Oasi – Lettere dal deserto di Gibson

Il popolo Ngaanyatjarra ha per lungo tempo abitato una fra le zone del pianeta più inospitali all’uomo e lo ha fatto con risultati a dir poco sorprendenti. Uno degli elementi essenziali a questo successo è stato senz’altro la mobilità, l’essere semi-nomadi, lo spostarsi regolarmente seppur (o a maggior ragione) mantenendo un forte attaccamento e legame alla propria terra.

Questa tendenza alla mobilità caratterizza ancora oggi i gruppi di quest’area, che in varie misure si spostano regolarmente, nonostante le avversità ambientali e le difficoltà economiche, mostrando uno scarso attaccamento ai beni materiali e allo stile di vita sedentario. Per esempio: dopo un lutto si abbandona la propria abitazione e ci si stabilisce in una nuova; ci si sposta dalla comunità alla città e viceversa per ragioni amministrative, di salute, di svago, ecc. (a volte non si fa ritorno alla comunità per settimane o mesi); o semplicemente si va a caccia e si campeggia nel bush (steppa o deserto) per qualche giorno. In tutto ciò ci si lascia alle spalle ogni cosa che non sia indispensabile all’occorrenza, al viaggio, nell’immediato. Molti oggetti vengono smarriti e spesso si fa rientro con veicoli, equipaggiamento e strumenti differenti. Fino a non molto tempo fa, gli spostamenti erano più complessi e faticosi rispetto al presente. La mobilità seguiva traiettorie ben precise, funzionali alla vita sociale e molto delicate in termini di sopravvivenza. Queste vie non erano percorse dagli Yultju (automobili, generalmente Toyota 4×4), ma camminando.

Ad ogni modo, c’è un requisito fondamentale che entrambi i tipi di spostamento, moderni o del passato, richiedono in funzione delle lunghe tratte che caratterizzano i percorsi attraverso il deserto di Gibson: il rifornimento costante di acqua. Uno Yultju che viaggia nel bush è obbligato a portare con sé una tanica d’acqua di emergenza da almeno 20 litri, e idealmente 2L di scorta per passeggiero al giorno. In modo simile, le tratte percorse a piedi per spostarsi di paese in paese prevedevano al tempo tappe costanti presso vari tipi di sorgenti d’acqua che in Australia oggi vengono chiamate rockholes (solchi nella roccia), soaks (stagni), o claypans (strati argillosi). Gli aborigeni di lingua Ngaanyatjarra definiscono generalmente le varie sorgenti con il termine generico kapi (acqua) e talvolta tjurnu se si tratta di uno stagno o pirkily se di uno strato argilloso. Tuttavia il dizionario Ngaanyatjarra e altri studi linguistici hanno individuato numerose varianti in funzione al tipo di sorgente.

Custodi tradizionali mostrano un rockhole a circa 50km NE di Warburton (WA)

I rockholes sono le più comuni e allo stesso tempo spettacolari sorgenti d’acqua presenti in quest’area. Sono particolari formazioni rocciose createsi attraverso processi di erosione. Un soak è solitamente una piccola area in cui l’acqua si raccoglie grazie alle caratteristiche morfologiche del territorio circostante che consentono un catchment (raccolta appunto, o presa) naturale. Una volta radunatasi l’acqua tende ad assorbirsi abbastanza in fretta. Questo tipo di conformazione, se associata con un suolo particolarmente permeabile fa si che l’acqua si accumuli nel sottosuolo e possa venire estratta all’occorrenza. Un claypan è uno strato argilloso che generalmente si forma dall’esondazione di un corso d’acqua il quale, trasportando con sé materiale argilloso, crea un deposito che una volta asciugatosi funge da contenitore per i successivi apporti di acqua.

Alle definizioni scientifiche, si accostano poi quelle locali. Come si sono originate queste sorgenti nella mitologia Ngaanyatjarra? Che ruolo hanno avuto in passato? Che significato hanno oggi?

Come ogni altra risorsa che si rivela essenziale nella vita quotidiana degli Yarnangu, l’acqua fu portata al tempo del sogno da un antenato mitico che ha attraverso la terra cantando e depositando questi beni lungo il suo cammino. Gli antenati in questo caso sono in realtà due, watersnakes (due serpenti d’acqua). Essi hanno dato forma ai vari tipi di sorgenti, viaggiando – e qui ritorna il concetto di mobilità, sottoterra o volando nel cielo supportati dai rainmakers (danzatori della pioggia). Gli watersnakes sono tuttora presenti in molte sorgenti e vanno protetti e rispettati perché hanno grande valore dal punto di vista culturale ed un impatto significativo sulla vita sociale dei locali.

