Esplorazioni in danzamovimentoterapia con giovani aspiranti infermieri

Il 6 dicembre 2016 la giornata comincia presto. Alle 8 del mattino siamo pronti per entrare in una RSA della periferia ovest di Torino, nello spazio adibito alle attività di formazione con studenti universitari del Corso di Laurea in Infermieristica. I venti ragazzi circa che conosceremo hanno scelto di partecipare ad un percorso laboratoriale di Danzamovimentoterapia Espressivo-Relazionale (DMT-ER), che nel corso del triennio si inserisce nella formazione alla Relazione d’aiuto e al Caring.

Ci attende una mattinata intera di lavoro; sono alla prima esperienza in questo contesto. Insieme con un’altra tirocinante affiancheremo nella conduzione del laboratorio una danzaterapeuta ed infermiera di lunga esperienza e un professore di Scienze Infermieristiche, che oggi indossa la veste istituzionale di titolare del corso, ma che ho conosciuto nel ruolo di allievo presso la scuola di DMT-ER che frequento da un anno, e che ha reso possibile l’inclusione della DMT-ER nel programma curricolare del Corso di Laurea.

Mentre aspettiamo che si aprano i cancelli della struttura, comincia ad avvicinarsi qualche studente. I loro volti evidentemente molto giovani mi fanno percepire uno scarto generazionale che oggi, giorno del mio trentesimo compleanno, forse avverto più del solito.

Sono contenta di festeggiare in danza, e sorrido poiché vedo in questa giornata la felice intersezione di ciò che coltivo da anni, la danza e l’antropologia, un impasto di passioni che ho scelto di far diventare il mio lavoro. Gli studenti universitari di Infermieristica infatti sono coloro ai quali, da diversi anni, ho l’opportunità di parlare di antropologia del corpo e della salute come collaboratrice alla didattica, all’interno del corso di Comunicazione ed Educazione terapeutica. Oggi ho l’occasione di fare con loro un’esperienza concreta che rimarrà nella memoria del corpo – mio e loro – più di tante parole ascoltate e pronunciate in aula a proposito di incontro con l’Altro, relazione, ascolto attivo ed empatia.

La sala del “teatro” che ci è stata assegnata piano piano va riempiendosi. Gli studenti sono puntuali. Prepariamo il setting, disponiamo le sedie in cerchio, prima immagine che richiama un assetto informale dell’incontro, che definisce lo spazio del villaggio, il luogo della reciprocità.

Dopo una breve introduzione sull’attività che ci attende, si rendono chiare le regole del gioco: i tempi, le modalità di partecipazione (rispettare le proprie esigenze: chi non si sentisse di procedere con il lavoro corporeo, si può fermare, viene chiesto soltanto di non lasciare la sala), le modalità di esame, che consiste nella compilazione di un diario in cui fissare le esperienze, e che non sarà sottoposto a giudizio (l’idoneità o meno sarà stabilita semplicemente dalla partecipazione all’intera attività e dalla redazione del diario).

Vengono abbandonate le parole, l’uso del Lei e dei cognomi. La familiarizzazione dei componenti del “villaggio” avviene attraverso giochi semplici e dinamici per memorizzare i nomi di ciascuno. Si disegnano i primi sorrisi sui volti. Via le sedie. Attraverso una metodica precisa, comincia la danza, la danza spontanea di ciascuno, che parte dal respiro, che emerge in camminate e andature variate secondo stimolazioni sonore sempre diverse. Colpisce il silenzio, un silenzio quasi magico, quello che si crea quando si è immersi completamente nel lavoro.

La mattinata si svolge nel rispetto dei tempi e dei giochi espressivi concordati. I corpi dei conduttori sono sempre presenti e partecipi con il resto del gruppo. La musica, scelta con cura, è un elemento costante e fondamentale: orienta, suggerisce, propone, fornisce stimoli all’azione.

Nel mettersi in movimento, semplicemente camminando ed esplorando lo spazio, è interessante notare come i corpi siano ammantati di prezioso pudore, un lieve imbarazzo. Braccia conserte, occhi bassi, appoggi incerti sulle piante dei piedi. Il freddo non aiuta. Il riscaldamento iniziale permette l’immersione graduale nella coscienza del corpo e dello spazio. Le articolazioni si sciolgono, scoprono nuove possibilità di mobilitazione anche grazie al rispecchiamento negli altri corpi in movimento. Con dei giochi di stop&go ed esplorazione alternata del centro e della periferia della sala, l’aria si fa più tiepida, lo spazio più denso, gli appoggi più coscienti. Al contatto – sempre leggero e localizzato nella periferia dei corpi – ci si arriva lentamente, senza urgenza, con rispetto. Gli incroci delle braccia e delle gambe iniziano a snodarsi, e ancora sorrisi, a volte increduli, qualche risata accennata, la meraviglia di potersi divertire con semplicità, di scoprire possibilità di movimento inattese.

La relazione esiste nel momento in cui esistono corpi in uno spazio condiviso. Quei corpi creano lo spazio, lo spazio e il tempo sono essi stessi generati dalla relazione fra corpi. Ma quanta coscienza abbiamo di questa densità ed elasticità spazio-temporale?

