Smarrire la strada

Appena il tempo di rispondere e colgo immediatamente una nota di allarme nella voce della mia amica e collega all’altro capo del filo: senza troppe premesse e in maniera piuttosto concitata, come chi ha bisogno di condividere uno spinoso grattacapo, mi riferisce che una delle “ospiti” del centro dove lavora negli ultimi giorni ha dato segnali di una confusione mentale impossibile da imputare solamente allo stress del viaggio recente e dell’arrivo in un contesto per lei del tutto alieno.

Quella parola, “ospite”, così come le altre che con essa sembrano formare la corolla di un fiore delicato e gentile – “beneficiari”, “accoglienza”, “asilo”, ecc…-, mi lascia sempre in bocca il retrogusto amaro di una verità non detta. E mi richiama automaticamente alla mente quell’altra parola, così tagliente e impregnata di echi storici per noi dolorosi, con la quale gli abitanti dei centri di accoglienza definiscono testardamente gli spazi dove languono le loro esistenze bloccate: “campi”… Anche il linguaggio è un terreno in cui si consuma una lotta estenuante di potere, innanzi tutto il potere di dire la propria verità. Mentre penso a questo, la collega mi riferisce per sommi capi la vicenda di O., una delle pochissime donne arrivate a Biella ed alloggiate presso strutture di accoglienza straordinaria. L’unica cosa certa è che non esiste niente di certo su questa giovane poco incline alle confidenze e dallo sguardo impenetrabile: quando si parla di lei, è tutto un susseguirsi di “forse”, “crediamo”, “ha detto che..”. Ancora una volta, il linguaggio rivela più di quanto si vorrebbe: un procedere a tentoni, nel buio, su un terreno scivoloso e irto di accidenti. O. è un mistero fitto e lo rimarrà fino alla fine, una parete liscia e senza appigli contro cui si infrangeranno tutti i tentativi di capire, di ricostruire e anche di intervenire in suo favore in maniera efficace.

Second Skin – Hospital Uganda

Il corpo è per l’uomo il primo luogo in cui si manifesta lo stupore di essere se stessi.
D. Le Breton

Dall’11 al 21 ottobre 2017 è stato possibile visitare la mostra Second Skin – Hospital Uganda, a cura di Cute Project Onlus & Colezionissima, presso la Galleria Accademia di Torino. La mostra raccoglieva le opere, le fotografie e i testi di Gigi Piana, realizzate durante la missione di Cute Project Onlus a Fort Portal in Uganda a fine del 2016.

Che cosa ci faceva un artista visivo nell’equipe di medici chirurghi e anestesisti incaricati di svolgere una missione umanitaria per la cura e la ricostituzione di corpi lesionati da ustioni?

Probabilmente la motivazione è la stessa per la quale Gigi Piana, artista visivo e performer, è parte attiva di un’associazione formata per lo più da antropologi culturali, orientati al fare antropologia, oltre che a teorizzarla. L’etimo della parola chirurgia è “operare con le proprie mani”, e ha molto a che vedere con l’etimo di arte, che rimanda alla “capacità di agire e di produrre secondo un complesso di regole e di esperienze tecniche e conoscitive”, recita l’enciclopedia Treccani. L’antropologia medica da anni riafferma la centralità del corpo e delle sue tecniche, delle sue abitudini socialmente acquisite, dei suoi modi di soffrire e di curarsi, in un processo che procede dall’esperienza sensoriale per andare ad organizzare sistemi di significato rispetto al proprio essere al mondo.

Una spremuta di cielo

Foto Flickr

Bangui 1 aprile 2017

Un vento leggero addolcisce l’aspro caldo torrido che caratterizza le giornate in CAR, Repubblica Centrafricana. Mi accarezza mentre mi trovo sul balcone di casa, mentre osservo il dolce e lento susseguirsi della vita del fiume: pescatori che gettano le reti, arrancano sulle piroghe che si incagliano a causa del basso livello dell’acqua, uomini che raccolgono sacchi di terra per farne mattoni scaldandoli nei forni ai bordi delle vie, bambini che raccolgono taniche di acqua da fonti improvvisate in mezzo al pantano. Immagino cosa ci sia nell’isola in mezzo al fiume: mi sembra di vedere il brulicare della vita, di udire le voci delle persone che spingono le barche con tutte le loro energie, di sentire il profumo degli avocado mischiato all’odore dell’immondizia bruciata.

Hikikomori

Foto: HIKIKOMORI night. Flickr/Hiroh Satoh

Del fenomeno Hikikomori / ひきこもり or 引き籠り (ragazzi che si auto-escludono dalla vita sociale mediando il contatto con la realtà attraverso Internet) se ne parla ora anche in Italia, dopo le prime osservazioni effettuate in Giappone e Corea. La Dott.ssa Carla Ricci, antropologa e ricercatrice presso l’Università di Tokyo, lavora da tempo al fenomeno ed è autrice di molteplici opere a riguardo.

