La vocazione interstiziale dell’antropologia culturale e la mediazione etnoclinica come lavoro di rete tra I servizi.

Il progetto di uno “sportello di mediazione etnoclinica” a Biella a cura di Eleonora Spina, antropologa culturale.

L’ultimo intervento di CONdiVISIONE parte dal racconto di un’esperienza vissuta e da un progetto che ramodoro ha particolarmente a cuore.


Per presentare la maniera in cui tento di fare antropologia lavorando come mediatrice etnoclinica – che è poi la forma in cui personalmente provo a calare le teorie antorpologiche nella concretezza di una pratica professionale quotidiana, con tutte le mediazioni e compromessi che quest’operazione esige – non posso che cominciare dalla storia di un altro, mantendomi così fedele a quell’intuizione dell’antropologia per cui non si conosce se stessi se non nella relazione dialettica, spesso faticosa ed accidentata, con l’altro da sè.

Il protagonista della vicenda è un uomo maliano che nel 2008 lascia il suo villaggio per cercare lavoro in una grande e conosciuta città del Nord, Gao, non distante dal confine col Niger. Quando nel 2012 la regione diventa teatro dei cruenti scontri assurti agli onori della cronaca internazionale, anche il nostro uomo è fatto oggetto di violenze ed è costretto ad assistere impotente ai soprusi inflitti ad una delle due mogli. A seguito di questo episodio fugge dal Paese e, dopo un viaggio estremamente lungo ed accidentato, raggiunge infine la Libia. Qui, dopo mesi di detenzione nelle famigerate carceri libiche, riesce ad imbracarsi e a raggiungere l’Italia

CONdiVISIONE

Opera di copertina: Gigi Piana

Dalla separazione al vivere insieme

L’associazione “ramodoro – antropologia pratica per il sociale” è lieta di invitarvi sabato 17 marzo alle ore 18.00, presso i locali di “Via delle Orfane 15”, a “CONdiVISIONE – dalla separazione al vivere insieme“.

Un momento di incontro e confronto, dove danza, arte e antropologia faranno da guida alla scoperta di nuove pratiche del vivere quotidiano, dove lo spazio si trasforma e conforma dando vita a nuovi modi dell’abitare contemporaneo.

CONdiVISIONE” vuole essere un’occasione di riflessione, un racconto, attraverso performance artistiche e testimonianze, di come lo spazio possa diventare fluido e adattarsi allo stile di vita di chi lo abita, ri-significando l’idea dell’abitare come relazione complessa con un ambiente, come “processo” e come “atto”.

“Chi ama brucia”

Quando un’antropologa sale sul palcoscenico

Da tempo mi affascina l’idea che la ricerca scientifica debba trovare il modo di comunicare, di rivolgersi ad un vero pubblico. Inoltre penso che il teatro debba nutrirsi di ciò che realmente accade nel mondo, della contemporaneità, e abbia il dovere di illuminarne gli angoli scuri. Allo stesso tempo mi sembra che il teatro (che intendo come ricerca sull’umanità), abbia bisogno e debba avvicinarsi il più possibile ad una scienza, al suo tentativo metodologico di onestà ed esattezza, o perlomeno debba tentare di dire delle cose “vere”. Da questa consonanza e dalla necessità di dare corpo ad un materiale che sento il dovere di rendere pubblico nasce lo spettacolo “Chi ama brucia. Discorsi al limite della Frontiera”. (Alice Conti)

“Chi ama brucia. Discorsi al limite della frontiera” è lo straordinario spettacolo di Alice Conti, attrice e regista, ma non solo. Nel 2012 si laurea in Antropologia culturale, con una tesi sul C.I.E. (Centro di Identificazione e di Espulsione per stranieri) di Torino, dove conduce una ricerca etnografica i cui risultati prenderanno non solo una forma scritta, ma anche teatrale.

Il prodotto finale è una performance potente come un pugno nello stomaco, del resto, ciò che l’antropologo indaga, osserva e vive sul campo provoca spesso e volentieri proprio quella sensazione. L’antropologia analizza la realtà, quella vera, non quella immaginata e cerca di interpretarla, spiegarla e restituirla al pubblico nella maniera più onesta e precisa possibile. Pratica fondante della disciplina è una metodologia rigorosa basata sull’osservazione partecipante, su interviste di tipo qualitativo, sulla permanenza prolungata del ricercatore sul campo, e la trasposizione di tutto ciò in rappresentazione teatrale, in “Chi ama brucia” ha un impatto davvero notevole.