La coscienza della relazione forse è una conquista. Con l’aiuto di alcuni materiali, amplificatori di risonanze simboliche, si procede nell’esplorazione. Sono dei fili colorati a mettere in rapporto coppie di studenti, nel complicato equilibrismo dei due protagonisti della relazione. Si danza tenendo il filo teso dalle due estremità. E infine un’esperienza non mediata da materiali. Nelle coppie, un partner prende un contatto con l’altro, che mantiene gli occhi chiusi. Il primo seguirà la danza del secondo, la consegna è di ascoltare il movimento. Fondamentale il cambio di ruolo e il gioco dell’alternanza, per consentire a ciascuno di fare esperienza di entrambe le possibilità.

Durante il laboratorio i corpi si sono mostrati, hanno giocato, esplorato, scoperto, ascoltato. Nella verbalizzazione finale e plenaria, necessaria all’uscita dall’esperienza, sono emerse con fluidità le connessioni con il tema della relazione d’aiuto. I giochi, in apparenza semplici, ma con un portato simbolico forte e una base metodologica solida, hanno permesso di svelare limiti e possibilità di ciascuno, virate relazionali più o meno insolite: l’ansia del controllo sull’altro, il dirigismo, la difficoltà ad affidarsi, la delicatezza della relazione empatica, la sensazione iniziale di vergogna e il sostegno del gruppo, in un gioco costante di iniziative alternate, cambi di ruolo, vincoli nelle consegne che consentono la scoperta di possibilità non pensate.

Negli scritti degli studenti emerge con frequenza la sensazione di libertà, la piacevolezza di curiosare in se stessi e nell’altro in una dinamica relazionale mai stereotipata e prevedibile. E l’autocoscienza: l’importanza di ascoltarsi per saper ascoltare. E infine la bellezza di poter oltrepassare frontiere motorie – e dunque guadare verso sponde socio-relazionali nuove – grazie al legame relazionale: l’Altro che mi interroga, mi vincola, mi sorprende, mi permette anche di meglio comprendermi e di sorprendermi a mia volta. Attraverso dei dispositivi relazionali a mediazione corporea, l’identità individuale si forma e si trasforma, letteralmente prende corpo nel corpo più grande che è quello del gruppo, corpo sociale.

Non tutto il gruppo partecipa simultaneamente alle varie proposte. Nei giochi in coppia, una metà svolge il ruolo di spettatore, prima di mettersi in gioco. Spettatore non è chi osserva e scruta, ma chi si lascia investire dall’esperienza estetica. Gli studenti riportano la bellezza del ruolo di spettatori, associandolo a quello del fruitore di uno spettacolo teatrale, e rimandano all’immedesimazione di se stessi nei corpi e nei movimenti degli altri.

Come già Victor Turner sottolineava in Antropologia della performance (1993), la performance ha valore e potere riflessivo nel fruitore. Riflessività nel duplice significato di rispecchiamento e di riflessione critica: mediante l’azione performativa del nostro corpo si può riflettere sull’esperienza stessa e su noi stessi. Turner in questo senso parlava della performance come metacommento sociale, cioè di “una storia che un gruppo racconta di se stesso su se stesso”.

Sono gli stessi studenti ad evidenziare nei loro scritti che ciò che è emerso nel corso della mattinata, in termini di rievocazione simbolica dei processi relazionali, è parte non soltanto della relazione di cura, ma dei rapporti che si intessono nella vita di tutti i giorni e che irrimediabilmente hanno una connotazione innanzitutto corporea.

Sul valore trasformativo e riflessivo della performance, mi sembra opportuno sottolineare una peculiarità del campo artistico ed espressivo, e cioè la preminenza della dimensione estetica. A differenza delle scienze della mente occidentali, dove tipicamente l’analista si pone nel ruolo di osservatore e scrutatore del soggetto in esame, le artiterapie fanno dell’esperienza estetica l’obiettivo e il gradiente terapeutico. Chi guarda è anch’esso corpo in gioco, in continuità con il performer. In un gioco di specchi, i corpi individuali e gruppali si strutturano vicendevolmente, esplorano il patrimonio simbolico messo in scena, smuovono conflitti e opposizioni, anche, che però trovano nuove modalità di superamento e reintegrazione. Scrive ancora Turner:

“Mediante il processo stesso della performance, ciò che in condizioni normali è sigillato ermeticamente, inaccessibile all’osservazione e al ragionamento quotidiani, sepolto nelle profondità della vita socioculturale, è tratto alla luce”.

Ciò che la parola non dice, il corpo esprime, nel senso etimologico di “premere fuori”. Se la danza dunque è in sé es-pressiva, ben vengano le opportunità di esplorare l’inesplorato, di rivedersi nell’Altro e attraverso l’Altro, e di potenziare le competenze relazionali richieste ai professionisti della cura attraverso il canale corporeo, in genere trascurato o sottovalutato nei contesti di alta formazione.


Breve bibliografia di riferimento

Bellia, Se la cura è una danza, Franco Angeli, Milano 2007

Turner, Antropologia della performance, Il Mulino, Bologna 1993

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