Il gioco degli specchi

Dove niente è ciò che appare

È il crepuscolo del giorno di Tabaski 2014, il che significa, per i richiedenti asilo arrivati in Settembre, la prima “festa del montone” in terra italiana. Nel cortile del centro, musulmani e cristiani senza troppe distinzioni si avvicendano alla griglia dove, fino a pomeriggio inoltrato, arrostisce la carne di capra halal comprata per l’occasione in una macelleria islamica; seguono abbozzi di balli e timidi tentativi di musica, con il sottofondo grave e ritmato del djembé che, sulla panchina in fondo al cortile, I. non si stanca di suonare, ora da solo, ora incalzato da gruppi a geometrie variabili che ininterrottamente si formano e si disfano intorno al centro gravitazionale del suo strumento.

I corpi abietti del Sudafrica contemporaneo

Il Sudafrica contemporaneo è un Paese ricco di contraddizioni, una Nazione che ha legalizzato i matrimoni omosessuali, ma che è dominata da una società profondamente eterosessista. In Sudafrica, la percezione generale che si ha della sessualità è sempre legata all’eterosessualità.

L’omosessualità, soprattuto quella femminile, è considerata come una sfida alle norme di genere e un pericolo per l’ordine sociale tradizionale. Il disprezzo per le donne lesbiche è così radicato che queste vengono considerate delle malate da curare o meglio da correggere con le becere pratiche degli stupri correttivi, che tutti i giorni, nel silenzio del Governo, riempiono le pagine della cronaca.

Antropologia, danza, cura: ponti e intrecci

Intorno al 1940 Marian Chace, danzatrice e prima danzaterapeuta, sperimentava molto pionieristicamente l’efficacia della cura attraverso il linguaggio corporeo e la danza con i pazienti di un ospedale psichiatrico di Washington D.C. Affermando che «l’immagine corporea è innanzitutto una creazione sociale», poneva l’attenzione su due assunti fondamentali: il primo è il corpo come strumento di comunicazione, che oltrepassa i confini biologici abbracciando quelli dell’esperienza vissuta; il secondo è il corpo come strumento di relazione e intessuto esso stesso di relazioni, suggerendo anche che il corpo isolato è un corpo che si ammala.

La mente migrante e il migrante che mente

Seduto con le spalle un po’ curve in punta di sedia, nell’accettazione del Centro di Salute Mentale di una sonnolenta città di provincia, M. risponde alle solite domande che l’infermiera gentile gli rivolge allo scopo di compilare l’ennesima cartella clinica: nome e cognome – come sempre finiscono per essere invertiti e con qualche piccolo errore di trascrizione…poco male, i servizi l’hanno già “ribattezzato” molte volte da che è in Italia -, data di nascita – presunta -, luogo di nascita – “basta lo Stato di provenienza…già è molto se conosciamo quello!” -, tipo di permesso di soggiorno – umanitario per motivi di salute – , età – a spanne -, stato civile, numero di figli –“Ah tre!Davvero? Così giovane e già tre figli!”.