Chatwin, i canti e le vie – Prima Parte

Comunità e fratellanza: pensare la terra attraverso una parentela spirituale “senza limiti”

Prima parte

Certamente avrete sentito parlare di Bruce Chatwin e del suo popolarissimo scritto Le Vie dei Canti. Di seguito potrete trovare alcuni estratti del libro, arricchiti da altre fonti e alcune riflessioni personali sviluppate durante il mio percorso di studi. Il tutto al fine di dare un rapido sguardo ad uno degli elementi più suggestivi riguardanti i popoli dell’Australia indigena: il legame con la terra.

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In ogni buon estratto “classico” di antropologia, per spiegare un qualsivoglia concetto è (quasi) sempre necessario partire dalla struttura della Parentela . Di primo acchito, i meno esperti penseranno «che noia!», io sostengo il contrario. A mio avviso, se si vuole comprendere il concetto di proprietà terriera nella realtà storico-culturale degli aborigeni australiani, questa breve analisi si fa essenziale.

La famiglia aborigena è composta da un uomo, dalle sue mogli e dalla loro prole. Due o più famiglie formano un gruppo che possiede e dispone di un determinato territorio di caccia e raccolta. Ogni gruppo appartiene a un clan, che celebra i propri riti nei luoghi sacri del territorio. Nei riti i partecipanti reincarnano mitici antenati e drammatizzano le loro gesta. I gruppi che parlano la stessa lingua costituiscono una tribù  o forse, più precisamente, un popolo. Un popolo è legato da lingua e costumi ma non obbedisce a nessun potere centrale. La maggior parte dei popoli è suddivisa in metà distinte che, a loro volta, possono essere divise in altre metà , di solito a loro volta suddivise in ulteriori metà. Un uomo appartenente a una metà deve sempre prendere moglie nell’altra metà, sotto-metà e sotto-sotto-metà. Ogni bambino nasce all’interno di un complicato sistema di parentela che è al di sopra sia del gruppo sia del popolo. Tutti sanno come ognuno sia imparentato con gli altri e quali diritti e doveri ciò comporti.

Il principio basilare è la fratellanza. Un uomo e i suoi fratelli sono classificati insieme e così pure una donna e le sue sorelle. Quello che noi chiamiamo «zio», gli aborigeni lo chiamano «padre». Le sorelle della madre sono chiamate «madre», i cugini «fratello» o «sorella».

Un secondo principio importante è che i parenti acquisiti vengono trattati come parenti naturali. La moglie di ogni uomo che chiamano «padre» la chiamo «madre», benché non mi abbia generato e in origine appartenesse addirittura a tutt’altra stirpe. Il marito di una donna che chiamo «madre» diventa allo tesso modo mio «padre». Posso, quindi, avere un numero infinito di madri e di padri, che chiamerò tali, e che a loro volta possono avere innumerevoli madri e padri, che chiamerò tutti «nonna» e «nonno».

Il terzo principio è che entrambi i principi precedenti si applicano senza limiti. Essi non cessano di valere al di fuori del gruppo o del popolo. La parentela demolisce tutti i confini, di modo che ogni aborigeno è in qualche modo imparentato con tutti gli altri. Il che, prima dell’invasione bianca, comportava che ogni essere umano in qualche modo fosse imparentato con ogni altro essere umano, e di conseguenza avesse il diritto di essere trattato come «padre», «madre» o altro parente stretto.

Il sistema aveva come logica conseguenza che le relazioni della famiglia metaforicamente si estendessero a tutta la stirpe, a tutto il popolo, in un certo senso a tutto il prossimo. Non era forse una sorta di stato sociale (e in tal caso uno stato sociale senza confini che univa i parenti di tutte le terre) quello che gli aborigeni cercavano di creare nei deserti dell’Australia? (Sven Lindqvist, Terra di Nessuno, Ponte alle Grazie, Milano, 2005, p.109)

Ora, qual è il nesso fra questo così (ai nostri occhi) bizzarro sistema di parentela “spirituale”  e la gestione della proprietà terriera fra gli indigeni Australiani? Ebbene, sembrerebbe che questi particolari legami parentali rispecchino perfettamente i criteri con i quali anche la terra era gestita ed organizzata. Tali criteri sono supportati da un principio di comunità e fratellanza. Le generazioni che succedevano agli anziani erano di grande importanza per il mantenimento di una identità territoriale.

I primi viaggiatori riferirono che gli aborigeni non collegavano il rapporto sessuale al concepimento. Naturalmente questa era un’assurdità: un uomo sapeva benissimo chi era suo padre. Tuttavia esisteva, in aggiunta, una sorta di paternità parallela che legava la sua anima ad un punto particolare del paesaggio.