Il fenomeno Fake

Il fenomeno dei Social Network ha creato nuove forme di condivisione e ha velocizzato enormemente il crearsi di legami in rete, da un lato procurando vantaggi indiscussi in termini di visibilità a chi aveva difficoltà relazionali – nell’era pre-socal -, dall’altro creando fenomeni di patologia (dipendenza da internet, fenomeni di ritiro sociale e alienazione, cyberbullismo, il fenomeno haters, etc.).

Tra queste nuove forme, un fenomeno sottotraccia e quasi sconosciuto -qualche anno fa uscì negli Stati Uniti una serie chiamata Catfish, da vedere per chi fosse interessato al fenomeno-, è il fenomeno dei Fake, con centinaia di profili finti -fake, appunto- utilizzati come “prestavolto” a ragazzi che dietro ci si nascondono o ci giocano, immergendosi in una sorta di enorme gioco di ruolo che ha come personaggi i propri idoli (cantanti, attori, vip in generale). Il fenomeno è particolarmente presente nella popolazione adolescenziale, ed ha portato alla creazione, da parte di Facebook stessa, dei cosiddetti “profili certificati”, che rispondono senza ombra di dubbio alla reale persona, in carne ed ossa, che li ha attivati.

Ciò che la parola non dice, il corpo esprime

Esplorazioni in danzamovimentoterapia con giovani aspiranti infermieri

Il 6 dicembre 2016 la giornata comincia presto. Alle 8 del mattino siamo pronti per entrare in una RSA della periferia ovest di Torino, nello spazio adibito alle attività di formazione con studenti universitari del Corso di Laurea in Infermieristica. I venti ragazzi circa che conosceremo hanno scelto di partecipare ad un percorso laboratoriale di Danzamovimentoterapia Espressivo-Relazionale (DMT-ER), che nel corso del triennio si inserisce nella formazione alla Relazione d’aiuto e al Caring.

Ci attende una mattinata intera di lavoro; sono alla prima esperienza in questo contesto. Insieme con un’altra tirocinante affiancheremo nella conduzione del laboratorio una danzaterapeuta ed infermiera di lunga esperienza e un professore di Scienze Infermieristiche, che oggi indossa la veste istituzionale di titolare del corso, ma che ho conosciuto nel ruolo di allievo presso la scuola di DMT-ER che frequento da un anno, e che ha reso possibile l’inclusione della DMT-ER nel programma curricolare del Corso di Laurea.

SESSO-OSSESSO (anche quando omesso)

Foto: Gigi Piana |ricerca_d_identità|

La sessualità dei migranti nel dispositivo della migrazione

Inizierò con una domanda. Una domanda del tutto sincera, priva di qualsiasi retorica, e che dunque resta sospesa, in attesa desiderante se non proprio di una risposta definitiva, quantomeno di un’interlocuzione: è possibile parlare oggi di un emergente “dispositivo della migrazione”? E’ possibile che questo sia uno di quei dispositivi che qualifica l'”attuale”, definito da Deleuze (2007) nei termini di “ciò che stiamo diventando, cioè l’Altro, il nostro divenir-altro”?

In attesa che qualcuno mi dia il suo parere in merito, così, a mo’ di divertissment intellettuale, fingerò per un attimo che il quesito sia una pacifica affermazione, che sia cioè appurato e riconosciuto che sì, esiste un “dispositivo della migrazione”, nell’accezione peculiare che Foucault conferisce al termine, ossia, lo ricordiamo, “un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche”.

La narrazione come dispositivo di cura

La narrazione oggi è uno degli strumenti educativi più accreditati per indagare la conoscenza del sé e sviluppare la comunicazione interpersonale. La possibilità di individuare e sperimentare le molteplici dimensioni della cura in educazione, insieme alla riscoperta dell’importanza del tema dell’ascolto, rappresentano per la pedagogia contemporanea una fonte inesauribile di stimoli e sfide. Nel lavoro educativo, così come in tutte le professioni che si occupano di cura, dare forma scritta a pensieri ed emozioni, cercando di analizzare criticamente la realtà di un contesto sociale esperito da un punto di vista professionale, non è semplice. Durante l’attività professionale, osservare le situazioni da un punto di vista che non sia quello operativo, esterno alla situazione, non è facile: gli eventi travolgono, richiedono un intervento immediato e molto spesso ci si ritrova in balia delle circostanze, senza la possibilità di elaborare e condividere quanto accaduto.

La formula del tarantismo

Le pratiche terapeutiche del tarantismo ricorrevano alla drammatizzazione di problematiche psichiatriche più o meno gravi, nella speranza che l’intercessione di un santo protettore, insieme al supporto della comunità osservante, guarissero la tarantolata dal “morso”. Il rituale, oggi estinto, aveva origini antiche, viene fatto risalire infatti all’epoca medioevale.