Parole migranti e sapere antropologico

Per una buona pratica della traduzione e della mediazione interculturale

Il contatto tra mondi culturali, storici e linguistici differenti implica inevitabilmente un’opera di traduzione a più livelli. Nella mediazione interculturale la traduzione non può esaurirsi nella sola trasposizione della parola da una lingua ad un’altra, ma deve estendersi alla lettura e all’interpretazione di specifici codici culturali e memorie storiche di cui i racconti di vita sono sempre profondamente impregnati. Tuttavia, lo spazio della traduzione viene spesso riempito di vuoti, incomprensioni e fraintendimenti, da cui deriva una sostanziale perdita di significato e una riproduzione di biografie complesse in forma stilizzata. Questo vuoto semantico, talvolta estremamente dannoso per chi ne è vittima, può essere colmato da un sapere in grado di restituire senso culturale e storico alla parola: il sapere antropologico.

Tradurre deriva dal latino traducĕre, che significa trasportare, trasferire, portare oltre, e la traduzione linguistica non è mai un’operazione semplice, sostanzialmente per due motivi: perché la lingua non è mai neutrale e perché per ogni parola e ogni concetto presenti in una determinata lingua non sempre esistono dei corrispondenti in un’altra capaci di offrire una traduzione letterale. Questo dato è significativo già a partire da pratiche quotidiane come parlare o scrivere in una lingua che non è la nostra, dove spesso ci si confronta con la difficoltà di esprimere determinati concetti nella loro totalità perché non esiste un corrispondente esatto. In contesti plurilinguistici, invece, si tende ad acquisire una certa abitudine ad attingere alle diverse lingue utilizzando di volta in volta quella che si presta meglio. La preoccupazione di utilizzare una parola piuttosto che un’altra deriva dal fatto che la lingua veicola messaggi ben precisi, ma soprattutto riflette specifici elementi storici e codici culturali.

Battito incessante

Bangui, 15 aprile 2017

Percorrendo il tratto di strada per arrivare alla maternità di Gbaya Dombia, è la stessa geografia della città a suggerirti che stai per inoltrarti nel mondo di PK 5. La strada, l’asse che separa il secondo dal quinto -per insinuarsi nel terzo- arrondissement di Bangui, prima ampia e relativamente trafficata, si fa via via più stretta e vivace. I sensi si perdono nel brulicante fermento che contraddistingue questo angolo di città.

Quell’intrepido spirito rivoluzionario dei giovani burundesi

Nell’aprile 2015 il Burundi vedeva l’alba di una nuova crisi politica e, soprattutto, la nascita di un movimento di contestazione giovanile senza precedenti nella storia del Paese. Proprio due anni fa stavo svolgendo ricerca sul campo a Bujumbura, la capitale del Burundi, su temi relativi all’antropologia della violenza. In città esplose un’eroica rivolta popolare contro il governo, e io mi ci trovai dentro.  

Il fatto che ci siano aree specifiche del mondo su cui la violenza sembra abbattersi ripetutamente in maniera inesorabile, impone una serie di interrogativi. Quali sono i motivi per cui la violenza si genera più facilmente in alcuni luoghi rispetto ad altri? Perché, sempre in questi luoghi, si riproduce in modo così frequente? E perché assume spesso forme particolarmente macabre? La ciclicità della violenza che, tra uno spasmo di brutalità e l’altro, non concede tempi di ricostruzione sociale, risulta essere una condizione strutturale di alcune società. Vi sono intere generazioni nate e cresciute in contesti di guerra, per le quali, dunque, la violenza rientra nella quotidianità, generando non solo abitudine ma anche attitudine. In certi contesti la violenza pervade ogni dimensione sociale e intacca inevitabilmente i soggetti e le relazioni che li legano, diventando a sua volta l’unica via da percorrere per affrancarsi da condizioni di frustrazione e marginalità, come ad esempio entrare a far parte di gruppi armati o paramilizie. Dunque, ci si abitua alla violenza e si sviluppa altresì una certa inclinazione a praticarla per diversi scopi.

Una spremuta di cielo

Foto Flickr

Bangui 1 aprile 2017

Un vento leggero addolcisce l’aspro caldo torrido che caratterizza le giornate in CAR, Repubblica Centrafricana. Mi accarezza mentre mi trovo sul balcone di casa, mentre osservo il dolce e lento susseguirsi della vita del fiume: pescatori che gettano le reti, arrancano sulle piroghe che si incagliano a causa del basso livello dell’acqua, uomini che raccolgono sacchi di terra per farne mattoni scaldandoli nei forni ai bordi delle vie, bambini che raccolgono taniche di acqua da fonti improvvisate in mezzo al pantano. Immagino cosa ci sia nell’isola in mezzo al fiume: mi sembra di vedere il brulicare della vita, di udire le voci delle persone che spingono le barche con tutte le loro energie, di sentire il profumo degli avocado mischiato all’odore dell’immondizia bruciata.

