Essere antropologa: voci fuori dal campo

Le foto di questo post sono state scattate durante la ricerca di campo di Marta.
Coloro che compaiono nelle immagini sono persone con cui Marta ha vissuto e suoi interlocutori durante la ricerca.

Premetto che questo pezzo non ha nulla di scientifico. È piuttosto un flusso di coscienza. Non sono Lara Croft, sono antropologa. Innanzitutto Lara Croft è archeologa, e questa è una prima questione da chiarire vista la confusione di molti in merito alla differenza tra archeologia e antropologia. Per intenderci, non mi occupo dei morti ma dei vivi. In secondo luogo, il mio lavoro sul campo non consiste in funamboliche esplorazioni di luoghi sperduti in cui sarei solita aggirarmi furtiva in tenuta mimetica e armata di arco, frecce e pugnali per difendermi da attacchi nemici. No. Che sia in Africa o altrove, il mio è un lavoro di ricerca approfondita e di osservazione partecipante, fondata sull’abitare i luoghi oggetto di studio e sul costruire relazioni di empatia con le persone che quei luoghi li abitano dall’alba dei tempi.

Quando si torna dal campo − e in questo pezzo mi riferirò nello specifico al fare campo in Africa − è sempre curioso vedere nello sguardo altrui l’anteprima dell’immagine che ti è stata cucita addosso. Sembri essere tornata da un posto dimenticato da Dio, in cui sei riuscita a sopravvivere nonostante l’incombenza di malattie letali e la scarsità di cibo. Poi arrivano le domande, e capisci di aver letto giusto negli occhi di chi ti guarda: ti vedo patita, mangiavi laggiù? Hai mica preso qualche strano virus? Come hai fatto a vivere là per così tanto tempo? Queste sono le più frequenti a cui spesso se ne accompagna un’altra: anche tu con il “mal d’Africa”?

In genere cerco di reagire nel modo più costruttivo possibile, cioè tentando di smontare gli stereotipi che evidentemente stanno dietro a queste domande, ma l’ultima, devo essere sincera, mi provoca seri tic nervosi che fatico a controllare, e vi spiego perchè. Se dovessi definire quello che in senso comune si intende per “mal d’Africa”, direi che è la nostalgia per l’esotismo. Dunque, per un’antropologa l’espressione “mal d’Africa” unita al concetto di esotismo non può che essere pruriginosa: non sono una turista ammaliata dai tramonti africani e dalle zebre che corrono nella savana, sono un’antropologa. Beninteso, anche io ho fatto turismo nel continente, ma quando ci rimango per mesi e mesi chiaramente le finalità sono altre. In ogni caso, anche da turista non amo affatto evocare questa espressione. Credo ci sia un turismo responsabile e consapevole che stride fortemente con quello scriteriato e incosciente, ragione per cui sento di avere ben poco in comune con chi dice di aver contratto questo benedetto “mal d’Africa”, cioè, con chi ostenta nostalgia per un’Africa vista da dentro i confini di lussuosi resort.

Il concetto forse più irritante è proprio quello di esotismo, che trascina inevitabilmente dietro di sé quello di tribalismo e primitivismo, ovvero, le fondamenta degli stereotipi imperanti sull’Africa. Pensare che il continente africano sia abitato da un’umanità indolente, tenuta in scacco da una sofferenza congenita e da logiche di atavica violenza è quanto mai inadeguato. In realtà non giudico chi ha una visione distorta dell’Africa e degli africani, poiché la responsabilità di queste deformazioni talvolta mostruose ritengo sia in gran parte da addebitare ai media, e apprezzo chi, consapevole di tali falsificazioni, è interessato a capire in maniera autentica le dinamiche che attraversano il continente. Critico invece chi, perseverando in un atteggiamento di completo disinteresse riguardo la realtà sociale globale, continua ad alimentare visioni alterate e nocive.

Il mestiere dell’antropologo in qualche modo risente di questi stereotipi. Certamente si opera in contesti in cui possono mancare determinate comodità − come l’acqua corrente o l’elettricità − in cui l’alimentazione è meno variegata e basata su altri tipi di cibo rispetto a quelli che consumiamo abitualmente, in cui può esserci il rischio di malaria e in cui le persone vivono secondo sistemi culturali e regole sociali differenti. Ora, tali condizioni − a cui ricordo che il corpo umano è perfettamente in grado di adattarsi − non mi sembrano affatto essere il risultato di particolari forme di primitivismo evocate dagli stereotipi di cui sopra, così come le situazioni di conflitto che attanagliano alcuni paesi africani non sono per nulla da considerare come frutto di una violenza connaturata e ferina.   

