Smarrire la strada

Appena il tempo di rispondere e colgo immediatamente una nota di allarme nella voce della mia amica e collega all’altro capo del filo: senza troppe premesse e in maniera piuttosto concitata, come chi ha bisogno di condividere uno spinoso grattacapo, mi riferisce che una delle “ospiti” del centro dove lavora negli ultimi giorni ha dato segnali di una confusione mentale impossibile da imputare solamente allo stress del viaggio recente e dell’arrivo in un contesto per lei del tutto alieno.

Quella parola, “ospite”, così come le altre che con essa sembrano formare la corolla di un fiore delicato e gentile – “beneficiari”, “accoglienza”, “asilo”, ecc…-, mi lascia sempre in bocca il retrogusto amaro di una verità non detta. E mi richiama automaticamente alla mente quell’altra parola, così tagliente e impregnata di echi storici per noi dolorosi, con la quale gli abitanti dei centri di accoglienza definiscono testardamente gli spazi dove languono le loro esistenze bloccate: “campi”… Anche il linguaggio è un terreno in cui si consuma una lotta estenuante di potere, innanzi tutto il potere di dire la propria verità. Mentre penso a questo, la collega mi riferisce per sommi capi la vicenda di O., una delle pochissime donne arrivate a Biella ed alloggiate presso strutture di accoglienza straordinaria. L’unica cosa certa è che non esiste niente di certo su questa giovane poco incline alle confidenze e dallo sguardo impenetrabile: quando si parla di lei, è tutto un susseguirsi di “forse”, “crediamo”, “ha detto che..”. Ancora una volta, il linguaggio rivela più di quanto si vorrebbe: un procedere a tentoni, nel buio, su un terreno scivoloso e irto di accidenti. O. è un mistero fitto e lo rimarrà fino alla fine, una parete liscia e senza appigli contro cui si infrangeranno tutti i tentativi di capire, di ricostruire e anche di intervenire in suo favore in maniera efficace.

L’uomo in movimento: L’Irlanda, la patata e le coffin-boats

Foto: Smythe Richbourg/Flickr

Dopo aver guardato ai movimenti di lavoratori tra aree diverse dell’impero coloniale, torniamo nell’Europa del XIX secolo. In particolare, sbarchiamo in uno dei suoi angoli di confine: l’Irlanda.

L’Irlanda, con l’Italia, detiene il primato per il numero di migranti che, tra la seconda metà del XIX secolo e la prima del XX, lasciarono il proprio Paese in cerca di salvezza e fortuna nel continente americano. Nel più ampio panorama delle migrazioni internazionali dal Vecchio Continente, la vicenda irlandese assume le tinte di una delle peggiori tragedie, non solo della storia dell’isola, ma dell’Europa tutta. La Grande Carestia (1845-1852), infatti,  falciò circa un milione e mezzo di vite e determinò l’emigrazione di circa un milione di irlandesi. Per un Paese che nel 1845, prima della tragedia, contava otto milioni di abitanti, la Grande Carestia determinò mutamenti sociali ed economici di non poco conto e fece sì che le dimensioni della povertà, della morte e della partenza siano esperienza comune nelle storie della quasi totalità delle famiglie irlandesi. Inoltre, la memoria della tragedia ha animato un acceso dibattito storico e politico rispetto al ruolo che la Gran Bretagna ricoprì nel concorrere e “gestire” quella che fu una vera e propria catastrofe umanitaria.

Piccolo lessico del grande esodo

Ottanta lemmi per pensare la crisi migrante.

Qualche giorno fa è stato presentato in tutta Italia il Dossier Statistico Immigrazione 2017una raccolta di dati consistente che restituisce l’immagine di un mondo in cui il numero di migranti è in costante aumento (253 milioni nel 2017, si prevede saranno 469 milioni nel 2050). Strumento essenziale per la comprensione del fenomeno, i numeri sono utili nel comprendere le tendenze che i movimenti migratori assumono, ma non restituiscono la consistenza di un fenomeno complesso che mette in crisi e turba il nostro sentire sociale:

