Essere antropologa: voci fuori dal campo

Le foto di questo post sono state scattate durante la ricerca di campo di Marta.
Coloro che compaiono nelle immagini sono persone con cui Marta ha vissuto e suoi interlocutori durante la ricerca.

Premetto che questo pezzo non ha nulla di scientifico. È piuttosto un flusso di coscienza. Non sono Lara Croft, sono antropologa. Innanzitutto Lara Croft è archeologa, e questa è una prima questione da chiarire vista la confusione di molti in merito alla differenza tra archeologia e antropologia. Per intenderci, non mi occupo dei morti ma dei vivi. In secondo luogo, il mio lavoro sul campo non consiste in funamboliche esplorazioni di luoghi sperduti in cui sarei solita aggirarmi furtiva in tenuta mimetica e armata di arco, frecce e pugnali per difendermi da attacchi nemici. No. Che sia in Africa o altrove, il mio è un lavoro di ricerca approfondita e di osservazione partecipante, fondata sull’abitare i luoghi oggetto di studio e sul costruire relazioni di empatia con le persone che quei luoghi li abitano dall’alba dei tempi.

Idee che vale la pena diffondere

Spunti per un’antropologia virale

Tutti conoscono i TED talk, il progetto nato nel 1984 come conferenza sui temi della tecnologia, intrattenimento e design, oggi è diffuso in tutto il mondo grazie al suo stile: video brevi della durata di una ventina di minuti che presentano un’idea “che vale la pena diffondere”.

Domenica 19 Novembre si è tenuto a Monaco di Baviera un TEDx, dove x significa che l’evento è organizzato in modo indipendente da un’associazione locale, ma comunque sotto la licenza TED e quindi rispettando il tipico formato. Tra i temi trattati: salute mentale, educazione sessuale e migrazioni, pertanto ho deciso di prendervi parte. Anche se tra gli speaker non compariva alcun antropologo eccomi qui a scriverne.

Il bosco di Diana compie un anno

Esattamente un anno fa ebbe inizio il progetto editoriale di ramodoro con l’ambizioso obiettivo di far conoscere l’antropologia al di fuori della cerchia degli specialisti.

52 articoli pubblicati in 12 mesi sono per il piccolo team dell’associazione una grande soddisfazione! Grazie soprattutto alla nostra pagina Facebook, che da qualche settimana conta oltre mille followers, gli articoli ricevono un buon numero di visualizzazioni, ma naturalmente c’è ancora spazio per crescere e diffondere ancora di più il sapere antropologico.

Fascismo alimentare

Foto: JudithTB

“Dimmi ciò che mangi e ti dirò chi sei”

Gastronomo e politico francese Jean Anthelme Brillat-Savarin.

Quando si vive all’estero, la domanda “Cosa ti manca di più dell’Italia?” diventa ricorrente e la risposta molto spesso include una lunga lista di pietanze. Certo, in un mondo globalizzato trovare certe leccornie non è impossibile, anche lontano da casa, ma spesso quelle pietanze che erano parte della quotidianità, all’estero diventano concessioni saltuarie, piccoli eventi per celebrare o curare la nostalgia, spezzando una nuova routine che coinvolge anche l’ambito alimentare.

Lévi-Strauss ne “Il crudo e il cotto” individua proprio nel passaggio dal cibo crudo al cibo cotto la corrispondente articolazione tra natura e cultura. Se tutti gli animali mangiano, noi siamo l’eccezione che cucina. I cibi non sono solo nutrienti necessari alla vita, ma divengono simboli, portatori di significati culturalmente definiti.