Detto questo, talvolta pare non si riesca a capire come mai gli antropologi decidano di loro spontanea volontà di fare questa faticaccia (fisica e mentale) e passare lunghi periodi della loro vita in posti lontani per studiarne le dinamiche culturali, politiche, etniche, religiose o altro. Perché? A cosa serve? A me piace dare questa risposta: perché si produce un sapere autentico che serve a costruire connessioni transculturali indispensabili a comprendere il mondo in cui viviamo e a proporre soluzioni e progetti laddove vi è necessità. L’autenticità del sapere antropologico nasce da lunghi periodi di permanenza nella società che si intende studiare e dall’empatia stabilita con i propri interlocutori, il cui ruolo è preziosissimo perché saranno co-costruttori di quel sapere.

Rispetto all’importanza delle connessioni transculturali c’è un aspetto da sottolineare. Il fatto che da anni mi interessi di Africa dei Grandi Laghi e lavori in particolar modo sul Burundi, dove ho svolto più periodi di ricerca sul campo occupandomi di antropologia della violenza, identità etniche, condizione giovanile e percorsi migratori interni, non significa che queste tematiche io non possa affrontarle anche altrove, dove sicuramente, seppur in maniera diversa, si riproducono. Per darvi un esempio concreto, moltissimi aspetti della mia ricerca, geograficamente lontana dall’Italia, mi sono utili per comprendere le logiche dei flussi migratori di cui il nostro paese ne è in larga misura interessato, così come lo è la regione dell’Africa dei Grandi Laghi.

Ciò che voglio dire è che il grande privilegio dello sguardo antropologico è quello di riconoscere la complessità attraverso la comparazione e gestirla attraverso un approccio relativista, capace di scongiurare le pericolose forme di etnocentrismo. E questo è il motivo per cui confinare l’antropologia dentro l’accademia è, a mio modo di vedere, fortemente riduttivo. Il potenziale della disciplina non è solo scientifico e intellettuale ma anche pratico, e oggi, in maniera più che mai evidente, mi sembra di notare una grande urgenza antropologica, necessaria per riuscire ad orientarsi in questi tempi così complessi, a tratti convulsi e inquietanti. Ecco, se penso al contributo che alcuni importanti antropologi hanno dato proprio in merito alla comprensione di aspetti inquietanti che caratterizzano i nostri tempi, mi viene in mente La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile di Amitav Ghosh, oppure La bellezza e la bestia. Il fascino perverso della chirurgia estetica di Michael Taussig, o ancora Antropologia e migrazioni a cura di Bruno Riccio (per citare solo uno tra i tanti lavori di antropologia dei processi migratori). In questo senso gli antropologi non sono solo intellettuali, ma anche agenti di cambiamento e di costruzione sociale, in grado di intravedere le scellerate derive umane a cui tentano di porre rimedio, siano esse relative alla distruzione ambientale, all’abbrutimento dei modelli di bellezza o al calpestamento dei diritti degli immigrati.

Ecco cos’è l’antropologia e cosa significa per me essere antropologa. Ecco perché ritengo che lo scarso riconoscimento attribuito alla disciplina in Italia sia un grosso limite. Ecco perché è snervante essere vista come una specie di impavida eroina sopravvissuta a condizioni di vita estreme mentre tu, al contrario, ti senti come una valigia piena di nuovi strumenti concettuali. Beninteso, il campo sotto certi punti di vista può essere considerato estremo, ma non perchè non si mangia e si prende la malaria. È estremo perché si tratta di un’esperienza totalizzante la cui straordinarietà, in accezione positiva del termine, ti trasforma inesorabilmente.

Dal 2009 ad oggi sono stati diversi i periodi di permanenza in Africa in veste di ricercatrice o di cooperante − antropologa in entrambi i casi naturalmente – e ad ogni mio rientro ho sempre avuto la sensazione di essere vista con un’aura di esotismo attorno. Proprio quell’esotismo che odio. Insomma, considerando per di più che quando l’antropologo è una donna occorre fare una serie di riflessioni aggiuntive, sarebbe più gratificante essere vista come portatrice di sapere socio-culturale e di possibili forme di militanza, anziché profumare di esotismo.


Breve bibliografia di riferimento

Barley N. 2008, Il giovane antropologo. Appunti da una capanna di fango, Socrates, Roma

Borgerhoff Mulder M., Longsdon W. 2011, Mi sono spinto troppo in là. Tragicomiche ricerche sul campo e spedizioni disastrose, FBE, Milano

Dei F. Sull’uso pubblico delle scienze sociali dal punto di vista dell’antropologia, in Sociologica, n. 2, pp. 1-15

Eriksen T.H. 2006, Engaging anthropology. The case for a public presence, Berg, New York

Ghosh A. 2017, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, Neri Pozza, Vicenza

Lelli S. 2016, Margaret Mead. Quando l’antropologo è una donna, Clichy, Firenze

Riccio B. (a cura di) 2014, Antropologia e migrazioni, CISU, Roma

Scheper-Hughes N. 1995, The primacy of the ethical. Propositions for a militant anthropology, in Current Anthropology, Vol. 36, n. 3, pp. 409-440

Taussig M. 2017, La bellezza e la bestia. Il fascino perverso della chirurgia estetica, Meltemi, Milano

 

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