Vie e percorsi. La terra come luogo dei sogni

Seconda parte – Leggi la prima parte.

Seguendo le tracce dell’opera”Le Vie dei Canti” di Bruce Chatwin continuiamo la nostra indagine del legame dei popoli dell’Australia indigena con la terra.

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L’imperialismo britannico si era posto, o meglio imposto, in modo tale da non dover far fronte ai metodi tradizionali di proprietà e utilizzo della terra da parte dei nativi, accecato in parte dal valore redditizio delle risorse terrene, in parte dall’etnocentricità del pensiero di fine Settecento. Ma, da un punto di vista relativistico, nulla era più affascinante di un modo così diverso di concepire e organizzare la terra e le sue risorse. L’organizzazione sociale delle terre, oltre ad essere originale, possedeva anche una sua coerenza interna. Antenati mitici e riti quali i canti o l’assegnazione di una parentela spirituale rappresentavano le caratteristiche sociali di ogni gruppo, ed erano funzionali alle loro necessità terrene. Prima fra tutte, lo scambio di risorse su lunghe tratte o in base al periodo stagionale, in relazione al canto o allo spirito di appartenenza.

Gli aborigeni avevano ed hanno ancora oggi una visione speciale del loro ambiente naturale. Essi avevano intima familiarità con ogni cosa presente all’interno di esso e la vita che conducevano imponeva loro di essere a conoscenza di ognuno di questi dettagli. Credevano anche di condividere la stessa essenza vitale con ogni elemento o specie naturale presente all’interno del loro ambiente:

Il loro mondo sociale era espanso in modo tale da includere il mondo naturale. Viceversa, il loro mondo naturale era umanizzato (Ronald M. And Catherine H. Berndt, The world of the First Australians, Aboriginal and Traditional Life: Past and Present, Aboriginal Studies Press, Canberra, 1992, p.136)

Questa visione era espressa attraverso il concetto di Sogno. The Great Mythic Beings of Dreaming – l’epoca del Sogno e della Creazione, stabiliva la formazione di un’esistenza umana socio-culturale. Gli antenati dell’epoca del Sogno e della Creazione prestavano attenzione al loro ambiente e, in alcuni casi, erano responsabili della sua formazione. Essi crearono la specie umana ed altre specie naturali e le fecero risiedere in determinati ambienti. Gli antenati mitici erano associati a territori ed a vie o tracce mitiche, ed in alcuni casi si strasformavano in luoghi dove i loro spiriti sarebbero rimasti; oppure tali luoghi venivano abbandonati in modo tale da commemorare la loro erranza (anche se in qualche caso parte della loro sostanza spirituale permaneva comunque nel luogo).

Tutta la terra era ed è tuttora cosparsa di segni. Gli aborigeni crearono un “significato” duraturo nel tempo. Essi considerano il loro spirito sopravvissuto e conservato così com’era in passato. La loro essenza è dunque eterna. Ma c’è di più. Tutto ciò non era un mero e sentimentale legame tra individui e divinità, o tra gli individui e la loro terra. Era bensì una relazione sociale e personale, così come lo era la trasversalità religiosa.

Nelle credenze tradizionali, la terra primordiale fu donata. L’epoca della Sogno e della Creazione le diede una forma, la umanizzò:

«gli esseri mitici o antenati, la arricchirono attraverso la loro essenza e le loro azioni. Essi la popolarono, e crearono (o fornirono) tutto ciò che c’è in essa (tutto ciò che è rilevante per la vita umana). Si mossero attraverso le terre, e nel fare ciò istituirono piccoli nuclei di vita» (Ronald M. And Catherine H. Berndt, op.cit. p.137).

Vari siti e particolari caratteristiche geografiche sono importanti punti focali di associazioni spirituali. Non è semplice indicare quali terre, luoghi, etc. sono significativi. Di certo, gli antenati mitici evidenziarono il sacro e lo spirituale. Mitologicamente dimostrati e ritualmente approvati, ognuno di loro era impregnato di un’essenza sacra. Essi vagarono attraverso le terre, da un sito ad un altro, da una fonte d’acqua ad un’altra, e così via. Questi luoghi sono nominati e commemorati come punti chiave in termini socio-religiosi ed economici. La terra tra un sito sacro ed un altro, o intorno ad essi, è altrettanto significativa, tanto che in molti dei grandi cicli mitico-rituali la preoccupazione è per la terra e per la sua fertilizzazione.