Jean Piaget e la Sharing Economy

Foto: Alan Levine

Assimilazione e accomodamento

Nella sua carriera di biologo e psicologo infantile, Jean Piaget approfondì la psicologia infantile come nessuno aveva fatto in precedenza, partendo dall’osservazione dei suoi stessi figli. Diede una formulazione organica degli stadi, delle sequenze e dei movimenti di sviluppo del bambino a partire dalla sua nascita. Per esempio osservò come i bambini, partendo da movimenti da lui definiti circolari, imparassero a costruire schemi di movimento partendo da gesti e incidenti casuali, non intenzionali. Nel corso dello sviluppo, Piaget osservò come il movimento fosse appreso, costruito tramite prove ed errori, fino a raffinarlo e asservirlo alla mente del bambino stesso in fase di crescita.

orientarci/si

Abbiamo deciso di inaugurare “orientarci/si” con una performance a partecipazione collettiva poiché riteniamo che alcuni linguaggi siano in grado più di altri di “parlare” in modo efficace. L’arte, nelle sue tante forme e declinazioni, come sottolinea F. Schott-Billmann, da un lato di ex-prime (preme fuori, esprime) e dall’altro im-pressiona (preme dentro, im-prime), produce shock estetico e proprio per questo favorisce il processo trasformativo.

Quindi per presentarci come associazione che tenta il dialogo tra più ambienti disciplinari, abbiamo deciso di partire dall’esperienza, prima che dalla teoria. L’esperienza vissuta e condivisa dai partecipanti ha preceduto il tempo dedicato agli interventi verbali, volti a narrare ciò che ci muove e a dare voce ad alcuni membri che hanno portato la loro testimonianza rispetto all’uso che si può fare dell’antropologia fuori (e anche dentro) l’accademia.

orientarci/si: arte, danza e antropologia

Venerdì 19 Maggio ramodoro presenta presso lo Spazio HYDRO di Biella i propri progetti con un evento che combina arte, performance e antropologia.

Un’occasione unica per riflettere su come ci orientiamo nella modernità. In questo mondo globale nel quale sempre più spesso l’uomo si sente spaesato, l’antropologia, che ha proprio nello spaesamento uno dei suoi principali strumenti euristici, intende proporre attraverso l’uso di linguaggi artistici approcci ibridi ed inediti per decifrare i segnali che ci circondano e provare così a ri-orientarci. L’evento sarà l’occasione per comprendere che cos’è l’antropologia, disciplina in costante ridefinizione di se stessa, e come questa può essere utilizzata per affrontare alcune delle grandi sfide odierne: comprendere cause e conseguenze della marginalità sociale e delle vulnerabilità strutturali, rivisitare l’incontro con l’Alterità, oggetto principe della disciplina antropologica, ma anche fondamento imprescindibile del vivere insieme.

Un architetto mi disse (la ciclabile e il casermone)

Questa foto è un pretesto. Un pretesto per parlare di cultura, abitudine al pensiero, immaginario. Forse mi sto ponendo un obiettivo un po’ troppo ambizioso ma quantomeno ci provo.

Si tratta di una foto scattata a Copenaghen nel 2013, sull’isola di Amager (si pronuncia /ama/). L’isola di Amager, collegata al resto della città attraverso una serie di ponti di medie e grandi dimensioni, costituisce di fatto un quartiere nonché una zona a sé. Qui siamo sull’isola di Amager, ci si sente spesso dire a Copenaghen, quasi ad intendere uno spazio altro. Altro ma non troppo: inutile indugiare su questo particolare perché rimane comunque un pezzo di città tutt’altro che estraneo. Mi è stato descritto come uno spazio più selvaggio rispetto al resto della metropoli. Poi come spazio in cui si possono fare diverse cose ed infine come il luogo che ospita la spiaggia.

Studiare Swahili con un App

Buone notizie per gli appassionati di lingue, per i viaggiatori e per gli antropologi interessati all’Africa orientale, dal 3 Marzo Duolingo ha lanciato il suo primo corso dedicato ad una lingua africana: lo swahili!

Durante il “Design Indaba” di Cape Town, la conferenza dedicata alla tecnologia e al design, il CEO della famosa app gratuita per studiare le lingue ha annunciato il lancio della piattaforma dedicata allo Swahili (conosciuto anche come Kiswahili), lingua Bantu parlata in Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda, Burundi, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, isole Comoree (considerata un dialetto dello swahili) e parti del Zambia, Malawi e Mozambico. Si tratta della lingua franca più importante per la regione dei grandi laghi che sta vivendo una fase di vivace crescita.