Dove niente è ciò che appare

È il crepuscolo del giorno di Tabaski 2014, il che significa, per i richiedenti asilo arrivati in Settembre, la prima “festa del montone” in terra italiana. Nel cortile del centro, musulmani e cristiani senza troppe distinzioni si avvicendano alla griglia dove, fino a pomeriggio inoltrato, arrostisce la carne di capra halal comprata per l’occasione in una macelleria islamica; seguono abbozzi di balli e timidi tentativi di musica, con il sottofondo grave e ritmato del djembé che, sulla panchina in fondo al cortile, I. non si stanca di suonare, ora da solo, ora incalzato da gruppi a geometrie variabili che ininterrottamente si formano e si disfano intorno al centro gravitazionale del suo strumento.

È stata una giornata di sole e temperature miti, come talvolta ce ne sono da queste parti in Ottobre, e l’atmosfera tutto sommato distesa e allegra della festa ha sospeso per qualche ora il normale fluire del tempo, che nei centri di accoglienza scorre denso e faticoso come un liquido che si ingorga nel collo troppo stretto di una bottiglia. Scende la sera ed attorno al piccolo fuoco al centro dello spiazzo antistante la struttura si forma un cerchio di sedie. I., impassibile, continua a battere la pelle tesa del suo tamburo, mentre gli altri chiacchierano, lasciando che l’ultima risacca di questa buona giornata lasci il posto al torpore della notte. È a quel punto che J. si stacca dal gruppo e si avvicina a me con circospezione. Sono trascorse appena 3 settimane dal suo sbarco in Sicilia, ancora ci conosciamo poco: i nostri scambi fino ad ora si sono limitati a cortesi ma piuttosto generici scambi di saluti e ad alcune comunicazioni di servizio. Che non sia un ragazzino lo rivelano i fili bianchi che qua e là gli chiazzano barba e capelli, nonostante J. cerchi meticolosamente di debellarli con pinzette da sopracciglia, radendosi a pelle la testa o, ancora, con strane lozioni che non sempre ottengono l’effetto sperato.

La domanda che mi rivolge a bruciapelo è alquanto inusuale: “Conosci uno psichiatra? Ho bisogno di parlare con uno psichiatra”. Solerte e premurosa, mi affretto a rassicurarlo, a dirgli che sì, certo, ne conosco quanti ne vuole, che posso fissargli un appuntamento quanto prima. Dopodiché, con tutto il tatto e la circospezione che tale richiesta mi impone, gli domando che cosa si senta.

La verità è che quando si ha a che fare con i migranti, e con questo tipo di migranti in particolare, lo spettro del “trauma” è sempre in agguato, ci si aspetta ad ogni angolo di imbattersi nel suo ghigno sinistro. I ragazzi dei centri ci raccontano della traversata del deserto su fuoristrada straripanti di corpi surriscaldati e disidratati, e chi soccombe, lì resta, in qualche punto indefinito di quella sterminata distesa rovente; ci raccontano della Libia, dei bombardamenti, ma anche delle violenze minute e quotidiane di un Paese in decomposizione in cui tutti, anche i ragazzini, possiedono una pistola e la usano; ci parlano anche – poco – delle carceri libiche, ma più spesso si limitano a scuotere la testa, a riferire di condizioni genericamente inumane, e il sipario di silenzio calato su quegli spazi di eccezione e di arbitrio brutale lascia che sia la fantasia ad integrare quello che la parola non può o non sa dire; ci parlano dei ghetti sovraffollati dove aspettano per giorni e settimane di imbarcarsi, del mare notturno color petrolio, dell’avaria del motore, del freddo mai provato, effetto dell’acqua gelida e del terrore di sentirsi sospingere dalle correnti lontano dall’imbarcazione, lontano dai soccorsi, in quello stretto braccio di Mediterraneo che tanti si ostinano a chiamare fiume.