Si credeva che ogni antenato (mitico), mentre percorreva il paese cantando, avesse lasciato sulle proprie orme una scia di “cellule della vita”, o “bambini spirito”. […] Si pensava che il canto fosse sospeso sul terreno sotto forma di un’ininterrotta catena di distici: uno ogni due passi dell’antenato, ciascuno composto dai nomi che egli “buttava fuori” mentre camminava. Un nome a destra e uno a sinistra. Bisognava immaginare una donna già in cinta che va a fare il suo giro quotidiano in cerca di cibo. D’improvviso, pesta un distico e il bambino-spirito salta su, passa per l’unghia dell’alluce e sale nella vagina, o entra in un callo aperto del piede e si installa nel grembo dove feconda il feto con il canto. Il primo calcio del bambino corrisponde al momento del concepimento da parte dello spirito. Allora la futura madre contrassegna il luogo e va di corsa a cercare gli anziani, i quali interpretano la configurazione del terreno e stabiliscono quale antenato percorse quella via, e quali strofe saranno proprietà privata del bambino. Gli riservano un “luogo di concepimento” che coincide con il punto più vicino della Via del Canto. (Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, gli Adelphi, Milano, 1995, p.85)

Esistono specifici collegamenti tra ogni persona e una vasta gamma di esseri mitici e, attraverso essi, specifici connessioni tra le persone e la terra. Prima di nascere, il feto è animato da uno spirito il quale respira all’interno di esso e lo rende umano: questo spirito deriva direttamente da una delle essenze mitiche, la quale continua ad esistere, spiritualmente, legata ad un particolare luogo. Il vero fatto di questa essenza spirituale è che il bambino che nasce non è soltanto una manifestazione di un mitico antenato, ma ha anche un legame vero, diretto e significativo con il luogo (e la terra) associato a quell’essenza mitica. Esiste un vero e proprio sistema di norme sociali non facile da interpretare, ricamato ed avvolto all’interno di un insieme complesso di pratiche rituali e convenzioni. Tra le pratiche tradizionali più popolari legate al discorso “uomo-terra”, le più importanti sono proprio quelle relative alla “creazione” da parte dei Mythic Beings – antenati mitici, al Dreamtime – il Tempo del Sogno e della Creazione, e ai luoghi contrassegnati e identificabili attraverso un ampio complesso di strofe e note musicali (canzoni, o canti). Queste pratiche sono rappresentative di un codice normativo a cui i primi coloni bianchi non furono in grado (oppure non vollero) dare un’interpretazione.

Si credeva che ogni antenato totemico, nel suo viaggio per tutto il paese, avesse sparso sulle proprie orme una scia di parole e di note musicali, e che queste “Piste del Sogno” fossero rimaste sulla terra come “vie” di comunicazione fra le tribù più lontane. Un canto faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, si sapeva sempre trovare la strada. Un uomo in walkabout (in cammino nell’entroterra) si spostava seguendo sempre una Via del Canto. […] Se l’uomo deviava dalla sua via, sconfinava. La trasgressione poteva costargli un colpo di lancia. E finché restava sulla pista, invece, trovava sempre persone con il suo stesso Sogno, che erano di fatto suoi fratelli, dai quali poteva aspettarsi ospitalità, e viceversa. L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Forse il modo migliore di capire le Vie dei Canti era di pensare a un piatto di spaghetti ciascuno dei quali è un verso di tante Iliadi e Odissee, un intrico di percorsi dove ogni “episodio” è leggibile in termini geologici. Con “episodio” si intende luogo sacro. Ovunque nel bush puoi indicare un elemento del paesaggio e domandare all’aborigeno che è con te: “Che storia c’è là?” oppure: “Chi è quello?”. E lui probabilmente ti risponderà: “Canguro” o “Budgerigar” o “Lucertola”, secondo l’antenato che passò di lì. Gli antenati, che avevano creato il mondo cantandolo, erano stati poeti nel significato originario di poiesis, e cioè ‘creazione’. La vita religiosa di ognuno di essi aveva un unico scopo: conservare la terra com’era e come doveva essere. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo antenato. Cantava le strofe dell’antenato senza cambiare una parola né una nota, e così ricreava il creato. Gli aborigeni non credevano all’esistenza del paese finché non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, al tempo del Sogno, il paese non era esistito finché gli antenati non lo avevano cantato (Bruce Chatwin, op.cit. p.25).

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