In sintesi:

  • ovunque nell’Australia aborigena, la terra è stata/è un dono. Era/è una terra sacra messa in rilievo da luoghi dal significato particolare e di importanza spirituale;
  • la terra era/è inalienabile ed il suo brevetto o statuto di creazione appartiene al Sogno; l’uomo (aborigeno) aveva/ha un’incontrovertibile diritto al possesso della terra; una connessione spirituale esisteva/esiste tra l’individuo (aborigeno) ed un luogo specifico (o parte di una terra) in virtù della sua nascita. Questo è più di una associazione ad un pezzo di terra. Significa piuttosto che la terra è la persona (aborigena) stessa in termini spirituali. Non può essere scissa da lui/lei, neanche dalla morte visto che tale concetto vale per entrambe le generazioni – passate e presenti. Inoltre, la parte spirituale dell’uomo/terra è considerata eterna. Essa con la morte torna in circolo attraverso all’essenza mitica alla quale fa capo o, più in generale, alla sfera associata ad un insieme di antenati mitici.

Fino ad ora abbiamo parlato di discendenze mitiche e di canti che percorrono tratte antiche e tradizionali. Ma cosa c’è dietro a questi costumi? Quali sono le vere funzioni di queste pratiche simboliche? Qui la scienza antropologica entra in gioco per aiutarci a definire meglio le necessità sociali dei nativi australiani legate al territorio. I bianchi commettevano comunemente l’errore di pensare che gli aborigeni, non essendo stanziali, non avessero nessun sistema che regolasse il possesso della terra. Vedevano nei riti e nelle credenze un insieme di pratiche pagane senza significato. Era una sciocchezza. La verità è che gli aborigeni non pensavano il territorio in termini di aree definite da confini/frontiere ma, piuttosto, come un reticolato di vie o percorsi:

Tutte le parole che si utilizzano per “paese” sono le stesse che si utilizzano per “via”. Il perché si spiega facilmente. Gran parte dell’outback australiano era costituito da aride distese di arbusti o da deserto sabbioso; le precipitazioni erano sempre irregolari ed a un anno di abbondanza potevano seguire sette anni di carestia. In un paesaggio simile, muoversi voleva dire sopravvivere, mentre rimanere nello stesso posto voleva dire suicidarsi. Il “paese natale” di un uomo era definito “il posto in cui non dovevo chiedere”. Però sentirsi “a casa” in quel paese dipendeva dalla possibilità di lasciarlo. Ognuno sperava di avere almeno quattro “vie d’uscita” da seguire in tempo di crisi. Ogni tribù, volente o nolente, doveva intrattenere rapporti con i suoi vicini. […] C’erano regole formali per lo scambio di prodotti, e itinerari formali per metterlo in pratica. Quello che i bianchi chiamavano walkabout era in pratica una specie di telegrafo del bush con servizio di Borsa, che diffondeva messaggi tra popoli che non si vedevano mai e che avrebbero potuto ignorare l’esistenza degli altri. Questo commercio non era il commercio che conoscono gli europei. Le ‘merci’ non dovevano essere necessariamente commestibili, né utili. Dovevano piuttosto essere considerate fiches di un gioco gigantesco, di cui il tavolo era il continente intero e i giocatori tutti i suoi abitanti. Le merci simboleggiavano intenzioni: commerciare ancora, incontrarsi di nuovo, stabilire frontiere, combinare matrimoni, cantare, danzare, condividere risorse e condividere idee. […] L’itinerario di scambi è la Via del Canto. Perché sono i canti, non gli oggetti, il principale strumento di scambio. Il baratto degli oggetti è la conseguenza secondaria del baratto dei canti. (Bruce Chatwin, op.cit. p.80).

Prima dell’arrivo dei bianchi, in Australia, nessuno era senza terra poiché tutti, uomini e donne, ereditavano in proprietà esclusiva un pezzo del canto dell’antenato e la striscia di terra su cui esso passava. I versi erano come titoli di proprietà che comprovavano il possesso del territorio. Si poteva prestarli a qualcuno e in cambio si poteva farsene prestare degli altri. L’unica cosa che non si poteva fare era venderli o sbarazzarsene. Se, per esempio, gli anziani di un determinato clan decidevano che era tempo di cantare il loro ciclo di canti dall’inizio alla fine, inviavano messaggi lungo queste vie e convocavano nel Gran Posto i proprietari dei canti. I “proprietari” cantavano le strofe del loro pezzo di orme dell’antenato. Un “Gran Posto”, ovunque fosse, era il punto d’incontro di altri Sogni. Qui si svolgevano i corroboree (riti di interazione con il Dreamtime), nei quali partecipavano clan totemici diversi, appartenenti a varie tribù per scambiarsi canti, danze e concedersi “diritti di passaggio” reciproci. Inoltre, i canti erano ritmicamente strutturati in modo tale che solo se appresi ed eseguiti correttamente avrebbero condotto ai luoghi ed alle risorse desiderate. Mappavano, per così dire, il territorio. Apprendere la conoscenza rituale dei canti significava dunque che l’individuo stava ampliando la sua rete di conoscenze sociali ed territoriali, e quindi di opportunità di scambi commerciali e relazionali.

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