Bagni: tra tabù e differenze culturali

“Non ci si pensa spesso, ma i gabinetti hanno una notevole importanza nella vita dell’uomo.”

In Asia, Tiziano Terzani

Nel lontano 1988 Terzani pubblicava un articolo dedicato alla cultura dei gabinetti in Giappone esplorando e raccontando lo stravagante interesse nipponico per i bagni. Il tono dell’articolo è in bilico tra il serioso e il canzonatorio: in fin dei conti si tratta di uno degli ultimi tabù. Se parlare di sesso non è uno scandalo, rimane invece ancora difficile parlare di una delle funzioni più comuni degli esseri viventi.

L’articolo di Terzani mi è tornato alla mente durante una cena con un gruppo internazionale. Al ristorante eravamo un gruppo di sole donne e proprio questo probabilmente ci ha permesso di affrontare il tema con una certa libertà: io italiana, una francese, un’australiana e una kazaka.

Dopo una visita alla toilette, tornata al tavolo ho scherzato sul bagno high-tech: tutto aveva un sensore per attivarsi, ma l’esperienza in generale era terribile.

Per prendere il sapone si doveva posizionare la mano sotto il distributore del sapone liquido ad una certa distanza (ma quale?). Quando il sensore rilevava il movimento della mano, questa era puntualmente fuori posto e il sapone cadeva sul lavabo o nei casi fortunati ti colpiva di striscio il mignolo. Poi arrivava la sfida del rubinetto, anch’esso con un sensore non ben calibrato che faceva improvvisare agli utenti un balletto delle mani. La ciliegia sulla torta però era il phon ad aria calda per asciugare le mani. Un enigmatico simbolo campeggiava sul macchinario e poiché c’era una fessura veniva la voglia di infilarci le mani dentro, ma immediatamente si scopriva che era una mossa totalmente inutile.

L’asciugamani incriminato.

Allora i più timidi facevano finta di nulla, si strusciavano le mani sui vestiti e uscivano, alcuni più pazienti si guardavano attorno per cogliere qualche suggerimento dagli altri avventori, i più temerari – a costo di sembrare degli scemi – provavano a schiacciare il pulsante… ma nulla. Si trattava ancora una volta di un sensore: bisognava posizionare una mano di fronte al simbolo (sempre ad una distanza indefinita) e poi rapidamente spostare le mani sotto il flusso di aria calda.

Tutte le mie commensali avevano avuto la stessa esperienza tragica, concordando poi che tanta tecnologia non sempre è una buona cosa. La ragazza kazaka allora coglie l’occasione per parlare della sua esperienza con il gabinetto della zia, in Giappone. È rimasta chiusa in bagno a lungo perché non c’era la carta ma un telecomando con moltissimi pulsanti, pieni di ideogrammi. L’articolo di Terzani le sarebbe stato utile!

A parte i soliti gabinetti in cui la predella, quando uno ci si siede, si riscalda, ci sono quelli che, appena sentono la pressione di un corpo, si mettono a suonare o a cinguettare e altri che, con o senza musica, eliminato il puzzo grazie a un ventilatore interno che emana profumi. L’ultimo modello elimina l’uso della carta: un getto d’acqua tiepida e poi potenti zaffate d’aria calda lavano e asciugano l’utente. Il modello con il telecomando per dirigere con esattezza il getto d’acqua costa sui quattro milioni.

Questo ha dato il la a una vasta discussione sui bagni e le differenze nei vari paesi, a cui ho contribuito con una affermazione che ha gelato le commensali: “ah quanto mi manca il bidet!” — per me fonte di orgoglio nazionale, per le mie commensali esotico oggetto della vergogna.

L’aspetto aneddotico della vicenda ci porta a riflettere su come una funzione così basilare della fisiologia umana non sia stata immune dalle interpretazioni culturali. Le culture leggono il corpo e le sue funzioni non come meccanismo interamente controllato dal funzionamento biologico, ma piuttosto diviene il luogo privilegiato per l’iscrizione di cosmologie e concezioni del mondo.