“Fuori da ogni compiacimento ed esotismo, e ben prima di kalashnikov e attentati, il mondo che arriva a casa nostra ci scombina, ci turba, rimescola le carte. Rimette in gioco l’antico fantasma dell’incertezza. Ciò che in fondo non quadra è che il migrante, il rifugiato, con tutta la sua diversità, è umano quanto noi. Ha le nostre stesse aspirazioni al bene e al benessere e arroccamenti sul proprio ethos non dissimili ai nostri. Ha persino i nostri stessi difetti. La sua presenza ci fa sentire doppiamente in pericolo: egli riflette la nostra stessa vulnerabilità umana e al contempo, poiché sappiamo di vivere con più agio, il suo arrivo ispira il timore che qualcosa ci sarà tolto.” (Dubosc, Edres, 2017, p. 7).

L’uomo in movimento: schiavitù e lavoro

I movimenti dell’epoca coloniale

La scorsa tappa del nostro viaggio nella storia dei movimenti migratori ha toccato, seppur in modo molto superficiale, il doloroso capitolo delle migrazioni forzate di milioni di schiavi africani verso il “Nuovo Mondo”Con l’abolizione della schiavitù (siamo nella prima metà del XIX secolo) e il disperdersi del commercio di schiavi, nuovi flussi migratori presero vita tra i continenti e coinvolsero lavoratori “a contratto” che dall’Asia raggiungevano gli imperi coloniali. Chiamati coolies, essi erano parte di campagne di reclutamento di massa (spesso forzate) di lavoratori indiani e cinesi che venivano trasferiti da una parte all’altra dell’impero coloniale britannico per essere sfruttati come manodopera a basso costo.

Le autorità coloniali deportarono circa trenta milioni di persone dall’India.

Chiedo il permesso – alla scoperta degli autori

Foto di Cesar Dezfuli

“Centro di accoglienza: occorre pronunziare lentamente queste parole per comprendere, al di là delle trame logore del senso comune e del loro uso ‘impersonale’ nel gergo burocratico e amministrativo, i molti, originali, significati che esse contengono.
Centro e accoglienza sono oggi “termini – teatro” in cui concretamente si rappresentano l’elaborazione del nostro passato di popolo di migranti, le forme che definiscono e qualificano la nostra cultura civile, i modi con cui diamo attuazione ai valori fondativi di una repubblica democratica ed europea, la coerenza tra principi religiosi e laici e i comportamenti.”

dalla premessa di “Chiedo Permesso”

Venerdì 6 ottobre ore 18.00 verrà presentato a Biella presso Palazzo Ferrero il libro “Chiedo permesso”. Il volume introduce le persone, le storie e i silenzi dei centri di accoglienza per richiedenti asilo del Biellese.

Chiedo permesso

Foto di Cesar Dezfuli – Migranti aspettano a bordo della nave di soccorso Iuventa – appartenene alla ONG Jugend Rettet – la guardia costiera italiana per il trasferimento in Italia. Sono stati salvati a 20 miglia nautiche dalla costa libica, da un gommone con oltre cento persone a bordo

Nell’ambito della mostra “Confini migranti”, Eleonora Spina e Margherita Piccioni presenteranno a Biella venerdì 6 ottobre alle ore 18.00 il libro “Chiedo permesso”. Il volume introduce le persone, le storie e i silenzi dei centri di accoglienza per richiedenti asilo del Biellese.

“Confini migranti”, progetto all’interno del quale si è sviluppato il libro, nasce con lo scopo di mostrare attraverso la scrittura etnografica e la fotografia sociale cos accade dentro le mura dei centri di accoglienza e le dinamiche che si instaurano tra questi luoghi e l’esterno.

L’uomo in movimento: Il Nuovo Mondo e l’Oro Nero

The Slave Trade (Slaves on the West Coast of Africa), François-Auguste Biard.

Lasciandoci alle spalle i movimenti interni al mondo europeo e mediterraneo del periodo medievale, il viaggio lungo la storia delle migrazioni umane approda a una nuova fase, quella delle migrazioni internazionali. Sin dalla fine del medioevo, lo sviluppo degli stati europei e la loro colonizzazione di gran parte del mondo diede nuovo impeto a migrazioni di lungo raggio che possono essere identificate come “migrazioni coloniali”.

