Foto: Elisa Muntoni

Nel giro di pochi anni, la mobile photography ha preso la forma di un fenomeno che riguarda milioni di persone. Si tratta di un nuovo codice che supera ogni barriera linguistica e che viene utilizzato per condivide

re, raccontare, testimoniare e manifestare se stessi, alimentando un flusso ininterrotto di immagini che mette in comunicazione gli individui da un angolo all’altro del mondo.

“La vera rivoluzione digitale è la rivoluzione della condivisibilità, della disseminazione dell’immagine. Se la fotografia digitale fosse stata inventata senza Internet, staremmo a discutere di un’evoluzione senza strappi del linguaggio fotografico. La condivisione introduce un elemento completamente nuovo, che è la possibilità di propagare l’immagine verso destinatari sconosciuti, fuori dalla relazione diretta. Questo cambia completamente i canali che la fotografia percorre per arrivare ai suoi destinatari, e cambia indirettamente, ma profondamente, anche il modo in cui le foto si fanno” (intervista a Michele Smargiassi, cit. in Alison, 2015:13).

Si tratta dunque di un vero e proprio cambiamento socio-antropologico, che segna il nostro ingresso nella cosiddetta era della fotografia smart: una fotografia digitale facilmente realizzabile e immediatamente condivisibile. Se il collegamento a Internet ha aperto le porte della condivisione, l’onnipresenza dello smartphone è la dimensione che più di tutte la rende possibile. È un oggetto che portiamo sul corpo, con cui instauriamo una relazione tattile che talvolta risulta compulsiva. Marshall McLuhan (1967) affermava che qualsiasi tecnologia costituisce un medium, inteso come estensione e potenziamento del corpo e delle facoltà umane. Tuttavia la relazione che intercorre tra il corpo e lo smartphone ci restituisce piuttosto l’immagine di un’ibridazione “cyborg”, in cui quest’ultimo diventa un’appendice indispensabile a cui delegare il nostro sguardo e la nostra memoria.

Mentre in passato l’uso sociale della fotografia era strettamente connesso alla memoria e alla storia – o alla morte e a ciò che non c’è più, secondo Roland Barthes – oggi con la mobile photography si è aggiunta un’altra funzione, che ha molto più a che vedere con la transitorietà che con la perdita (Murray, 2008). La fotografia non risponde più alla necessità di fermare il tempo o di creare ricordi, ma diventa una pratica continua, immediata e transitoria attraverso la quale si tenta di riprodurre la propria quotidianità in tempo reale. Le fotografie oggi “non servono più a immagazzinare ricordi, né a essere conservate. Servono come esclamazioni di vitalità, come estensioni di esperienze che vengono trasmesse, condivise, e poi scompaiono, mentalmente e/o fisicamente” (Fontcuberta, 2012).

In questo dialogo globale, o monologare collettivo (Alison, 2015), il selfie è la forma che più di tutte conferma il potenziale della mobile photography come documento del presente e come nuovo linguaggio.

Il termine selfie appare per la prima volta su Flickr nel 2004, per indicare un particolare tipo di autoritratto scattato a distanza di braccio. Tuttavia il fenomeno esplode ufficialmente nel novembre 2013, quando l’Oxford Dictionary consacra tale termine con la nomina di parola dell’anno, e definendolo come “una fotografia scattata dallo stesso soggetto dell’immagine, tipicamente scattata con uno smartphone o una webcam e caricata su un social media”. Il selfie è oggi diventato il luogo comune visivo per eccellenza del XXI secolo, icona di quella che numerosi critici e storici hanno identificato come l’Era del Narcisismo.

Si parla di compulsione al personal branding, che caratterizza un mondo in cui anche il sé viene trattato come un marchio da promuovere, e si alimentano ogni giorno di più le ansie e le preoccupazioni sulla dimensione patologica di questo fenomeno. L’American Psychiatric Association (APA), ad esempio, ha coniato il termine “selfie” per indicare un disturbo mentale ossessivo compulsivo che si manifesta con gradi di gravità diversi.

Di fatto quello del selfie è un fenomeno complesso, che non può essere spiegato solo in relazione al narcisismo patologico e alla crescente superficialità della nostra società. Pamela Rutledge (2013), direttore del Centro di Ricerca per la Psicologia dei Media (MPRC), sostiene che i selfie costituiscono delle salutari affermazioni del sé, utili a definire la propria identità attraverso un’auto-narrazione affidata alle immagini, e che permettono di rispondere e confrontarsi con la liquidità esistenziale che caratterizza la nostra epoca. In questo senso si può considerare il selfie anche come naturale prolungamento di un processo di esplorazione identitaria in cui l’essere umano, attraverso l’auto-osservazione e l’auto-ritratto, è impegnato fin dall’antichità.