Tuttavia, non tutte le sorgenti sono sacre. In passato, nei periodi di pioggia la popolazione Ngaanyatjarra aveva accesso a una discreta quantità di risorse e le famiglie potevano permettersi di dividersi in piccoli nuclei, sparpagliarsi su un territorio molto vasto e raggiungere zone ricche di sorgenti che non erano comunemente accessibili. Queste sorgenti erano associate a periodi di abbondanza e pertanto non assumevano un significato particolare. Durante i periodi di siccità invece, i nuclei familiari si ricomponevano e si raggruppavano intorno a poche, affidabili sorgenti. Tali sorgenti erano dunque di grande rilevanza sia in termini di sopravvivenza, sia di conseguenza come fonte di aggregazione sociale. In oltre, esse hanno sempre rappresentato una risorsa fondamentale per la fauna locale (in particolare dingo, kangaroo, zebra finches). Oggi le sorgenti non sono più essenziali dal punto di vista della sussistenza degli Yarnangu, ma rimangono un punto fermo nel pensiero religioso, nella regolazione dei rapporti sociali e in generale nella complessa struttura cosmologica Ngaanyatjarra.

La stagione umida o della pioggia è il periodo ideale per la manutenzione e salvaguardia delle sorgenti. In realtà, sembrerebbe che la tradizione voglia che non si pratichino particolari operazioni manuali su di esse (si scava solo quando è necessario, per approvigionamento). Purtroppo però, l’ecosistema del deserto di Gibson ha subito diversi traumi negli ultimi centocinquant’anni e la conservazione del patrimonio ambientale è a rischio sotto molti aspetti. Per quanto riguarda l’acqua, ciò che oggi ne compromette il mantenimento e la potabilità, è la presenza dei cammelli dromedari. Importati dall’Afghanistan a partire dalla metà dell’ottocento per favorire gli spostamenti attraverso il deserto, questi grandi mammiferi furono letteralmente abbandonati dai cammellieri dell’epoca quando il loro ruolo nel sistema dei trasporti fu soppiantato dall’avvento dell’industria ferroviaria. L’adattamento dei dromedari al continente australiano però non sorprende affatto. Nei periodi di siccità, il dromedario è attratto dalle fonti d’acqua che inevitabilmente contamina e, in presenza di larghi rockhole, cade nei solchi senza riuscire ad a uscire trovando infine in questi ultimi la morte.

Ranger effettua la pulizia di un rockhole dopo il ritrovamento di resti di uno o forse più cammelli al suo interno

Oggi i ranger locali non solo hanno il compito di preservare la memoria ed il patrimonio culturale che si racchiude intorno a queste fonti d’acqua e lungo i percorsi che le connettono. Il loro lavoro e anche quello di mantenere le sorgenti intatte da un punto di vista ecologico ed ambientale. Il lavoro non è affatto semplice viste le distanze che bisogna coprire con l’equipaggiamento atto alla manutenzione. Spesso bastano guanti, pale, secchielli e cariole, ma talvolta occorre munirsi di generatori, pompe drenanti e carburante. Allo stesso tempo, viene messa in pratica una forma di controllo delle specie che minacciano la flora e la fauna locale ed i cammelli, assieme ai gatti ed alle volpi introdotti dai coloni, fanno parte di questa categoria. Supportati da gruppi di esperti, i ranger si occupano così anche di abbattimento e talvolta consumo e commercio della carne di cammello.

Grazie a questo tipo di attività, i ranger assieme ai proprietari tradizionali che li guidano hanno l’opportunità di prendersi cura delle proprie terre ed allo stesso tempo soddisfare le aspirazioni governative di conservazione ambientale in aree remote della nazione. É estremamente gratificante poter assisstere alle pratiche attraverso le quali i ranger si prendono cura della propria terra ed allo stesso tempo acquisiscono pian piano familiarità con ciò che noi, whitefellas, chiamiamo il mondo del lavoro.

(Foto di Alessandro Ramasco)

Comments (2)

  1. Ciao Alessandro, sono Irene Belloni, ti ricordi che andavamo a scuola assieme a Campiglia? Volevo farti i complimenti per lo straordinario lavoro di ricerca. Sono Anch’io Appassionata di antropologia e da molti anni mi occupo di una ricerca a livello storico, simbolico ed ESOTERICO, tenendo conferenze e scrivendo libri. Da due anni mi occupo di affrontare il simbolo del serpente in tutte le culture. So che Anche in Australia si parla del Serpente, definendolo Arcobaleno, ma non avevo mai sentito parlare dei watersnakes. Sapresti dirmi di Più? Sono delle divinità tutelari simili ai naga Indiani? Ti ringrazio di cuore e ti faccio i miei migliori auguri

    • Alessandro Ramasco

      Ciao irene,

      certamente mi ricordo, bei tempi. Grazie del messaggio, sembra interessante cio di cui ti occupi, complimenti.

      e corretto cio che hai scritto, il serpente e una delle figure piu popolari nella cultura indigena australiana – come lo e d’altronde a livello ecologico. In questa parte dell’australia si parla di watersnakes ma in realta la “traccia/sogno” e la stessa ed e condivisa da moltissime popolazioni in tutto il continente (in alcune occasioni alcuni miei informatori lo hanno definito anche qui arcobaleno). in quest’area alternano la forma animale con quella umana (maschi) e sono generalmente associati con l’acqua. viaggiano spesso sottoterra, ma anche in cielo in forma di pioggia con supporto di danze e riti propiziatori. i racconti non sono molto accessibili per chi non sia stato iniziato ed essendo l’acqua una risorsa molto delicata nel deserto ed il serpente un animale schivo ma anche molto pericoloso, generalmente non ne si parla apertamente.

      saluti, alex

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