Piccolo lessico del grande esodo

Ottanta lemmi per pensare la crisi migrante.

Qualche giorno fa è stato presentato in tutta Italia il Dossier Statistico Immigrazione 2017una raccolta di dati consistente che restituisce l’immagine di un mondo in cui il numero di migranti è in costante aumento (253 milioni nel 2017, si prevede saranno 469 milioni nel 2050). Strumento essenziale per la comprensione del fenomeno, i numeri sono utili nel comprendere le tendenze che i movimenti migratori assumono, ma non restituiscono la consistenza di un fenomeno complesso che mette in crisi e turba il nostro sentire sociale:

“Fuori da ogni compiacimento ed esotismo, e ben prima di kalashnikov e attentati, il mondo che arriva a casa nostra ci scombina, ci turba, rimescola le carte. Rimette in gioco l’antico fantasma dell’incertezza. Ciò che in fondo non quadra è che il migrante, il rifugiato, con tutta la sua diversità, è umano quanto noi. Ha le nostre stesse aspirazioni al bene e al benessere e arroccamenti sul proprio ethos non dissimili ai nostri. Ha persino i nostri stessi difetti. La sua presenza ci fa sentire doppiamente in pericolo: egli riflette la nostra stessa vulnerabilità umana e al contempo, poiché sappiamo di vivere con più agio, il suo arrivo ispira il timore che qualcosa ci sarà tolto.” (Dubosc, Edres, 2017, p. 7).

La foresta ti ha

Storia di un’iniziazione

Ho conosciuto Luis Devin ad un workshop di Danzamovimentoterapia Espressivo-Relazionale un paio di anni fa, a Torino. Non sapevo che fosse narratore, ricercatore, antropologo della musica, etnomusicologo. In un contesto come quello ci si dà del tu, si apprendono i nomi dei compagni di esperienza, si comunica molto, e a fondo, ma con poche parole. Si va all’essenziale, le etichette professionali non sono fondamentali per qualificare la persona, arrivano dopo – se e quando arrivano. Ho scoperto degli interessi di Luis Devin a distanza di tempo, quando una compagna di scuola di DMT-ER mi ha regalato questo suo libro, pensando – bene – che potesse essere nelle mie corde. Ed è stato come conoscerlo una seconda volta, ri-conoscerlo, appunto.

Dissolvere i confini dell’identità

Stephen Nachmanovitch ha un sapere eclettico quasi come il suo maestro, Gregory Bateson con cui ha realizzato la sua tesi dottorale su William Blake presso la Hardvard University.

Oltre ad essere uno scrittore, Nachmanovitch è un musicista (violinista e violoncellista esperto di improvvisazione musicale), un progettista informatico e un educatore. Forse non possiamo definire S. Nachmanovitch un antropologo, ma sicuramente la materia ha influenzato la sue opere. Per comprendere la sua opera è importante ricordare inoltre la sua adesione alla filosofia zen*, altro elemento che pervade l’interna sua produzione.

Hitler non è morto

Oggi vi presentiamo un estratto da un classico dell’antropologia: Pelle Nera, Maschere Bianche. Un testo che ha ispirato e guidato i membri di ramodoro, come molti altri antropologi, scienziati sociali e psichiatri. Con la promessa di ritornare ad esplorare più in profondità questa opera complessa che ha purtroppo il potere di illuminare con dolorosa chiarezza il nostro presente, vi lasciamo alle parole di Franz Fanon.

Una nuova avventura

Sulla sponda settentrionale del lago, proprio sotto i dirupi scoscesi ai quali si aggrappa la Nemi odierna, sorgevano il bosco sacro e il santuario della Diana Nemorensis, la Diana dei Boschi (Il ramo d’oro – J. G. Frazer)

Il Bosco di Diana è un progetto editoriale che nasce dall’iniziativa di ramodoro, un’associazione formata da un gruppo di persone che amano l’arte e l’antropologia.