Tuttavia, la differenza sostanziale tra la fotografia di matrice autobiografica e l’autoscatto dell’era smart risiede nell’importanza della condivisione sui social media. È questa la ragion d’essere del selfie, la sua condicio sine qua non. Scattare un selfie e postarlo sui social media è un modo per dimostrare che sei stato in un certo luogo o che hai fatto una certa cosa, un modo per comunicare e per attirare l’attenzione. Più che un semplice autoritratto, il selfie è dunque un oggetto ibrido, formato anche dalla piattaforma scelta per condividerlo, dai commenti, dai “mi piace” e dalle ri-condivisioni degli altri utenti. È la condivisibilità la vera rivoluzione digitale – nonché socio-antropologica – che ha dato vita alla cosiddetta era della fotografia smart: essa costituisce un elemento completamente nuovo, ossia la possibilità di disseminare un’immagine verso destinatari indefiniti e sconosciuti, privilegiando la relazione indiretta piuttosto che quella diretta. Così il selfie, come immagine di sé costruita da sé, si accompagna immediatamente al desiderio di raccogliere più “mi piace” possibili. La diffusione di immagini attraverso il medium/smartphone diventa così una forma di interazione sociale, nella misura in cui coincide con la proiezione della nostra dimensione individuale/identitaria nella sfera collettiva: ci definiamo attraverso le immagini che produciamo, o meglio esistiamo perché produciamo immagini (Alison, 2015), attraverso una dilatazione della nostra esperienza quotidiana che viene resa eterna dall’immagine e immediatamente condivisa.

Il fenomeno dei selfie, e della smart photography più in generale, non può essere considerato come mera manifestazione di superficialità e di narcisismo, soprattutto perché si tratta di spiegazioni parziali che non tengono conto del sentimento di insicurezza che porta alla ricerca di conforto e di conferma. L’autorappresentazione è un atto culturale, e per questo di interesse antropologico. Il selfie è un’autorappresentazione che viene eseguita secondo determinate regole o preferenze socialmente condivise, basti pensare al numero di selfie scattati in bagno: se forse per qualche giovane, all’inizio, era l’unico luogo in cui poteva fotografarsi lontano dagli occhi dei genitori, oggi è diventato un luogo comune (in tutti i sensi del termine) che rientra in un linguaggio visivo condiviso e facilmente comprensibile. Costruire l’immagine di sé passa attraverso il riconoscimento, da parte degli altri, della bellezza o della riuscita costruzione di quell’immagine. Se dunque possiamo parlare della mobile photography come fenomeno culturale, è necessario interrogarsi sui presupposti socio-culturali che hanno reso possibile questa rivoluzione antropologica dell’autorappresentazione a livello globale.

Potrebbe allora la mobile photography essere intesa come il nuovo linguaggio della “società liquida” di cui parlava Bauman, una società segnata dalla liquefazione delle certezze e delle strutture sociali? In questo universo incerto e volatile, in cui le situazioni in cui agiscono gli individui si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure, il flusso incessante della mobile photography sembra la forma d’espressione più naturale, poiché risponde a una visione fluida che si basa sulla gratificazione immediata della condivisione e sulla celebrazione del bisogno di manifestare il proprio punto di vista. Del resto, quando decidiamo di scattarci un selfie stiamo affermando un diritto ad avere un’immagine che ci rappresenti, senza più un mediatore (il fotografo) che decide come e cosa fotografare.

Come sostiene Bauman, la vita liquida si alimenta dell’insoddisfazione dell’io rispetto a se stesso, è una versione “sinistra” del gioco delle sedie: la vera posta in gioco è la salvezza (temporanea) dall’eliminazione, e poiché la concorrenza diviene globale, anche la pista su cui si gareggia è ormai globale (Bauman, 2005).


Breve bibliografia di riferimento

Alison, I., iRevolution. Appunti per una Storia della Mobile Photography, Postcart, 2016.

Bauman, Z., Vita Liquida, Laterza, 2005.

McLuhan, M., Gli strumenti del comunicare, Milano, Il Saggiatore, 1967.

Murray, S., Digital Images, Photo-Sharing, and Our Shifting Notions of Everyday Aesthetics, su Journal of Visual Culture, 2008.

Rutledge, P., Making Sense of Selfies, pubblicato il 6 luglio 2013 su www.psychologytoday.com

Rutledge, P., Selfie Use: Abuse or Balance?, pubblicato l’8 luglio 2013 su www.psychologytoday.com

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