L’uomo in movimento: L’Irlanda, la patata e le coffin-boats

Foto: Smythe Richbourg/Flickr

Dopo aver guardato ai movimenti di lavoratori tra aree diverse dell’impero coloniale, torniamo nell’Europa del XIX secolo. In particolare, sbarchiamo in uno dei suoi angoli di confine: l’Irlanda.

L’Irlanda, con l’Italia, detiene il primato per il numero di migranti che, tra la seconda metà del XIX secolo e la prima del XX, lasciarono il proprio Paese in cerca di salvezza e fortuna nel continente americano. Nel più ampio panorama delle migrazioni internazionali dal Vecchio Continente, la vicenda irlandese assume le tinte di una delle peggiori tragedie, non solo della storia dell’isola, ma dell’Europa tutta. La Grande Carestia (1845-1852), infatti,  falciò circa un milione e mezzo di vite e determinò l’emigrazione di circa un milione di irlandesi. Per un Paese che nel 1845, prima della tragedia, contava otto milioni di abitanti, la Grande Carestia determinò mutamenti sociali ed economici di non poco conto e fece sì che le dimensioni della povertà, della morte e della partenza siano esperienza comune nelle storie della quasi totalità delle famiglie irlandesi. Inoltre, la memoria della tragedia ha animato un acceso dibattito storico e politico rispetto al ruolo che la Gran Bretagna ricoprì nel concorrere e “gestire” quella che fu una vera e propria catastrofe umanitaria.

Piccolo lessico del grande esodo

Ottanta lemmi per pensare la crisi migrante.

Qualche giorno fa è stato presentato in tutta Italia il Dossier Statistico Immigrazione 2017una raccolta di dati consistente che restituisce l’immagine di un mondo in cui il numero di migranti è in costante aumento (253 milioni nel 2017, si prevede saranno 469 milioni nel 2050). Strumento essenziale per la comprensione del fenomeno, i numeri sono utili nel comprendere le tendenze che i movimenti migratori assumono, ma non restituiscono la consistenza di un fenomeno complesso che mette in crisi e turba il nostro sentire sociale:

“Fuori da ogni compiacimento ed esotismo, e ben prima di kalashnikov e attentati, il mondo che arriva a casa nostra ci scombina, ci turba, rimescola le carte. Rimette in gioco l’antico fantasma dell’incertezza. Ciò che in fondo non quadra è che il migrante, il rifugiato, con tutta la sua diversità, è umano quanto noi. Ha le nostre stesse aspirazioni al bene e al benessere e arroccamenti sul proprio ethos non dissimili ai nostri. Ha persino i nostri stessi difetti. La sua presenza ci fa sentire doppiamente in pericolo: egli riflette la nostra stessa vulnerabilità umana e al contempo, poiché sappiamo di vivere con più agio, il suo arrivo ispira il timore che qualcosa ci sarà tolto.” (Dubosc, Edres, 2017, p. 7).

L’uomo in movimento: schiavitù e lavoro

I movimenti dell’epoca coloniale

La scorsa tappa del nostro viaggio nella storia dei movimenti migratori ha toccato, seppur in modo molto superficiale, il doloroso capitolo delle migrazioni forzate di milioni di schiavi africani verso il “Nuovo Mondo”Con l’abolizione della schiavitù (siamo nella prima metà del XIX secolo) e il disperdersi del commercio di schiavi, nuovi flussi migratori presero vita tra i continenti e coinvolsero lavoratori “a contratto” che dall’Asia raggiungevano gli imperi coloniali. Chiamati coolies, essi erano parte di campagne di reclutamento di massa (spesso forzate) di lavoratori indiani e cinesi che venivano trasferiti da una parte all’altra dell’impero coloniale britannico per essere sfruttati come manodopera a basso costo.

Le autorità coloniali deportarono circa trenta milioni di persone dall’India.

L’uomo in movimento: Il Nuovo Mondo e l’Oro Nero

The Slave Trade (Slaves on the West Coast of Africa), François-Auguste Biard.

Lasciandoci alle spalle i movimenti interni al mondo europeo e mediterraneo del periodo medievale, il viaggio lungo la storia delle migrazioni umane approda a una nuova fase, quella delle migrazioni internazionali. Sin dalla fine del medioevo, lo sviluppo degli stati europei e la loro colonizzazione di gran parte del mondo diede nuovo impeto a migrazioni di lungo raggio che possono essere identificate come “migrazioni coloniali”.

Lo sviluppo delle tecnologie, della cartografia e delle tecniche di navigazione, resero infatti possibili i viaggi migratori transoceanici, prima impensabili. Dal XVI secolo all’inizio del XIX, le principali rotte connettevano l’Europa occidentale con l’America settentrionale, centrale e meridionale e con i Caraibi. Non è possibile quantificare il numero di migranti che in questo periodo lasciarono l’Europa, ma le stime dicono che tra il 1500 e il 1800 l’espansione europea nel Nuovo Mondo coinvolse circa due milioni di europei e sei milioni di schiavi africani (cfr. Emmer, 1993, p.67). Innegabilmente legati l’uno all’altro, ma profondamente diversi, questi due flussi migratori permisero il consolidamento delle colonie nel Nuovo Mondo, così come l’espansione delle piantagioni nei Caraibi, in Brasile e nelle regioni meridionali del Nordamerica.