Smarrire la strada

Appena il tempo di rispondere e colgo immediatamente una nota di allarme nella voce della mia amica e collega all’altro capo del filo: senza troppe premesse e in maniera piuttosto concitata, come chi ha bisogno di condividere uno spinoso grattacapo, mi riferisce che una delle “ospiti” del centro dove lavora negli ultimi giorni ha dato segnali di una confusione mentale impossibile da imputare solamente allo stress del viaggio recente e dell’arrivo in un contesto per lei del tutto alieno.

Quella parola, “ospite”, così come le altre che con essa sembrano formare la corolla di un fiore delicato e gentile – “beneficiari”, “accoglienza”, “asilo”, ecc…-, mi lascia sempre in bocca il retrogusto amaro di una verità non detta. E mi richiama automaticamente alla mente quell’altra parola, così tagliente e impregnata di echi storici per noi dolorosi, con la quale gli abitanti dei centri di accoglienza definiscono testardamente gli spazi dove languono le loro esistenze bloccate: “campi”… Anche il linguaggio è un terreno in cui si consuma una lotta estenuante di potere, innanzi tutto il potere di dire la propria verità. Mentre penso a questo, la collega mi riferisce per sommi capi la vicenda di O., una delle pochissime donne arrivate a Biella ed alloggiate presso strutture di accoglienza straordinaria. L’unica cosa certa è che non esiste niente di certo su questa giovane poco incline alle confidenze e dallo sguardo impenetrabile: quando si parla di lei, è tutto un susseguirsi di “forse”, “crediamo”, “ha detto che..”. Ancora una volta, il linguaggio rivela più di quanto si vorrebbe: un procedere a tentoni, nel buio, su un terreno scivoloso e irto di accidenti. O. è un mistero fitto e lo rimarrà fino alla fine, una parete liscia e senza appigli contro cui si infrangeranno tutti i tentativi di capire, di ricostruire e anche di intervenire in suo favore in maniera efficace.

L’uomo in movimento: L’Irlanda, la patata e le coffin-boats

Foto: Smythe Richbourg/Flickr

Dopo aver guardato ai movimenti di lavoratori tra aree diverse dell’impero coloniale, torniamo nell’Europa del XIX secolo. In particolare, sbarchiamo in uno dei suoi angoli di confine: l’Irlanda.

L’Irlanda, con l’Italia, detiene il primato per il numero di migranti che, tra la seconda metà del XIX secolo e la prima del XX, lasciarono il proprio Paese in cerca di salvezza e fortuna nel continente americano. Nel più ampio panorama delle migrazioni internazionali dal Vecchio Continente, la vicenda irlandese assume le tinte di una delle peggiori tragedie, non solo della storia dell’isola, ma dell’Europa tutta. La Grande Carestia (1845-1852), infatti,  falciò circa un milione e mezzo di vite e determinò l’emigrazione di circa un milione di irlandesi. Per un Paese che nel 1845, prima della tragedia, contava otto milioni di abitanti, la Grande Carestia determinò mutamenti sociali ed economici di non poco conto e fece sì che le dimensioni della povertà, della morte e della partenza siano esperienza comune nelle storie della quasi totalità delle famiglie irlandesi. Inoltre, la memoria della tragedia ha animato un acceso dibattito storico e politico rispetto al ruolo che la Gran Bretagna ricoprì nel concorrere e “gestire” quella che fu una vera e propria catastrofe umanitaria.

Piccolo lessico del grande esodo

Ottanta lemmi per pensare la crisi migrante.

Qualche giorno fa è stato presentato in tutta Italia il Dossier Statistico Immigrazione 2017una raccolta di dati consistente che restituisce l’immagine di un mondo in cui il numero di migranti è in costante aumento (253 milioni nel 2017, si prevede saranno 469 milioni nel 2050). Strumento essenziale per la comprensione del fenomeno, i numeri sono utili nel comprendere le tendenze che i movimenti migratori assumono, ma non restituiscono la consistenza di un fenomeno complesso che mette in crisi e turba il nostro sentire sociale:

“Fuori da ogni compiacimento ed esotismo, e ben prima di kalashnikov e attentati, il mondo che arriva a casa nostra ci scombina, ci turba, rimescola le carte. Rimette in gioco l’antico fantasma dell’incertezza. Ciò che in fondo non quadra è che il migrante, il rifugiato, con tutta la sua diversità, è umano quanto noi. Ha le nostre stesse aspirazioni al bene e al benessere e arroccamenti sul proprio ethos non dissimili ai nostri. Ha persino i nostri stessi difetti. La sua presenza ci fa sentire doppiamente in pericolo: egli riflette la nostra stessa vulnerabilità umana e al contempo, poiché sappiamo di vivere con più agio, il suo arrivo ispira il timore che qualcosa ci sarà tolto.” (Dubosc, Edres, 2017, p. 7).

