Battito incessante

Bangui, 15 aprile 2017

Percorrendo il tratto di strada per arrivare alla maternità di Gbaya Dombia, è la stessa geografia della città a suggerirti che stai per inoltrarti nel mondo di PK 5. La strada, l’asse che separa il secondo dal quinto -per insinuarsi nel terzo- arrondissement di Bangui, prima ampia e relativamente trafficata, si fa via via più stretta e vivace. I sensi si perdono nel brulicante fermento che contraddistingue questo angolo di città.

Fascismo alimentare

Foto: JudithTB

“Dimmi ciò che mangi e ti dirò chi sei”

Gastronomo e politico francese Jean Anthelme Brillat-Savarin.

Quando si vive all’estero, la domanda “Cosa ti manca di più dell’Italia?” diventa ricorrente e la risposta molto spesso include una lunga lista di pietanze. Certo, in un mondo globalizzato trovare certe leccornie non è impossibile, anche lontano da casa, ma spesso quelle pietanze che erano parte della quotidianità, all’estero diventano concessioni saltuarie, piccoli eventi per celebrare o curare la nostalgia, spezzando una nuova routine che coinvolge anche l’ambito alimentare.

Lévi-Strauss ne “Il crudo e il cotto” individua proprio nel passaggio dal cibo crudo al cibo cotto la corrispondente articolazione tra natura e cultura. Se tutti gli animali mangiano, noi siamo l’eccezione che cucina. I cibi non sono solo nutrienti necessari alla vita, ma divengono simboli, portatori di significati culturalmente definiti.

Quell’intrepido spirito rivoluzionario dei giovani burundesi

Nell’aprile 2015 il Burundi vedeva l’alba di una nuova crisi politica e, soprattutto, la nascita di un movimento di contestazione giovanile senza precedenti nella storia del Paese. Proprio due anni fa stavo svolgendo ricerca sul campo a Bujumbura, la capitale del Burundi, su temi relativi all’antropologia della violenza. In città esplose un’eroica rivolta popolare contro il governo, e io mi ci trovai dentro.  

Il fatto che ci siano aree specifiche del mondo su cui la violenza sembra abbattersi ripetutamente in maniera inesorabile, impone una serie di interrogativi. Quali sono i motivi per cui la violenza si genera più facilmente in alcuni luoghi rispetto ad altri? Perché, sempre in questi luoghi, si riproduce in modo così frequente? E perché assume spesso forme particolarmente macabre? La ciclicità della violenza che, tra uno spasmo di brutalità e l’altro, non concede tempi di ricostruzione sociale, risulta essere una condizione strutturale di alcune società. Vi sono intere generazioni nate e cresciute in contesti di guerra, per le quali, dunque, la violenza rientra nella quotidianità, generando non solo abitudine ma anche attitudine. In certi contesti la violenza pervade ogni dimensione sociale e intacca inevitabilmente i soggetti e le relazioni che li legano, diventando a sua volta l’unica via da percorrere per affrancarsi da condizioni di frustrazione e marginalità, come ad esempio entrare a far parte di gruppi armati o paramilizie. Dunque, ci si abitua alla violenza e si sviluppa altresì una certa inclinazione a praticarla per diversi scopi.

Jean Piaget e la Sharing Economy

Foto: Alan Levine

Assimilazione e accomodamento

Nella sua carriera di biologo e psicologo infantile, Jean Piaget approfondì la psicologia infantile come nessuno aveva fatto in precedenza, partendo dall’osservazione dei suoi stessi figli. Diede una formulazione organica degli stadi, delle sequenze e dei movimenti di sviluppo del bambino a partire dalla sua nascita. Per esempio osservò come i bambini, partendo da movimenti da lui definiti circolari, imparassero a costruire schemi di movimento partendo da gesti e incidenti casuali, non intenzionali. Nel corso dello sviluppo, Piaget osservò come il movimento fosse appreso, costruito tramite prove ed errori, fino a raffinarlo e asservirlo alla mente del bambino stesso in fase di crescita.

Letture sul campo: Il giovane antropologo

Spesso in antropologia si privilegia l’insegnamento della teoria piuttosto che la discussione sulla metodologia di campo, tanto che anche Margaret Mead non si sentiva esattamente pronta per la sua prima ricerca sul terreno.

Da allora sicuramente molto è cambiato nella didattica dell’antropologia, ma la prima esperienza di campo è ancora percepita come un rito d’iniziazione da affrontare con coraggio, entusiasmo e un pizzico di incoscienza!

