Quell’intrepido spirito rivoluzionario dei giovani burundesi

Nell’aprile 2015 il Burundi vedeva l’alba di una nuova crisi politica e, soprattutto, la nascita di un movimento di contestazione giovanile senza precedenti nella storia del Paese. Proprio due anni fa stavo svolgendo ricerca sul campo a Bujumbura, la capitale del Burundi, su temi relativi all’antropologia della violenza. In città esplose un’eroica rivolta popolare contro il governo, e io mi ci trovai dentro.  

Il fatto che ci siano aree specifiche del mondo su cui la violenza sembra abbattersi ripetutamente in maniera inesorabile, impone una serie di interrogativi. Quali sono i motivi per cui la violenza si genera più facilmente in alcuni luoghi rispetto ad altri? Perché, sempre in questi luoghi, si riproduce in modo così frequente? E perché assume spesso forme particolarmente macabre? La ciclicità della violenza che, tra uno spasmo di brutalità e l’altro, non concede tempi di ricostruzione sociale, risulta essere una condizione strutturale di alcune società. Vi sono intere generazioni nate e cresciute in contesti di guerra, per le quali, dunque, la violenza rientra nella quotidianità, generando non solo abitudine ma anche attitudine. In certi contesti la violenza pervade ogni dimensione sociale e intacca inevitabilmente i soggetti e le relazioni che li legano, diventando a sua volta l’unica via da percorrere per affrancarsi da condizioni di frustrazione e marginalità, come ad esempio entrare a far parte di gruppi armati o paramilizie. Dunque, ci si abitua alla violenza e si sviluppa altresì una certa inclinazione a praticarla per diversi scopi.