L’uomo in movimento: schiavitù e lavoro

I movimenti dell’epoca coloniale

La scorsa tappa del nostro viaggio nella storia dei movimenti migratori ha toccato, seppur in modo molto superficiale, il doloroso capitolo delle migrazioni forzate di milioni di schiavi africani verso il “Nuovo Mondo”Con l’abolizione della schiavitù (siamo nella prima metà del XIX secolo) e il disperdersi del commercio di schiavi, nuovi flussi migratori presero vita tra i continenti e coinvolsero lavoratori “a contratto” che dall’Asia raggiungevano gli imperi coloniali. Chiamati coolies, essi erano parte di campagne di reclutamento di massa (spesso forzate) di lavoratori indiani e cinesi che venivano trasferiti da una parte all’altra dell’impero coloniale britannico per essere sfruttati come manodopera a basso costo.

Le autorità coloniali deportarono circa trenta milioni di persone dall’India.

Chiedo il permesso – alla scoperta degli autori

Foto di Cesar Dezfuli

“Centro di accoglienza: occorre pronunziare lentamente queste parole per comprendere, al di là delle trame logore del senso comune e del loro uso ‘impersonale’ nel gergo burocratico e amministrativo, i molti, originali, significati che esse contengono.
Centro e accoglienza sono oggi “termini – teatro” in cui concretamente si rappresentano l’elaborazione del nostro passato di popolo di migranti, le forme che definiscono e qualificano la nostra cultura civile, i modi con cui diamo attuazione ai valori fondativi di una repubblica democratica ed europea, la coerenza tra principi religiosi e laici e i comportamenti.”

dalla premessa di “Chiedo Permesso”

Venerdì 6 ottobre ore 18.00 verrà presentato a Biella presso Palazzo Ferrero il libro “Chiedo permesso”. Il volume introduce le persone, le storie e i silenzi dei centri di accoglienza per richiedenti asilo del Biellese.

Chiedo permesso

Foto di Cesar Dezfuli – Migranti aspettano a bordo della nave di soccorso Iuventa – appartenene alla ONG Jugend Rettet – la guardia costiera italiana per il trasferimento in Italia. Sono stati salvati a 20 miglia nautiche dalla costa libica, da un gommone con oltre cento persone a bordo

Nell’ambito della mostra “Confini migranti”, Eleonora Spina e Margherita Piccioni presenteranno a Biella venerdì 6 ottobre alle ore 18.00 il libro “Chiedo permesso”. Il volume introduce le persone, le storie e i silenzi dei centri di accoglienza per richiedenti asilo del Biellese.

“Confini migranti”, progetto all’interno del quale si è sviluppato il libro, nasce con lo scopo di mostrare attraverso la scrittura etnografica e la fotografia sociale cos accade dentro le mura dei centri di accoglienza e le dinamiche che si instaurano tra questi luoghi e l’esterno.

L’uomo in movimento: Il Nuovo Mondo e l’Oro Nero

The Slave Trade (Slaves on the West Coast of Africa), François-Auguste Biard.

Lasciandoci alle spalle i movimenti interni al mondo europeo e mediterraneo del periodo medievale, il viaggio lungo la storia delle migrazioni umane approda a una nuova fase, quella delle migrazioni internazionali. Sin dalla fine del medioevo, lo sviluppo degli stati europei e la loro colonizzazione di gran parte del mondo diede nuovo impeto a migrazioni di lungo raggio che possono essere identificate come “migrazioni coloniali”.

Lo sviluppo delle tecnologie, della cartografia e delle tecniche di navigazione, resero infatti possibili i viaggi migratori transoceanici, prima impensabili. Dal XVI secolo all’inizio del XIX, le principali rotte connettevano l’Europa occidentale con l’America settentrionale, centrale e meridionale e con i Caraibi. Non è possibile quantificare il numero di migranti che in questo periodo lasciarono l’Europa, ma le stime dicono che tra il 1500 e il 1800 l’espansione europea nel Nuovo Mondo coinvolse circa due milioni di europei e sei milioni di schiavi africani (cfr. Emmer, 1993, p.67). Innegabilmente legati l’uno all’altro, ma profondamente diversi, questi due flussi migratori permisero il consolidamento delle colonie nel Nuovo Mondo, così come l’espansione delle piantagioni nei Caraibi, in Brasile e nelle regioni meridionali del Nordamerica.