Ecco allora un consiglio per una lettura da fare prima, durante o subito dopo il campo: “Il giovane antropologo (Appunti da una capanna di Fango)” di Nigel Barley.

L’uomo in movimento: Il Nuovo Mondo e l’Oro Nero

The Slave Trade (Slaves on the West Coast of Africa), François-Auguste Biard.

Lasciandoci alle spalle i movimenti interni al mondo europeo e mediterraneo del periodo medievale, il viaggio lungo la storia delle migrazioni umane approda a una nuova fase, quella delle migrazioni internazionali. Sin dalla fine del medioevo, lo sviluppo degli stati europei e la loro colonizzazione di gran parte del mondo diede nuovo impeto a migrazioni di lungo raggio che possono essere identificate come “migrazioni coloniali”.

Lo sviluppo delle tecnologie, della cartografia e delle tecniche di navigazione, resero infatti possibili i viaggi migratori transoceanici, prima impensabili. Dal XVI secolo all’inizio del XIX, le principali rotte connettevano l’Europa occidentale con l’America settentrionale, centrale e meridionale e con i Caraibi. Non è possibile quantificare il numero di migranti che in questo periodo lasciarono l’Europa, ma le stime dicono che tra il 1500 e il 1800 l’espansione europea nel Nuovo Mondo coinvolse circa due milioni di europei e sei milioni di schiavi africani (cfr. Emmer, 1993, p.67). Innegabilmente legati l’uno all’altro, ma profondamente diversi, questi due flussi migratori permisero il consolidamento delle colonie nel Nuovo Mondo, così come l’espansione delle piantagioni nei Caraibi, in Brasile e nelle regioni meridionali del Nordamerica.

Una spremuta di cielo

Foto Flickr

Bangui 1 aprile 2017

Un vento leggero addolcisce l’aspro caldo torrido che caratterizza le giornate in CAR, Repubblica Centrafricana. Mi accarezza mentre mi trovo sul balcone di casa, mentre osservo il dolce e lento susseguirsi della vita del fiume: pescatori che gettano le reti, arrancano sulle piroghe che si incagliano a causa del basso livello dell’acqua, uomini che raccolgono sacchi di terra per farne mattoni scaldandoli nei forni ai bordi delle vie, bambini che raccolgono taniche di acqua da fonti improvvisate in mezzo al pantano. Immagino cosa ci sia nell’isola in mezzo al fiume: mi sembra di vedere il brulicare della vita, di udire le voci delle persone che spingono le barche con tutte le loro energie, di sentire il profumo degli avocado mischiato all’odore dell’immondizia bruciata.

La verità dietro la mappa

Intervista a Laura Canali, cartografa di Limes e artista

Gigi Piana e Laura Canali si sono incontrati durante “Ogni cento metri il mondo cambia” (4 -7 maggio 2017) a Dogliani (CN) per esporre le proprie opere. Da questo incontro nasce l’occasione di una chiacchierata che ci porta dietro le quinte del lavoro di cartografa e artista di Laura.

Ogni cento metri il mondo cambia. Foto di Paolo Properzi

Gigi ed Elisa spinti dalla curiosità hanno messo insieme un po’ di domande: Come nasce una mappa? Come si scelgono i simboli? Come è possibile rappresentare la complessità del reale su una superficie bidimensionale? Qual è la differenza tra lavoro artistico e scientifico?

Siamo andati a cercare la verità dietro la mappa, un’occasione non solo per curiosare dietro le quinte di un lavoro antichissimo, ma anche di riflettere sul ruolo dell’arista e dello scienziato.

Il gioco degli specchi

Dove niente è ciò che appare

È il crepuscolo del giorno di Tabaski 2014, il che significa, per i richiedenti asilo arrivati in Settembre, la prima “festa del montone” in terra italiana. Nel cortile del centro, musulmani e cristiani senza troppe distinzioni si avvicendano alla griglia dove, fino a pomeriggio inoltrato, arrostisce la carne di capra halal comprata per l’occasione in una macelleria islamica; seguono abbozzi di balli e timidi tentativi di musica, con il sottofondo grave e ritmato del djembé che, sulla panchina in fondo al cortile, I. non si stanca di suonare, ora da solo, ora incalzato da gruppi a geometrie variabili che ininterrottamente si formano e si disfano intorno al centro gravitazionale del suo strumento.