Questa foto è un pretesto. Un pretesto per parlare di cultura, abitudine al pensiero, immaginario. Forse mi sto ponendo un obiettivo un po’ troppo ambizioso ma quantomeno ci provo.

Si tratta di una foto scattata a Copenaghen nel 2013, sull’isola di Amager (si pronuncia /ama/). L’isola di Amager, collegata al resto della città attraverso una serie di ponti di medie e grandi dimensioni, costituisce di fatto un quartiere nonché una zona a sé. Qui siamo sull’isola di Amager, ci si sente spesso dire a Copenaghen, quasi ad intendere uno spazio altro. Altro ma non troppo: inutile indugiare su questo particolare perché rimane comunque un pezzo di città tutt’altro che estraneo. Mi è stato descritto come uno spazio più selvaggio rispetto al resto della metropoli. Poi come spazio in cui si possono fare diverse cose ed infine come il luogo che ospita la spiaggia.

Al di là di ogni definizione quello che mi interessa sottolineare è che Amager (isola/quartiere) si trova a sud di Copenaghen ed è il luogo in cui si trova Amager Strandpark meglio noto come “la spiaggia”. La foto è stata scattata da lì, con le spalle rivolte verso il mare del Nord e lo sguardo rivolto verso il resto della città. Trovandosi di fatto ad un’estremità, del centro si vede ben poco e all’orizzonte si intuisce tutto lo spazio compreso nel fazzoletto di terra dell’isola di Amager.Amager Strandpark è la spiaggia, uno dei luoghi (non il solo) dove si fa il bagno appena la temperatura lo permette oppure no: esiste comunque un solido gruppo di winter swimmers, bagnanti tutto l’anno. Uno di loro mi ha detto molto sinceramente di trovarlo utile per non ammalarsi quasi mai. Winter swimmer a parte, in altri punti della città è possibile fare il bagno e non è raro con l’arrivo della stagione calda vedere questi luoghi urbani popolarsi in massa con molta tranquillità. La spiaggia è asfaltata e in parte sterrata. Il percorso asfaltato costeggia il mare ma non in maniera ravvicinata. La sequenza è più o meno questa: mare, bagnasciuga, eventuali abbondanti alghe depositate, spiaggia, dune con erba, percorso sterrato e percorso ciclabile. Ci si può mettere un po’ ovunque lungo il percorso della spiaggia, l’effetto di affollamento è pressoché minimo nonostante il posto sia ampiamente vissuto e frequentato.

Dalla spiaggia si vede il ponte dell’Oresund, che collega Copenaghen alla Svezia e agli ordinatissimi e pulitissimi svedesi, come mi ha detto qualcuno. Siccome siamo a Copenaghen, ci sono rastrelliere circolari ovunque come peraltro si nota in foto. Ed è qui che volevo arrivare. Nell’immaginario diffuso Copenaghen e la Danimarca in generale sono associate alla Sirenetta e forse ad Hans Christian Andersen, ad un ottimo sistema di stato sociale, alle giovani coppie con figli, al freddo ma soprattutto e forse più di ogni altra cosa alla cultura della bicicletta. Da quello che ho notato e sperimentato in otto mesi di permanenza, sembrerebbe proprio che la bicicletta lì corrisponda e si leghi ad un ideale di “leggerezza urbana”, di città a misura d’uomo e di ciclista/pedone più che di autoveicolo. Questo concetto trova corrispondenza anche a livello architettonico: molti dei quartieri popolari non sono costituiti dai cosiddetti “casermoni” e spesso sono attraversati da parchi e piste ciclabili la cui funzione evidente non è solo quella di transitare ma anche di rilassarsi lungo il tragitto.

Tutto molto bello, tutte grandi conquiste.
A questo punto però entra in scena la foto.
In secondo piano, per effetto fotografico, emergono in sequenza dei cantieri e qualche palazzo già completato. Riecheggiano un ideale architettonico modernista: sono l’esatto contrario di tutto quel discorso sulla leggerezza abbozzato in maniera goffa poco fa.
Dal mio punto di vista di abitante temporaneo di Copenaghen, rappresentano un pugno nell’occhio. Un occhio abituato ad un paesaggio urbano fatto di edifici e case basse, molti luoghi di incontro e una “attraversabilità” della città molto agevole. Quei palazzoni dal sapore modernista in qualche modo rappresentano tutto il discorso contro cui molti anni fa Jane Jakobs si opponeva con forza, scrivendo un testo ormai considerato un classico e pietra miliare del sapere critico trasversale: Vita e morte delle grandi città (1961). Molti sociologi, antropologi, geografi, architetti e urbanisti lo considerano fondamentale per approcciarsi alle questioni urbane.
Dicevamo: quello spazio che occupa parte della foto rappresenta una sorta di cultura urbana estranea a quella della capitale danese. Eppure esiste. E non è nemmeno l’unico: in molti punti della città emergono strutture di quel tipo.
La cultura di una città è immutabile? Le cose resteranno sempre così senza cambiare? Ha senso pensare alla cultura della città e alla cultura in senso ampio come qualcosa di immutabile? No, in tutti e tre i casi.

Un architetto danese mi disse che prima che venissero costruite piste ciclabili ovunque a Copenaghen la bicicletta era vista come qualcosa di non propriamente danese: Non è parte della nostra cultura”, dicevano gli oppositori ai progetti di costruzione delle ciclabili.
Si è trattato di un processo lungo e stratificato e per nulla immediato.
E così non è da escludere che alcune idee/derive moderniste possano riprendere ampiamente terreno. E’ una questione di scelte, così come lo è la cultura (che sia urbana o meno). E questo indipendentemente da quello che ci piace pensare.
Volendo giocare ai levistraussiani potremmo dire che l’idea di cultura omogenea, fissa e immutabile sia soltanto buona da pensare. Che un posto di sole biciclette felici per sempre è buono da pensare. Che un posto senza casermoni modernisti e imperanti perché tanto non li costruiranno mai è buono da pensare. La fotografia contiene due aspetti dello stesso posto molto difficili da tenere insieme: lo spazio per le biciclette e la mobilità leggera a dei quasi casermoni imperanti in uno spazio vuoto. Ed è molto difficile che la si associ alla Danimarca, a meno che non lo dica una didascalia.
In qualche modo, le didascalie e le spiegazioni evidenziano non solo qualche aspetto su qualche argomento ma ci rivelano anche la pervasività degli immaginari coi quali siamo soliti ragionare e racchiudere la realtà.

La fotografia però può anche funzionare al contrario. E se è vero che la cultura di un luogo non è immutabile allora può anche essere possibile che un luogo da sempre pensato per le autovetture possa, col tempo e con determinate scelte a livelli diversi, trasformarsi lentamente in un luogo diverso. In qualche modo esiste un lato positivo anche in quella foto che ho proposto, laddove invece sembrerebbe solo di vedere orribili edifici enormi imponenti a ridosso di uno spazio verde, ciclabile e a misura d’essere umano.

 

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