Questi i racconti, e a noi che ascoltiamo viene meno perfino l’immaginazione, se non che ci resta sospesa, come una pulce nell’orecchio che non dà requie, la domanda: “Che fine avrà fatto tutto ciò? Dove sarà defluito?”. Una qualche traccia avrà pur dovuto lasciarla….magari non immediatamente visibile…magari in fondo….molto in fondo…Così cominciamo a scrutare attentamente i loro volti, a studiarne le movenze, cercando di cogliere appena sotto la superficie il guizzo muscolare di quella violenza intrappolata dentro, l’impronta del trauma che assedia dall’interno, tenendo sotto scatto il presente.

E invece nulla: più spesso che no, si resta delusi. Il nostro fiuto da segugi ci spinge su piste morte. Quando J. mi pone questa domanda così diretta e senza premesse, è a questi scenari che corre il pensiero. E invece, anche stavolta, mi sbaglio. J. mi chiede di appartarci ulteriormente, di uscire dal campo visivo del cerchio magico attorno al fuoco, così facciamo qualche passo e svoltiamo l’angolo del centro di accoglienza. Lì, in piedi l’uno davanti all’altro e parecchio imbarazzati, proviamo ad intenderci sulla natura del problema. Con il suo marcato accento, che ancora mi rende difficile la comprensione, mi parla, in maniera vaga e confusa, di un amico di vecchia data incontrato in Libia. A lui J., sull’onda dell’entusiasmo di incontrare un volto noto in quella schiera di facce ostili, fa confidenze molto serie riguardanti alcuni membri della propria famiglia; indiscrezioni, queste, che purtroppo vengono prontamente riferite dall’amico ai diretti interessati. La “fuga di notizie” crea un vero e proprio caso diplomatico dal quale J. non riesce più a scagionarsi. Mi confida che, per quanto provi a mettersi in contatto con la famiglia quasi ogni giorno, nessuno, a parte la madre, sembra essere intenzionato a rispondere ai suoi appelli. Da qui la folgorazione: se lui avesse modo di provare di aver detto quello che ha detto in uno stato di alterazione mentale, forse si mostrerebbero più comprensivi e disposti a scendere a più miti consigli… Ecco a cosa gli serve uno psichiatra, ad avere una perizia che certifichi senza ombra di dubbio che prima era pazzo e che ora non lo è più.

Non di uno psichiatra ha bisogno, ma di un testimone autorevole disposto ad avallare la sua versione dei fatti nel processo in contumacia che la sua stessa famiglia ha allestito contro di lui. È vero, ciò avviene a migliaia di chilometri di distanza da questa sera fredda e dal suo odore pungente di bosco e di foglie marcite… né nondimeno quando c’è di mezzo la famiglia e i suoi drammi, non esiste lontananza che possa metterti davvero al riparo dal suo influsso potente. J. lo sa bene, ha perso il sonno e l’appetito e ora cerca improbabili alleati per la sua difficile battaglia.

Come spesso accade, resto spiazzata e prendo tempo. Escludo che uno psichiatra si presti ad attestare il falso, ma mi impegno ad escogitare una soluzione in tempi brevi.

Questo continuo sforzo di riposizionamento qualifica profondamente il lavoro di frontiera dell’accoglienza. L’altro non lo trovi quasi mai laddove lo stavi aspettando e nemmeno laddove immaginavi che fosse, ma puntualmente un po’ laterale, verso il confine del tuo campo visivo. E allora bisogna fare la fatica di vincere l’inerzia e di mettersi in moto.

