Fenice – Lettere dal deserto di Gibson

Nelle terre Ngaanyatjarra è da poco terminata la stagione degli incendi controllati. Inizia a fare molto caldo ed il tasso di umidità rasenta lo zero. Diventa sempre più semplice appiccare un fuoco quanto più complicato estinguerlo.

Io ho goduto solo in parte dell’esperienza di questa attività stagionale, in quanto sono entrato da poco a far parte del gruppo dei bush rangers. Spero di rifarmi l’anno prossimo. Tuttavia ho speso abbastanza tempo “out bush” (fuori, nel deserto) durante questa particolare fase del programma Working on Country per iniziare a comprenderne la portata.

Per gli/le Yarnangu (umani/persone) il fuoco è da sempre una risorsa fondamentale. Esso è stato ed in parte è ancora usato seguendo i metodi tradizionali. Riveste diverse funzioni come comunicazione, caccia, cucina, cerimonie ed eventi culturali, riscaldamento, pulizia e rigenerazione del terreno. Come l’acqua ed il vento, in circostanze particolari è considerato giungere dal Tempo del Sogno (vedi gli articoli precedenti: “Chatwin, i canti e le vie”) e quindi sacro. Inoltre l’azione del fuoco non spaventa. Non è percepita come una forza distruttiva, bensì come un processo di rinascita del paesaggio animale e vegetale.

La pratica degli incendi controllati è un’attività complessa. La maggior parte del combustibile naturale in quest’area è rappresentato dalla bufflegrass (Cenchrus ciliaris) e dalla spinifex (Triodea), arbusti molto diffusi ma che richiedono un periodo relativamente lungo per raggiungere dimensioni ed estensione adatti ad un incendio di ampia portata

Buffle grass (Cenchrus ciliaris)

Spinifex (Triodia)

Fattori come le piogge, il tipo di suolo, i venti e le temperature stagionali sono variabili altrettanto rilevanti. Saper dove e quando bruciare richiede quindi un livello di consapevolezza e conoscenza dell’ambiente circostante assai elevato. 

L’attività di fuoco controllato è finanziata e supervisionata dal governo federale e data in gestione ai proprietari delle terre i quali, tramite il supporto delle organizzazioni locali, hanno il diritto ed il dovere (in rispetto della legge aborigena) di operare il controllo del fuoco secondo metodi e tecniche tradizionali. Ciò include oggi principalmente incendi a scopo di caccia e rigenerazione delle risorse terriere. Proprio qualche giorno fa Mr. Smith, dopo esserci fatti sfuggire un canguro durante la battuta di caccia, mi ha detto: “bruciamo qui. Tra poco arriveranno le piogge, l’erba ricrescerà in fretta e Mallu (red kangaroo) tornerà per nutrirsi. Allora sarà più facile acciuffarlo”.

L’organizzazione di cui faccio parte, Ngaanyatjarra Council Aboriginal Corporation, fornisce assistenza durante questo tipo di operazioni: i ranger ed i proprietari tradizionali vengono accompagnati nelle terre circostanti la comunità di Warburton, con veicoli equipaggiati e sicuri; vengono garantiti i mezzi per la gestione del fuoco (talvolta per appiccare un fuoco sono sufficienti fiammiferi antivento); i punti di appiccaggio ed estensione degli incendi vengono registrati rispettivamente tramite GPS ed immagini satellitari (e talvolta sopralluoghi aerei); infine tramite i dati raccolti, al termine dell’anno fiscale vengono prodotti dei rapporti che sono poi inviati all’ente competente per dar prova del lavoro svolto.

L’elemento di maggior virtù del progetto, nonché uno dei suoi obiettivi finali, è indubbiamente il compimento di un’attività squisitamente culturale: la possibilità di dare continuità e senso alla relazione tra gli Yarnangu e la propria terra, attraverso pratiche che hanno una concreta ricaduta sul territorio. Non ci si stanca mai di vedere la soddisfazione negli occhi di coloro che, bruciando, stanno allo stesso tempo forgiando e saldando il legame con la propria cultura.

Un pensiero va inevitabilmente alla mia terra ed ai miei fratelli Piemontesi, con la speranza che dopo questo duro passaggio attraverso la siccità e le fiamme, dalle ceneri possa rinascere una società più forte e consapevole, in grado di fare le scelte adatte per gestire al meglio il proprio ambiente e, perchè no, danzare per portare un po’ di pioggia.

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