L’uomo in Movimento: Mare Nostrum

Carta Nautica del Mar Mediterraneo, Luís Teixeira, Portogallo, 1600

Città, commerci e conquista

La prima “puntata” dell’ipotetico viaggio nella storia delle migrazioni umane si è chiusa con il primo grande movimento migratorio dell’essere umano che, dall’Africa orientale, si è spostato su grandi distanze, via mare e via terra, per colonizzare ogni terra emersa del globo.

Questo primo viaggio è il dato fondamentale che mostra come le migrazioni siano di fatto un elemento costitutivo dell’umanità e della storia di ogni civiltà che vive o che ha vissuto sul nostro pianeta. A convalidare questa tesi sta il dato di fatto che, dopo la prima colonizzazione del globo, l’essere umano non si è mai fermato e culture e società diverse hanno continuato a muoversi e a fondersi.

L’uomo in movimento

Foto: Rift Valley, Etiopia da cui tutti proveniamo. Flickr/A.Davey

Breve storia a puntate delle migrazioni umane

Migrazióne: s. f. [dal lat. migrati -onis]. – 1. In genere (come fenomeno biologico o sociale), ogni spostamento di individui, per lo più in gruppo, da un’area geografica a un’altra, determinato da mutamenti delle condizioni ambientali, demografiche, fisiologiche, ecc. In partic.: a. Nelle scienze antropologiche e sociali, lo spostamento di una popolazione verso aree diverse da quella di origine, nelle quali si stabilisce permanentemente (a differenza di quanto avviene nel nomadismo), dovuto, fin da epoca preistorica, a fattori quali sovrappopolazione, mutazioni climatiche, carestie, competizione territoriale con altre popolazioni, ricerca di migliori condizioni di vita vere o presunte, ecc., in sociologia, con riferimento ai fenomeni più recenti, che coinvolgono in genere solo una parte di una popolazione e dipendono da complesse cause economiche e culturali, è lo stesso che emigrazione […].

Il dizionario Treccani va avanti elencando infiniti significati che la parola migrazione assume a seconda dell’ambito in cui la usiamo. Mi sono fermata alla prima definizione perché, a mio parere, c’è abbastanza su cui riflettere. Quando utilizziamo la parola «migrazione» facciamo riferimento a spostamenti, a mutazioni di condizioni ambientali e culturali/sociale e ad aspettative.

Piccole grandi città d’Africa

Nairobi State of Mind – Michael Soi

Le narrative che raccontano l’Africa riproducono l’immagine di spazi sconfinati e vuoti in cui emergono, qua e là, agglomerati urbani dipinti spesso come gironi infernali. Dagli slum di Nairobi alle discariche di Accra, dalle proteste nelle strade di Bujumbura alle township sudafricane, le città africane sembrano non poter sfuggire alle despondency theories che riguardano il Sud Globale. Megalopoli in cui si gioca, a volte con successo e altre altre volte no, la sfida dello sviluppo nel continente africano. Non è ben chiaro cosa giunga a noi di queste città. Abituati a pensare l’Africa o come “Terzo Mondo” o come paradiso turistico, conosciamo ben poco della vita quotidiana dei suoi abitanti e delle sue città. Dati alla mano, questa visione del continente africano dice ben poco di utile.

Da almeno mezzo secolo l’Africa vive una costante crescita della popolazione urbana. Dal 1950 al 2009, gli abitanti delle città sono passati da 20 a più di 395 milioni e in un futuro non troppo lontano la maggioranza degli africani vivrà in città. Limitarsi alle spiagge e ai campi profughi (sono consapevole di semplificare molto il discorso) è fuorviante. L’Africa è fatta di città e lo è da molto prima che le navi europee attraccassero sulle sue coste. Lo spazio urbano non è un’invenzione recente e tanto meno esperienza rara per gli africani. 

Nomadi nostro malgrado

Foto: Mareo Rodriguez (Colombia) installazione “Emerging Topographies” Artenelbosco, Santuario di Banchette (BI)

Dello spazio, delle relazioni e della molteplicità.

Da anni, un po’ per lavoro e un po’ per passione, coltivo due interessi: l’Africa e il Piemonte meridionale. Spesso, come in questi ultimi mesi, questi due paesaggi mi tengono occupata in modo parallelo. Il Kenya (dove ho condotto le mie ricerche) e le colline della provincia cuneese (dove abito e lavoro) sono due spazi che mi interrogano sulla mia identità e sulle mie appartenenze. I «ritmi» e le «atmosfere», così come De Boeck ha descritto la la «misticità» che permea gli spazi urbani africani e la loro atmosfera sincopata, sospesa, inattesa ed eccessiva allo stesso tempo (De Boeck 2015), riguardano la relazione profonda che, sin dalla nascita, instauriamo con i luoghi.