo dopo attraverso Dio d’acqua di Marcel Griaule. Verso Marco Cena, insegnante brillante, etnomusicologo e musicista, ho un debito di riconoscenza che perdura sino ad oggi.

Jean Jamin nella una sua opera «L’insuccesso come euristica, ovvero l’autorità dell’etnologo» (1986) mostra come la gaffe o l’errore commessi dall’antropologo sul campo possano assumere un valore essenziale nella produzione della conoscenza antropologica. Ci racconti una tua gaffe?
Di gaffe ne ricordo parecchie, di errori molti di più.

Di recente ho augurato Buona Pasqua con una settimana di anticipo ad un gruppo di famiglie rom ortodosse. Più grave è stato rifiutare il cibo offerto da una donna rom appena conosciuta: mi ci sono voluti due pranzi alla presenza di testimoni per riconfermare la fiducia nei loro confronti. I patti di alleanza spesso passano attraverso la condivisione dell’atto intimissimo del mangiare.

Hai una persona a cui ti ispiri? Chi é?
Soltanto una? Almeno due!

La prima è Florentina, una ragazza di 30 anni, nata un anno quasi esatto prima di me, rom romena conosciuta durante il mio lavoro come operatrice sociale. Affetta da una grave cardiopatia congenita, è riuscita a mettere al mondo due bambini in condizioni di povertà e precarietà sanitaria estreme. Mi ispiro a lei perché prende la vita come viene, e perché non prende se stessa troppo sul serio. Perché corre quotidianamente il rischio di lasciare questa terra con leggerezza ed eleganza, senza mai darlo a vedere o farlo pesare, e perché la sua forza e pulsione alla vita le permettono di vedere molto al di là della meschinità del mondo.

La seconda persona a cui mi ispiro è Vincenzo Bellia, che ho il privilegio di avere come Maestro in un percorso-viaggio di formazione appena intrapreso. A lui, che ne è l’ideatore, devo la scoperta della danzamovimentoterapia espressivo-relazionale, sintesi armoniosa delle mie passioni: l’antropologia e la danza.

Qual’é il tuo motto?
“Un corpo è un corpo tra altri corpi” (Marian Chase).

Dire che il corpo è un’esperienza e non una macchina, già mi sembra meravigliosamente sovversivo. Dire che un corpo è sempre fra altri corpi, vale a dire che è un’esperienza intrinsecamente relazionale, mi pare rivoluzionario. E ci credo profondamente.

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