Abbiamo deciso di inaugurare “orientarci/si” con una performance a partecipazione collettiva poiché riteniamo che alcuni linguaggi siano in grado più di altri di “parlare” in modo efficace. L’arte, nelle sue tante forme e declinazioni, come sottolinea F. Schott-Billmann, da un lato di ex-prime (preme fuori, esprime) e dall’altro im-pressiona (preme dentro, im-prime), produce shock estetico e proprio per questo favorisce il processo trasformativo.

Quindi per presentarci come associazione che tenta il dialogo tra più ambienti disciplinari, abbiamo deciso di partire dall’esperienza, prima che dalla teoria. L’esperienza vissuta e condivisa dai partecipanti ha preceduto il tempo dedicato agli interventi verbali, volti a narrare ciò che ci muove e a dare voce ad alcuni membri che hanno portato la loro testimonianza rispetto all’uso che si può fare dell’antropologia fuori (e anche dentro) l’accademia.

Siamo in cammino nel tentativo di tracciare connessioni multidisciplinari, e il 19 maggio per noi è stata un’occasione preziosa per restituire questo impegno anche al di fuori del nostro orizzonte associativo.

La nostra performance si è articolata in quattro momenti fondamentali:

1. Il disorientamento – La prima parte si propone di suggerire ed evocare nel partecipante un minimo di disagio, di disorientamento, fornendo alcune sensazioni che possano rimandare alla precarietà, all’instabilità; il visitatore percorre una strada ignota che non sa in anticipo dove porta, la cui pavimentazione non è levigata, e subito dopo avere avuto accesso allo spazio performativo, si ritrova di fronte a incomprensibili istanze di controllo agite da individui che eseguono impeccabilmente un protocollo in maniera del tutto burocratizzata e asettica.

2. L’approdo – La terra promessa, alla fine del viaggio, forse delude: i visitatori si ritrovano a riempire i bordi di un perimetro che guarda verso l’esterno. Nel luogo in cui si è approdati si vive un tempo sospeso. Questo momento di attesa è un richiamo alla solitudine, all’incomunicabilità, all’isolamento, e diventa metafora della mancanza di riconoscimento sociale, significa non vedere e non essere visti, trovarsi in un luogo senza farne veramente parte…condizione che accomuna sempre più individui incastrati nelle voragini istituzionali e politiche dei sistemi di accoglienza, ad esempio, ma che può essere la condizione di tutti gli esclusi e di tutti gli invisibili.

3. L’integrazione – l’attesa si spezza, il perimetro si dinamizza e si dissolve, si crea il cerchio figura dal portato simbolico forte: il villaggio si ricostituisce, un gruppo prende forma, è lo spazio in cui si può vedere ed essere visti.

4. Questione di peso – il gioco di peso, di spinte e trazioni del momento conclusivo innesca un meccanismo di sostegno e spinta verso la verticalità. Il peso diventa metafora corporea di presenza, il raggiungimento della verticalità metafora di autonomia: io sono laddove posso esercitare e far sentire il mio peso (se non ho nessun peso nello spazio che abito, non ho nessuna rilevanza, non esisto). In questo spazio condiviso l’Altro è riconosciuto come il riflesso della mia condizione, o di quella che potrebbe diventare la mia condizione. In questo senso la convivenza è via di salvezza, che si realizza nell’abitare insieme uno stesso spazio in uno stesso tempo, in una dinamica di sostegno reciproco, in una vera e propria danza collettiva.

Il video realizzato da Elisa Muntoni ci permette di rivivere e immergerci nuovamente nella performance. 

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