La foresta ti ha

Storia di un’iniziazione

Ho conosciuto Luis Devin ad un workshop di Danzamovimentoterapia Espressivo-Relazionale un paio di anni fa, a Torino. Non sapevo che fosse narratore, ricercatore, antropologo della musica, etnomusicologo. In un contesto come quello ci si dà del tu, si apprendono i nomi dei compagni di esperienza, si comunica molto, e a fondo, ma con poche parole. Si va all’essenziale, le etichette professionali non sono fondamentali per qualificare la persona, arrivano dopo – se e quando arrivano. Ho scoperto degli interessi di Luis Devin a distanza di tempo, quando una compagna di scuola di DMT-ER mi ha regalato questo suo libro, pensando – bene – che potesse essere nelle mie corde. Ed è stato come conoscerlo una seconda volta, ri-conoscerlo, appunto.

Studiare Swahili con un App

Buone notizie per gli appassionati di lingue, per i viaggiatori e per gli antropologi interessati all’Africa orientale, dal 3 Marzo Duolingo ha lanciato il suo primo corso dedicato ad una lingua africana: lo swahili!

Durante il “Design Indaba” di Cape Town, la conferenza dedicata alla tecnologia e al design, il CEO della famosa app gratuita per studiare le lingue ha annunciato il lancio della piattaforma dedicata allo Swahili (conosciuto anche come Kiswahili), lingua Bantu parlata in Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda, Burundi, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, isole Comoree (considerata un dialetto dello swahili) e parti del Zambia, Malawi e Mozambico. Si tratta della lingua franca più importante per la regione dei grandi laghi che sta vivendo una fase di vivace crescita.

Piccole grandi città d’Africa

Nairobi State of Mind – Michael Soi

Le narrative che raccontano l’Africa riproducono l’immagine di spazi sconfinati e vuoti in cui emergono, qua e là, agglomerati urbani dipinti spesso come gironi infernali. Dagli slum di Nairobi alle discariche di Accra, dalle proteste nelle strade di Bujumbura alle township sudafricane, le città africane sembrano non poter sfuggire alle despondency theories che riguardano il Sud Globale. Megalopoli in cui si gioca, a volte con successo e altre altre volte no, la sfida dello sviluppo nel continente africano. Non è ben chiaro cosa giunga a noi di queste città. Abituati a pensare l’Africa o come “Terzo Mondo” o come paradiso turistico, conosciamo ben poco della vita quotidiana dei suoi abitanti e delle sue città. Dati alla mano, questa visione del continente africano dice ben poco di utile.

Da almeno mezzo secolo l’Africa vive una costante crescita della popolazione urbana. Dal 1950 al 2009, gli abitanti delle città sono passati da 20 a più di 395 milioni e in un futuro non troppo lontano la maggioranza degli africani vivrà in città. Limitarsi alle spiagge e ai campi profughi (sono consapevole di semplificare molto il discorso) è fuorviante. L’Africa è fatta di città e lo è da molto prima che le navi europee attraccassero sulle sue coste. Lo spazio urbano non è un’invenzione recente e tanto meno esperienza rara per gli africani. 

Dentro l’Epifania

Andrea Mantegna, “Adorazione dei Magi”, databile 1497-1500, conservato in Getty Museum di Los Angeles

Epifania e etnocentrismo. Alfonso Maria di Nola spiega la leggenda dei Re Magi.

Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, tre figure si avvicinano alla natività. Tre uomini in abiti regali e carichi di doni la cui provenienza e la cui storia si perde nell’oblio del tempo e della leggenda.

Alfonso Maria di Nola racconta dell’evoluzione del racconto dell’arrivo dei Magi nel presepe in un interessante articolo dal titolo I Re Magi e il trionfo sul “diverso”, apparso sull’edizione de La Repubblica del 6 gennaio del 1978 ripercorrendo una narrazione che va indietro nel tempo fino alla mitologia greca (Di Nola ha anche curato la traduzione in italiano e commentato La storia dei Re Magi di Giovanni Hildesheim – Vallecchi, Firenze, 1966).

I corpi abietti del Sudafrica contemporaneo

Il Sudafrica contemporaneo è un Paese ricco di contraddizioni, una Nazione che ha legalizzato i matrimoni omosessuali, ma che è dominata da una società profondamente eterosessista. In Sudafrica, la percezione generale che si ha della sessualità è sempre legata all’eterosessualità.

L’omosessualità, soprattuto quella femminile, è considerata come una sfida alle norme di genere e un pericolo per l’ordine sociale tradizionale. Il disprezzo per le donne lesbiche è così radicato che queste vengono considerate delle malate da curare o meglio da correggere con le becere pratiche degli stupri correttivi, che tutti i giorni, nel silenzio del Governo, riempiono le pagine della cronaca.

second skin

Sono rientrato domenica da una missione a Fort Portal, una città dell’Uganda occidentale, sui monti Ruwenzori, dove ho affiancato il team di Cute Project.

Cute Project è una onlus torinese presieduta dal Dott.or Daniele Bollero, che da anni lavora nella formazione teorica e pratica del personale sanitario nei paesi in via di sviluppo, in particolare nell’ambito della chirurgia plastica ricostruttiva e nella prevenzione delle ustioni.