Lo sviluppo delle tecnologie, della cartografia e delle tecniche di navigazione, resero infatti possibili i viaggi migratori transoceanici, prima impensabili. Dal XVI secolo all’inizio del XIX, le principali rotte connettevano l’Europa occidentale con l’America settentrionale, centrale e meridionale e con i Caraibi. Non è possibile quantificare il numero di migranti che in questo periodo lasciarono l’Europa, ma le stime dicono che tra il 1500 e il 1800 l’espansione europea nel Nuovo Mondo coinvolse circa due milioni di europei e sei milioni di schiavi africani (cfr. Emmer, 1993, p.67). Innegabilmente legati l’uno all’altro, ma profondamente diversi, questi due flussi migratori permisero il consolidamento delle colonie nel Nuovo Mondo, così come l’espansione delle piantagioni nei Caraibi, in Brasile e nelle regioni meridionali del Nordamerica.

orientarci/si

Abbiamo deciso di inaugurare “orientarci/si” con una performance a partecipazione collettiva poiché riteniamo che alcuni linguaggi siano in grado più di altri di “parlare” in modo efficace. L’arte, nelle sue tante forme e declinazioni, come sottolinea F. Schott-Billmann, da un lato di ex-prime (preme fuori, esprime) e dall’altro im-pressiona (preme dentro, im-prime), produce shock estetico e proprio per questo favorisce il processo trasformativo.

Quindi per presentarci come associazione che tenta il dialogo tra più ambienti disciplinari, abbiamo deciso di partire dall’esperienza, prima che dalla teoria. L’esperienza vissuta e condivisa dai partecipanti ha preceduto il tempo dedicato agli interventi verbali, volti a narrare ciò che ci muove e a dare voce ad alcuni membri che hanno portato la loro testimonianza rispetto all’uso che si può fare dell’antropologia fuori (e anche dentro) l’accademia.

L’uomo in Movimento: Mare Nostrum

Carta Nautica del Mar Mediterraneo, Luís Teixeira, Portogallo, 1600

Città, commerci e conquista

La prima “puntata” dell’ipotetico viaggio nella storia delle migrazioni umane si è chiusa con il primo grande movimento migratorio dell’essere umano che, dall’Africa orientale, si è spostato su grandi distanze, via mare e via terra, per colonizzare ogni terra emersa del globo.

Questo primo viaggio è il dato fondamentale che mostra come le migrazioni siano di fatto un elemento costitutivo dell’umanità e della storia di ogni civiltà che vive o che ha vissuto sul nostro pianeta. A convalidare questa tesi sta il dato di fatto che, dopo la prima colonizzazione del globo, l’essere umano non si è mai fermato e culture e società diverse hanno continuato a muoversi e a fondersi.

L’uomo in movimento

Foto: Rift Valley, Etiopia da cui tutti proveniamo. Flickr/A.Davey

Breve storia a puntate delle migrazioni umane

Migrazióne: s. f. [dal lat. migrati -onis]. – 1. In genere (come fenomeno biologico o sociale), ogni spostamento di individui, per lo più in gruppo, da un’area geografica a un’altra, determinato da mutamenti delle condizioni ambientali, demografiche, fisiologiche, ecc. In partic.: a. Nelle scienze antropologiche e sociali, lo spostamento di una popolazione verso aree diverse da quella di origine, nelle quali si stabilisce permanentemente (a differenza di quanto avviene nel nomadismo), dovuto, fin da epoca preistorica, a fattori quali sovrappopolazione, mutazioni climatiche, carestie, competizione territoriale con altre popolazioni, ricerca di migliori condizioni di vita vere o presunte, ecc., in sociologia, con riferimento ai fenomeni più recenti, che coinvolgono in genere solo una parte di una popolazione e dipendono da complesse cause economiche e culturali, è lo stesso che emigrazione […].

Il dizionario Treccani va avanti elencando infiniti significati che la parola migrazione assume a seconda dell’ambito in cui la usiamo. Mi sono fermata alla prima definizione perché, a mio parere, c’è abbastanza su cui riflettere. Quando utilizziamo la parola «migrazione» facciamo riferimento a spostamenti, a mutazioni di condizioni ambientali e culturali/sociale e ad aspettative.