Come operatori siamo abituati alla ricerca affannosa delle “prove impossibili” a sostegno delle storie di persecuzione che tutti i richiedenti asilo devono sottoporre al giudizio della Commissione Territoriale, titolata a pronunciarsi sulla credibilità della testimonianza. La narrazione dei diretti interessati quasi mai è sufficiente per ottenere loro un verdetto positivo, e allora si apre una vera e propria battuta di caccia per stanare le prove capaci di rendere verosimili quelle parole su cui pesa una consistente riserva prima ancora che vengano pronunciate. Iniziano così febbrili conversazioni intercontinentali perché chi è rimasto a casa scovi e mandi a qualsiasi prezzo verbali di polizia, cartelle cliniche, atti di nascita e di morte ma anche ritagli di giornale, patenti e libretti di circolazione…qualsiasi cosa che possa offrire un puntello anche minimo al loro fragile racconto. Poi tocca al corpo, passato ad un vaglio scrupolosissimo, esternamente quanto internamente, alla ricerca di un timpano lesionato, di una frattura ancora visibile, di un virus resistente alle cure, di una vecchia cicatrice…Tutto diventa prova, una volta scritto sul foglio dell’ospedale, con la firma del medico legale. Anche J., a suo tempo, si sottoporrà a questo iter.

Quello a cui non siamo abituati, quello che proprio non ci si aspetta, invece, è che uno si trovi ad appellarsi all’autorità medica occidentale per mettersi al riparo dalle accuse e dai risentimenti della famiglia, che, se spesso è il movente per il quale ci si mette in viaggio, può diventare incredibilmente ostile e minacciosa, qualora si insinui il sospetto del tradimento.

Mi ritorna in mente una frase del celebre antropologo Geschiere: “La stregoneria è il volto scuro dell’intimità”. Sono proprio i più vicini, coloro che si aggirano indisturbati nel perimetro stretto della familiarità, a colpire più forte e con maggiore efficacia. E allora bisogna placarli in qualche modo, dimostrare di non aver tradito, o quanto meno, di aver tradito senza intenzione, contro la propria stessa volontà. Una diagnosi clinica prodotta da quel potente feticcio che è la medicina occidentale può servire allo scopo, attribuendo la responsabilità di un gesto ad alterazioni organiche e purificandolo da qualunque velleità sovversiva.

Si vede che J. è in ansia. Non si sarebbe arrischiato a chiedermi una cosa simile, se la situazione non fosse effettivamente preoccupante, dopotutto ci conosciamo ancora molto poco.

Gli dico che nessun medico sarebbe disposto a produrre un documento falso, con una diagnosi inventata, ma che cercherò il modo di aiutarlo.

Mi confronto con un collega: concordiamo sulla necessità e l’urgenza di cogliere l’appello; sappiamo, infatti, che le ansie legate ad una famiglia ostile possono subire escalation rapide e talvolta drammatiche, essendo sempre dietro l’angolo il pericolo di un attacco spirituale transcontinentale. Allo stesso tempo ci interroghiamo sulla maniera. Alla fine, convinti del potere trasformativo e terapeutico dell’arte, optiamo per un atto di creatività. Ci inventiamo un ospedale, un logo, il nome di uno psichiatra, persino un timbro, e ci improvvisiamo dottori, facendo a J. una diagnosi di disturbo post traumatico da stress – esplicitando, in maniera del tutto inverosimile e ridondante la sua incapacità di intendere e di volere – e mettendola nero su bianco sulla finta carta intestata di un fantomatico istituto di cura.

J. appare soddisfatto: scatta una foto, la manda a chi di dovere, dopodiché, non senza qualche rammarico, facciamo a brandelli la nostra opera artistica.

Che non avrà l’esito sperato, ma ci guadagna, quanto meno, la fiducia di J., e non è poco.

La condizione di J., sotto scacco della verità che non può dire a nessuno, nè alle istituzioni del Paese ospite nè alla cerchia più intima dei suoi cari, è paradigmatica della situazione in cui versano molti migranti, doppiamente assenti rispetto al contesto di origine e a quello di arrivo. Costretti ad affabulare la realtà, a trasformare puntualmente la verità in un artefatto, in questo sforzo quasi compulsivo di invenzione di narrazioni, perdono talvolta il filo della propria identità così che il senso di perdita e lo spaesamento possono facilmente diventare fardelli oltremodo gravosi da sostenere.

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