Smarrire la strada

Appena il tempo di rispondere e colgo immediatamente una nota di allarme nella voce della mia amica e collega all’altro capo del filo: senza troppe premesse e in maniera piuttosto concitata, come chi ha bisogno di condividere uno spinoso grattacapo, mi riferisce che una delle “ospiti” del centro dove lavora negli ultimi giorni ha dato segnali di una confusione mentale impossibile da imputare solamente allo stress del viaggio recente e dell’arrivo in un contesto per lei del tutto alieno.

Quella parola, “ospite”, così come le altre che con essa sembrano formare la corolla di un fiore delicato e gentile – “beneficiari”, “accoglienza”, “asilo”, ecc…-, mi lascia sempre in bocca il retrogusto amaro di una verità non detta. E mi richiama automaticamente alla mente quell’altra parola, così tagliente e impregnata di echi storici per noi dolorosi, con la quale gli abitanti dei centri di accoglienza definiscono testardamente gli spazi dove languono le loro esistenze bloccate: “campi”… Anche il linguaggio è un terreno in cui si consuma una lotta estenuante di potere, innanzi tutto il potere di dire la propria verità. Mentre penso a questo, la collega mi riferisce per sommi capi la vicenda di O., una delle pochissime donne arrivate a Biella ed alloggiate presso strutture di accoglienza straordinaria. L’unica cosa certa è che non esiste niente di certo su questa giovane poco incline alle confidenze e dallo sguardo impenetrabile: quando si parla di lei, è tutto un susseguirsi di “forse”, “crediamo”, “ha detto che..”. Ancora una volta, il linguaggio rivela più di quanto si vorrebbe: un procedere a tentoni, nel buio, su un terreno scivoloso e irto di accidenti. O. è un mistero fitto e lo rimarrà fino alla fine, una parete liscia e senza appigli contro cui si infrangeranno tutti i tentativi di capire, di ricostruire e anche di intervenire in suo favore in maniera efficace.

SESSO-OSSESSO (anche quando omesso)

Foto: Gigi Piana |ricerca_d_identità|

La sessualità dei migranti nel dispositivo della migrazione

Inizierò con una domanda. Una domanda del tutto sincera, priva di qualsiasi retorica, e che dunque resta sospesa, in attesa desiderante se non proprio di una risposta definitiva, quantomeno di un’interlocuzione: è possibile parlare oggi di un emergente “dispositivo della migrazione”? E’ possibile che questo sia uno di quei dispositivi che qualifica l'”attuale”, definito da Deleuze (2007) nei termini di “ciò che stiamo diventando, cioè l’Altro, il nostro divenir-altro”?

In attesa che qualcuno mi dia il suo parere in merito, così, a mo’ di divertissment intellettuale, fingerò per un attimo che il quesito sia una pacifica affermazione, che sia cioè appurato e riconosciuto che sì, esiste un “dispositivo della migrazione”, nell’accezione peculiare che Foucault conferisce al termine, ossia, lo ricordiamo, “un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche”.

Il gioco degli specchi

Dove niente è ciò che appare

È il crepuscolo del giorno di Tabaski 2014, il che significa, per i richiedenti asilo arrivati in Settembre, la prima “festa del montone” in terra italiana. Nel cortile del centro, musulmani e cristiani senza troppe distinzioni si avvicendano alla griglia dove, fino a pomeriggio inoltrato, arrostisce la carne di capra halal comprata per l’occasione in una macelleria islamica; seguono abbozzi di balli e timidi tentativi di musica, con il sottofondo grave e ritmato del djembé che, sulla panchina in fondo al cortile, I. non si stanca di suonare, ora da solo, ora incalzato da gruppi a geometrie variabili che ininterrottamente si formano e si disfano intorno al centro gravitazionale del suo strumento.

La mente migrante e il migrante che mente

Seduto con le spalle un po’ curve in punta di sedia, nell’accettazione del Centro di Salute Mentale di una sonnolenta città di provincia, M. risponde alle solite domande che l’infermiera gentile gli rivolge allo scopo di compilare l’ennesima cartella clinica: nome e cognome – come sempre finiscono per essere invertiti e con qualche piccolo errore di trascrizione…poco male, i servizi l’hanno già “ribattezzato” molte volte da che è in Italia -, data di nascita – presunta -, luogo di nascita – “basta lo Stato di provenienza…già è molto se conosciamo quello!” -, tipo di permesso di soggiorno – umanitario per motivi di salute – , età – a spanne -, stato civile, numero di figli –“Ah tre!Davvero? Così giovane e già tre figli!”.