Un piccolo esempio ci viene offerto da uno studio comparativo effettuato in 9 paesi sul “lavaggio delle mani” (Curtis, V.A., Danquah, L.O. e Aunger, R.V., 2009). Gli studiosi volevano indagare come incoraggiare il lavaggio delle mani in quanto atto di prevenzione delle malattie infettive e nella parte qualitativa della ricerca hanno indagato quali sono le motivazioni che spingono le persone a compiere questo piccolo gesto. Nella lista si trovano le seguenti motivazioni:

  • di salute (ad esempio paura delle malattie);
  • religiose/soprannaturali (immagine sottostante con riferimenti a “lavarsi le mani prima di pregare”, “lavarsi mani e piedi 5 volte prima di andare a pregare in moschea”, “non è possibile usare il sapone con l’acqua santa”, ecc…);
  • sociali (ad esempio attrattività, status sociale).

Come ci mostra empiricamente lo studio citato, il concetto di sporco/pulito non riguarda semplicemente le pratiche igieniche individuali, ma si lega inevitabilmente ad aspetti sociali e culturali. Uno dei primi studi antropologici sul tema è “Purity and Danger: An Analysis of Concepts of Pollution and Taboo di  Mary Douglas del 1966. L’antropologa indaga il concetto di “sporco” e lo definisce in diversi contesti culturali mostrando la correlazione che esiste tra la coppia “sporco-pulito” e “puro-impuro”, cioè due concetti della sfera del sacro.

Se le definizioni di ciò che è sporco e ciò che è pulito, di ciò che è puro e ciò che è impuro, possono variare da cultura a cultura, definiscono di conseguenza le pratiche relative all’igiene personale. I concetti di pulito/sporco, puro/impuro non hanno una mera connotazione di pratica quotidiana, ma assumano invece un carattere simbolico. Ecco perché molti degli atti che noi diamo per scontati e crediamo “oggettivi” non lo sono affatto: lavarsi e come e quando, usare o meno il bidet, diventano tutti piccoli atti quotidiani influenzati dal nostro intorno culturale.

Un altro facile esempio su cui possiamo riflettere è come i bagni rispecchiano le differenze di genere così come vengono declinate dalle diverse culture.

Ricordo ancora la prima fotografia che scattai durante il mio primo viaggio in Svezia ormai 6 anni fa, si trattava proprio di un bagno nell’aeroporto di Stoccolma. Ai tempi il fasciatoio dei bambini in Italia si trovava quasi esclusivamente nel bagno delle donne, ecco perché il simbolo del bagno degli uomini con annesso fasciatoio ha catturato la mia attenzione.

l bagno diventa lo specchio dei ruoli sociali e delle costruzioni del genere di una cultura. In Svezia, dove tengono particolarmente alla cosiddetta parità di genere, anche i bagni degli uomini sono naturalmente provvisti di fasciatoio.

Più recentemente il tema del “genere” nei bagni è tornato alla ribalta negli USA. In Nord Carolina, la città di Charlotte a marzo di quest’anno ha votato un ordinanza antidiscriminazione che permetteva ai transgender di utilizzare i bagni pubblici che corrispondono alla loro identità sessuale. Le proteste sono esplose numerose, soprattutto nelle fila dei Repubblicani che con una procedura d’urgenza sono riusciti a far approvare una legge statale che ha bloccato l’iniziativa della città.

Il dibattito si è allargato ben oltre i confini del Nord Carolina, tanto che a West Hollywood (California) si è giunti a decretare l’abolizione della distinzioni tra servizi per maschi e per femmine.

I bagni ci svelano qualcosa della cultura da cui sono stati creati e le usanze variano da luogo in luogo, non solo per mere ragioni tecnologiche, ma per vere e proprie diverse concezioni del mondo.

Per coloro che si stanno ancora chiedendo come la ragazza kazaka sia riuscita a decodificare i pulsanti del bagno della zia, o sono preoccupati perché hanno in programma un viaggio in Giappone, consiglio di recuperare una guida. E ovviamente leggere “La cultura dei gabinetti” contenuto in “In Asia” di T. Terzani.

Foto di Thomas Kohler.

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